Dalla Storia dei media ai media come Fonte di Storia: La Radio

Roberto Maragliano, studioso di mezzi di comunicazione e di “multimedialità”, docente di Tecnologie dell’Istruzione e dell’apprendimento presso l’Università Roma Tre, ha analizzato il ruolo e la funzione della radio nel rapporto con la storia, sia come fonte per la ricostruzione storica che come medium di massa storicamente determinato. La prima considerazione sulla quale Maragliano ha invitato a riflettere è che “la radio non esiste”. Questa affermazione sottolinea come, a differenza di altri mezzi di comunicazione, il medium radio deve essere interpretato a partire dalla sua dimensione “volatile”, “leggera”, “immateriale”, capace di propagare contenuti attraverso la circolazione nell’etere, proprio come se fosse qualcosa di cui si fatica ad avere una percezione, se non considerata attraverso la sua dimensione sonora. La radio è un medium centrale nella storia dei mezzi di comunicazione poiché ha rappresentato la grande svolta dell’acquisizione di massa della riproduzione sonora, in quanto il disco al momento della comparsa della radio non era ancora un prodotto di massa. L’avvento della radio ha dunque determinato una “rivoluzione” a livello della percezione della collettività della dimensione sonora. Da questa impostazione emerge una delle caratteristiche peculiari del mezzo, la sua “oralità di massa”. L’oralità della radio rientra all’interno del parlato mediato e condizionato dalla tecnologia, definito da Walter J. Ong come “oralità secondaria” [1]; secondo questa interpretazione “la trasformazione elettronica dell’espressione verbale ha accresciuto quel coinvolgimento della parola nello spazio che era iniziato con la scrittura, e ha contemporaneamente creato una nuova cultura, dominata dall’oralità secondaria”[2]; per altri versi, come ha osservato Peppino Ortoleva, il mezzo radiofonico “presenta una caratteristica intimamente contraddittoria: da un lato ha la capacità di rivolgersi a grandi platee, dall’altro ha la simultaneità propria del parlato faccia-a-faccia”[3]. Nelle riflessioni esposte negli anni Trenta da Rudolf Arnheim e Bertolt Brecht, in un momento in cui la radio si affermava come primo medium di massa elettrico, si tendeva a valorizzare la capacità del mezzo di mettere realmente in contatto “le persone” tra loro[4], ad esaltare la “cecità” della radio e la sua peculiarità di costruire “un mondo di suoni” dove era l’orecchio a restituire la “percezione del mondo”, così come veniva proposto dalla scatola sonora[5]. Inventata tra il 1907 e il 1910, le prime esperienze di broadcasting della radio risalgono al 1917. Da quel momento la radio perdendo la sua connotazione originaria di strumento erede del telegrafo per la comunicazione punto a punto, si è trasformata in un mezzo di comunicazione di massa. L’ “età d’oro” della radio nel corso del Novecento si registra tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta. Secondo Maragliano la storia della radio deve partire dall’analisi della sua ricezione e penetrazione nell’esperienza degli individui, puntando a costruire una sorta di “antropologia” della radio. Attraverso la presentazione di immagini fotografiche che sovrapponevano diversi modelli di radio in diverse fasi storiche, il relatore ha mostrato come la radio è a livello di esperienza individuale soprattutto l’atto dell’ “ascolto”, caratterizzando l’ambiente sonoro entro cui si colloca e favorendo l’affermazione di una dimensione abitudinaria. Anche l’evoluzione tecnologica del mezzo testimonia come la radio, dopo l’applicazione del transistor si è progressivamente miniaturizzata fino ad arrivare alla scomparsa del mezzo, si pensi alle radio portatili degli anni Sessanta, per giungere all’odierna immaterialità delle web radio, preceduta dal successo del walkman negli anni Ottanta. La radio scompare ma resta un forte contatto sonoro di tipo auricolare. Cosa resta della dimensione sonora della radio? Secondo lo studioso la radio resiste perché si basa su una forma di rapporto con qualcuno o qualcosa. Da qui resta centrale l’idea di flusso radiofonico, inteso come un insieme di materiali eterogenei distribuiti sulla base del tempo di vita domestico. La televisione, che non a caso diventerà il medium di flusso per eccellenza come ha mostrato Raymond Williams[6], si approprierà delle