Mostra: La liberazione dei campi nazisti: riflessioni su un percorso

Mostra: La liberazione dei campi nazisti: riflessioni su un percorso. (Roma, Complesso Monumentale del Vittoriano, 27 gennaio – 15 marzo 2015)

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A settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Fondazione Museo della Shoah ha partecipato alle celebrazioni della Giornata della Memoria attraverso la realizzazione di una mostra, ospitata presso il Complesso del Vittoriano, dedicata alla liberazione dei campi di concentramento e di sterminio nazisti; in questo modo, si è portato avanti quel cammino ideale intrapreso con le esposizioni 1938 Leggi razziali. Una tragedia italiana[1]; Auschwitz-Birkenau[2]; I ghetti nazisti[3] e 16 ottobre 1943. La razzia degli ebrei di Roma[4].

Il tema proposto quest’anno si svela attraverso l’esposizione di diverso materiale: oggetti, fotografie, filmati, documenti cartacei, opere d’arte, lettere e fonti a stampa. La mostra, infatti, è stata realizzata grazie alla collaborazione tra la Fondazione e i principali archivi e musei nazionali e stranieri; tra questi, lo Yad Vashem di Gerusalemme, gli archivi di Mauthausen e di Auschwitz-Birkenau, quelli di Bad Arolsen e del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Inoltre, gli Steven Spielberg Film and Video Archives (United States Holocaust Memorial Museum) hanno fornito copia dei documentari girati dagli Alleati nella fase immediatamente successiva alla liberazione dei campi. Nell’economia della mostra, i filmati costituiscono parte essenziale della narrazione. Per certi aspetti, sono essi stessi la narrazione, sebbene abbiano per lo più una posizione sacrificata e le immagini scorrano su schermi piccoli che il visitatore può guardare rimanendo in piedi. Il resto della documentazione è organizzato su più livelli: quello verticale – costituito da pannelli didattici, immagini d’epoca e dalle opere di David Olère – e quello orizzontale, composto da oggetti, documenti, immagini e lettere custoditi nelle teche. Una sezione trasversale attraversa la mostra con le biografie di venti ebrei italiani (deportati dalla penisola o dal Dodecaneso) sopravvissuti alla Shoah. Elemento centrale dell’esposizione diviene il dramma individuale dei «salvati»; la contestualizzazione dell’esperienza è sovrastata dalla sfera privata degli affetti, messa in vetrina attraverso l’esposizione di oggetti e fotografie che la rappresentano e la riproducono. L’attenzione si focalizza sulle storie familiari. Sui matrimoni. Sui figli e sui nipoti. Una fotografia scattata a Birkenau in tempi recenti durante un corso di aggiornamento per insegnanti riporta l’attenzione sull’uso pubblico della storia e della memoria della Shoah.

 

 

 