sperimentazioni e delle innovazioni operate dalla radio nei primi decenni della sua esistenza. Per scrivere una storia della radio è necessario partire dalla considerazione che la radio è ricezione e ambiente. Il carattere “camaleontico” del mezzo è un altro aspetto centrale della sua storia: fin dall’inizio infatti la radio non si distingue dal telefono nel senso che il telefono viene utilizzato per ascoltare l’opera mentre la radio è utilizzata come telefono che mette in comunicazione gli individui. Dalla prospettiva di Maragliano anche l’atto di nascita della radio può esser fatto risalire alla sua dimensione “camaleontica”, in particolare in relazione alla figura di Guglielmo Marconi. Marconi costituisce una figura importante poiché può essere considerato il padre della radiofonia, a differenza di altri media la cui paternità è data da scambi e ricerche collettive. Guglielmo Marconi, appartenente per nascita a due culture, quella inglese e quella italiana, impersona la figura del maker, l’inventore che è lontano dall’accademia ed esprime varie identità anche sotto il profilo professionale. L’identità più marcata diventa presto quella commerciale e industriale. Marconi nel momento in cui la radio passava da una dimensione “di rete” ad una dimensione broadcasting, aveva compreso che era necessario investire e costruire una dimensione industriale, aziendale e culturale per la radio[7]. Questa impostazione sarebbe stata ripresa anche dal primo direttore della BBC Sir John Reith, secondo il quale compito del servizio radiofonico era quello di “educare, informare intrattenere”[8]. Durante il periodo di massimo fulgore della radio, Maragliano ha ricordato come il mezzo abbia rappresentato una sorta di status symbol per gli uomini politici, tanto europei che statunitensi. Da questo punto di vista è proprio a partire dagli anni Trenta che si affermano due filoni dell’uso della radio in ambito politico: la radio come apparato di comunicazione di una società autoritaria soprattutto in Europa con gli esempi del regime nazista, dove Goebbels la considerava come il più potente strumento di propaganda e manipolazione delle masse e del fascismo quando dagli anni Trenta la radio assurge a simbolo della propaganda del regime. Negli Stati Uniti invece, dove il sistema radiofonico era organizzato sui canali privati e sulla concorrenza basata sui ricavi pubblicitari, venne utilizzata come strumento per avvicinare il pubblico al Presidente, come testimoniavano “le chiacchierate intorno al caminetto” che Franklin D. Roosevelt rivolgerà ai cittadini statunitensi dalla Casa Bianca fin dal marzo 1933. Attraverso questo appuntamento fisso con gli ascoltatori aumentava la dimensione da salotto della radio: era come se il Presidente si recasse nella case dei cittadini, nella loro dimensione più intima e familiare per informarli sulla situazione politica ed economica del Paese. Un rapporto così diretto era favorito proprio dalle caratteristiche della radio che permettevano di immergersi in determinate situazioni di ascolto. Inoltre è sempre negli anni Trenta che la radio rendeva possibile l’esperienza della ripresa dal vivo, del “qui e ora” della cronaca, della simultaneità che permetteva agli ascoltatori di vivere importanti avvenimenti di attualità come se fossero presenti sul posto. La radiocronaca del disastro del dirigibile Zeppelin LZ 129 Hindemburg nel maggio 1937 nel New Jersey, trasmessa il giorno seguente alla tragedia dall’annunciatore Herbert Morrison della WLS Radio di Chicago, costituisce la prima ripresa dal vivo di un grande avvenimento traumatico[9]. La radio dimostrava anche di essere uno strumento in grado di rappresentare la realtà esterna all’interno delle case degli ascoltatori e in alcuni casi il suo potere di condizionamento risulta così efficace da far sembrare reali eventi che in realtà sono frutto di finzione. Celebre rimane la diffusione dello sceneggiato radiofonico “La guerra dei mondi” (War of worlds), interpretato da Orson Welles il 30 ottobre 1938 sulle frequenze della stazione CBS e ispirato all’omonimo romanzo di Herbert George Wells, in cui si descriveva l’invasione degli alieni sulla Terra[10]. Nonostante gli annunci trasmesso indicassero che si trattava di una fiction, molti ascoltatori furono presi dal panico, convinti che l’evento si stesse verificando realmente.

Durante la seconda guerra mondiale il carattere “volatile” del suono fu decisivo nella propaganda antinazista, con l’importante ruolo svolto da Radio Londra nel rafforzare il sentimento di opposizione alla Germania di Hitler e nel diffondere informazioni decisive sugli sviluppi degli eventi bellici.

Secondo Maragliano nell’analisi della radio come fonte di storia rimane viva la dimensione “mitologica” del suono, inteso come esperienza di percezione sonora su cui invita a soffermarci. Un piccolo residuo di cronaca sonora resiste ancora oggi, nell’ambito delle partite di calcio. Infatti malgrado l’avvento della televisione, l’esperienza di ascolto delle radiocronache calcistiche è ancora più forte di quella visuale, una forma di primordiale umano che resiste solo nell’ambito delle radiocronache. Quello che è necessario sottolineare è proprio la capacità dell’esperienza sonora della radio, che ne permette una percezione intima e profonda, accentuandone il carattere di interattività con i propri ascoltatori.

Le riflessioni di Roberto Maragliano, evidenziano come la radio è un medium trascurato come fonte storiografica proprio a causa delle sue caratteristiche peculiari. Quando infatti si afferma che “la radio non esiste”, si vuole insistere su di essa come medium della mobilità, della leggerezza. Proprio perché costituisce in molte occasioni un ambiente sonoro si tende a dare per scontata la sua presenza, che si manifesta in modo quasi banale, proprio perché inserita all’interno della cornice creata dai mezzi di comunicazione, che hanno caratterizzato il “secolo dei media”[11]. Da questo punto di vista è giusto riconoscere nelle riflessioni di Maragliano la necessità di studiare l’impatto sociale del mezzo così come si è definito storicamente dalla sua nascita agli inizi del Novecento fino alle sue recenti evoluzioni come web radio. La radio rappresenta un’importante fonte per la storia, sia come documento sonoro capace di registrare una data epoca, sia come evoluzione del medium dal punto di vista delle tecniche e del suo uso/consumo nella società. Un mezzo di comunicazione in grado prima dell’arrivo della televisione di rappresentare la vita quotidiana. Se la radio  ha il potere di “ri-temporalizzare il mondo” dei suoi ascoltatori[12], essa ha il potere di creare “nuovi mondi” a partire dal suono, attraverso la capacità di attrarre e suscitare immagini che nascono come percorsi alternativi ai vincoli della percezione visiva.