Entriamo e concentriamoci sull’elemento verticale della mostra; sulle pareti, ci sono una mappa del sistema concentrazionario nazista (1933-1945) e una spiegazione introduttiva alla storia dei Lager; segue una serie di pannelli che forniscono, campo per campo, alcune nozioni schematicamente riportate[5]. In altri, troviamo alcune coordinate utili a ripercorrere la storia delle evacuazioni, gli ultimi mesi del Reich e le cosiddette marce della morte, fino ad arrivare al tema della mostra. La liberazione dei campi nazisti è raccontata attraverso blocchi di immagini posizionate su tela nera. Questi i capitoli principali attraverso i quali si snoda la narrazione: “I prigionieri morti”; “Festeggiamenti e comitati”; “I prigionieri liberati”; “La cura dei sopravvissuti”; “Le prove dei crimini”; “Affrontare gli aguzzini”; “Displaced Persons Camps”; “Rimpatrio e assistenza” e “La ricerca dei deportati”, dove si arriva passando sotto una riproduzione di quell’espressione beffarda (Arbeit macht frei) che i prigionieri varcavano entrando e uscendo dai campi per il lavoro forzato. L’ultima parte è dedicata all’esposizione di alcuni lavori di studenti coinvolti nel progetto didattico “I giovani ricordano la Shoah”. Colpisce l’ossimoro che sottintende che qualcuno possa ricordare qualcosa che non ha mai né visto, né vissuto; così come colpisce la forzata sinonimia tra il verbo “ricordare” – che è azione privata – e l’impegno alla memoria, che è, invece, atto pubblico e, quindi, politico. Colpisce. Ma non disturba, poiché ben si adatta alla logica di una mostra che si nutre di dettagli. Li mette insieme e insieme li espone. Vediamo, allora che cosa si trova in vetrina. In una delle prime, ci sono il documento di riconoscimento rilasciato a una sorvegliante del campo; una cartolina dal campo di Dachau con l’immagine di un gruppo di SS che sorveglia dei prigionieri in marcia; un libretto militare rinvenuto a Flossenbürg; un distintivo d’onore del partito nazionalsocialista; una frusta e un buono di 50 Reichsmark da spendere nella mensa delle SS a Buchenwald. In un’altra, sono esposte un’immagine d’epoca e una pietra accompagnata da una didascalia che spiega: “Pietra proveniente dalla tristemente famosa cava di Mauthausen”. Seguono oggetti di vita concentrazionaria: piatti, cucchiai e tazze di detenuti a Buchenwald, Dachau e Bergen Belsen. Un altro cucchiaio. Un barattolo di Zyklon B proveniente dal campo di Auschwitz-Birkenau. La divisa di un internato a Buchenwald. Carte da gioco realizzate da alcune prigioniere di Ravensbrück. Pedine in legno degli scacchi e una scatola in metallo. Una catenina d’oro con la stella di David ritrovata a Mauthausen. Una fascia di stoffa proveniente dal campo di Bergen Belsen con ricamato un triangolo nero. Tre placche di identificazione di prigionieri politici italiani internati a Mauthausen. Uno spazzolino da denti e un coltellino di produzione italiana rinvenuti a Buchenwald. Occhiali. Pettini. E una valigia. Due scarpe in miniatura che alcune prigioniere di Ravensbrück, spiega la didascalia, realizzarono “come simbolo della speranza di sopravvivere e di tornare vive a casa”. Colpisce l’atteggiamento fideistico implicitamente richiesto dall’indicazione che accompagna gli oggetti. Colpisce. Ma non disturba, poiché ben si adatta alla logica di una mostra che si nutre di dettagli. Li mette insieme e insieme li espone, in un bazar della memoria ordinato e pulito.

 


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[1] Roma, Complesso Monumentale del Vittoriano, 19 novembre 2008 – 1 marzo 2009. Mostra a cura della Fondazione Museo della Shoah.

[2]
[2] Roma, Complesso Monumentale del Vittoriano, gennaio 2012. Mostra a cura della Fondazione Museo della Shoah.

[3]
[3] Roma, Complesso Monumentale del Vittoriano, 27 gennaio – 11 marzo 2012. Mostra a cura della Fondazione Museo della Shoah.

[4]
[4] Roma, Complesso Monumentale del Vittoriano, 16 ottobre – 30 novembre 2013. Mostra a cura della Fondazione Museo della Shoah.

[5]
[5] Più esattamente, le voci scelte per ripercorrere la storia dei Lager sono: ubicazione, apertura, sottocampi, comandanti, caratteristiche principali, prigionieri, numero totale dei prigionieri, numero delle vittime, cause di mortalità, lavoro forzato, trasferimenti ed evacuazioni del periodo finale, liberazione, prigionieri politici ed ebrei deportati dall’Italia e da Rodi.

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    By: Elisa Guida

    Elisa Guida e’ iscritta al Dottorato di ricerca in “Storia d’Europa: società, politica, istituzioni (XIX-XX secolo)” dell’Università di Viterbo. Si occupa della storia della Shoah e del rapporto fra storia, letteratura e memoria, con particolare attenzione alle figure di Edith Bruck e Piero Terracina. Tra le sue pubblicazioni Dopo l’era del testimone: riflessioni di metodo in S. Consenti, Il futuro della memoria, Edizioni Paoline, Milano, 2011, pp. 122-132; Dentro la sostanza. In viaggio con Edith Bruck, Fondazione Villa Emma, Perugia, 2012; Dall’era dei divieti alla memoria del XXI secolo: un percorso nella rappresentazione della Shoahattraverso la poetica di Edith Bruck in “Cuadernos de filologia italiana”, Universidad Complutense de Madrid, vol. 18, 2011, pp. 141-159.

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    E che cosa faccio, adesso, se non posso studiare?
    Itinerari nella memoria della Shoah
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