L’esperienza personale e privata della radio, definita come “tamburo tribale” da Marshall McLuhan, uno spazio che trasforma la “psiche in un’unica stanza degli echi”[13], restituisce la dimensione tipica dell’oralità. Si pensi per citare l’esempio più immediato ma non per questo meno significativo, al suo legame con il telefono che ne rafforza l’interattività, permettendo agli ascoltatori, anche solo per pochi istanti, di sentirsi protagonisti della comunicazione. Anche se l’“età d’oro” della radio a livello di centralità nella società è stata in una fase determinata del Novecento, questo medium ha conosciuto attraverso lo sviluppo delle tecnologie nuove capacità di adattamento che la proiettano ampiamente verso il futuro. Negli anni Settanta grazie allo sfruttamento della modulazione di frequenza si sviluppò un vasto e capillare tessuto di radio libere, locali e private, con l’avvento della Rete, la radio ha trovato nuovo canali espressivi dove le web radio hanno aumentato il grado di interattività del mezzo, dimostrando di sapersi adattare, attraverso le capacità “camaleontiche” ricordate da Maragliano ad un sistema della comunicazione in rapido mutamento ed ad una società “liquida” globale e fortemente localistica al contempo[14]. Studiare la radio significa anche studiare le forme, le strutture, l’organizzazione e la programmazione per comprendere quanto la televisione nei primi anni della sua diffusione si sia nutrita di formule già sperimentate dal mezzo sonoro[15]. La televisione ha rapidamente sostituito durante gli anni Sessanta la radio anche nella sua collocazione domestica, al centro del salotto, finestra sul mondo che da una percezione sonora si è trasformata in visiva, seguendo schemi consolidati nati con la radio. Così come la radio diventa fondamentale per comprendere i due differenti modelli di broadcasting sviluppati a partire dagli anni Venti-Trenta negli Stati Uniti e in Europa. Se negli Stati Uniti si è imposto rapidamente un sistema commerciale basato sulle entrate pubblicitarie, in Europa il modello del monopolio e della radio televisione come servizio pubblico sarebbe durato a lungo e sarebbe stato intaccato proprio dalla comparsa delle prime radio pirata in Inghilterra negli anni Sessanta e dalle radio libere degli anni Settanta prima in Italia e successivamente in Francia. Con questo mutamento inoltre la radio ha dimostrato di costituire un mondo capace di anticipare i mutamenti più profondi del sistema dei media, vale a dire quello basato sulle immagini. Come ha evidenziato Alberto Abruzzese “è stato così per il transito dal regime monopolistico di stato al dualismo instabile, selvaggio, tra reti pubbliche e reti private, tra dimensioni centralizzate e dimensioni decentrate, tra dimensioni nazionali e dimensioni locali, tra lingua e dialetti, tra linguaggi unidirezionali e linguaggi interattivi, tra saperi istituzionali e sapere anti-istituzionali, tra linguaggi autoritari e linguaggi demenziali, tra stili armonici e stili urlati, tra modelli controllati e modelli deregolamentati”[16]. Una radio che con le sue infinite possibilità di fruizione si è trasformata ormai in una radio on demand, capace di soddisfare i gusti, gli interessi e le preferenze più vari e articolati. La radio ha anche subito con questa mutazione il passaggio dal broadcasting al narrowcasting, da una comunicazione di massa ad una comunicazione individualizzata e segmentata. In ciò è possibile riconoscere una dicotomia tra i poteri unificanti di un mezzo come la radio e la sua capacità di segmentare il pubblico in nicchie separate In questa trasformazione venivano appunto anticipati processi che sarebbero arrivati a compimento con l’avvento di Internet. La radio, da cornice sonora di un determinato ambiente si è trasformata in medium fortemente centrata sull’individuo, rafforzando una dimensione intima attraverso l’offerta di un pluralità di formati e dunque di immaginari “sonori” che riflettono identità musicali, generazionali e culturali in rapido mutamento. La radio – come ha osservato Paddy Scannell[17] – possiede la capacità di costruire una sfera pubblica non solo nel senso strettamente politico, ma anche in quanto spazio di divertimento e sonorità condivisi. Da questo punto di vista la radio usata come fonte per la ricerca storica può rivelarsi utile per indagare in una prospettiva ampia e articolata i mutamenti avvenuti in entrambi gli ambiti. Nonostante la sua volatilità, la sua “invisibilità”, grazie alle peculiarità di adattamento nel corso della sua esistenza, la radio si presenta come un mezzo di comunicazione che può essere fonte per la storia, ma al tempo stesso può essere studiato come un oggetto di storia, proprio per la sua capacità di registrare pratiche sociali e intercettare stili, abitudini e consumi culturali nel corso di una vicenda che è ormai secolare.

 

 

 

 


[1] Cfr. W. J. Ong Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna 1986.

[2] Ivi, p. 190

[3] Cfr. P. Ortoleva, La cavalleria leggera della comunicazione, in F. Monteleone (a cura di), La radio che non c’è. Settant’anni un grande futuro, Donzelli, Roma 1994, p. 24.

[4] Cfr. B. Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, Einaudi, Torino 1973.

[5] Cfr. R. Arnheim, La radio, l’arte dell’ascolto, Editori Riuniti, Roma 2003.

[6] Cfr. R. Williams, Televisione: Tecnologia e forma culturale: e altri scritti sulla tv, Editori Riuniti, Roma 2000.

[7] Per una recente biografia di Marconi si veda R. Chiaberge, Wireless. Scienza, amori e avventure di Guglielmo Marconi, Garzanti, Milano 2013.

[8] Sul rapporto fra evoluzione tecnologica dei media ed educazione cfr. R. Maragliano, M Pireddu, Storia e pedagogia nei media, Garamond, Roma 2012.

[9] Per una riproduzione della trasmissione si rimanda al seguente link: http://www.otr.com/hindenburg.shtml

[10] La riproduzione integrale della trasmissione è consultabile al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=Xs0K4ApWl4g

[11] Cfr. P. Ortoleva, Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie, Il Saggiatore, Milano 2009.

[12] Cfr. P. Scannell, Radio, Television and Modern Life: a phenomenological approach, Blackwell Publishers, Oxford 1996, pp. 148-151.

[13] Cfr. M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 2008.

[14] Cfr. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2011.

[15] Cfr. E. Menduni, Il mondo della radio. Dal transistor ai social network, Il Mulino, Bologna 2012. 

[16] Cfr. A. Abruzzese, Dialoghi del tempo vissuto, in F. Monteleone (a cura di), La radio che non c’è, cit., pp. 8-9

[17] Cfr. P. Scannell, Radio, Television and modern life, cit.

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    By: Raffaello A. Doro

    Il cambiamento del sistema mediatico francese all’inizio degli anni Ottanta, con la votazione della legge del luglio 1982 che sancisce la fine del monopolio statale sulle comunicazioni, non sarebbe stato possibile senza il composito e variegato movimento delle radio libere, attivo in Francia nel periodo tra il 1977 e il 1981. Thierry Lefebvre, storico dei media, del cinema e autore di numerosi contributi sull’argomento, nel volume La Bataille des radios libres, ricostruisce gli avvenimenti significativi che segnano la lunga fase di clandestinità delle radio libere francesi prima dell’avvento al potere di François Mitterrand nel maggio 1981. Il tema della libertà di antenna, strettamente correlato con il diritto alla libertà di espressione, poneva in primo piano la gestione dei media, già profondamente criticata durante gli avvenimenti del maggio ’68. Dopo l’elezione di Valéry Giscard d’Estaing nel 1974 il controllo del governo sui canali della radio televisione pubblica era stato rafforzato trasformando la questione del monopolio in un argomento rilevante nel dibattito dell’opinione pubblica.

    Attraverso un ampio uso di fonti orali, Lefebvre ripercorre con attenzione le origini del movimento delle radio libere in Francia. A partire dalla nascita della rivista Interférences nel 1974 vengono ricostruiti i primi effimeri tentativi di trasmissioni al di fuori del monopolio, sottolineando il carattere esemplare che assume il modello italiano per la situazione francese. In Italia una sentenza della Corte Costituzionale del luglio 1976 aveva posto di fatto fine alla gestione statale sulle comunicazioni audiovisive decretando in pochi anni una crescita senza precedenti del settore radiofonico e televisivo. Lefebvre ricorda inoltre la situazione specifica della Francia dove accanto alle radio del servizio pubblico esistono le radio cosiddette “periferiche” come RTL, Europe 1 e Radio Monte-Carlo. Queste emittenti, con gli studi situati in Francia e i trasmettitori posti al di fuori dei confini dell’Esagono, pur rispettando il monopolio, venivano tollerate poiché controllate in modo indiretto dallo Stato che deteneva delle quote di partecipazione nei bilanci delle singole emittenti.

    In questo quadro legislativo, a partire dal marzo 1977 diverse radio “libere”, “pirata” o “clandestine” sorgono in varie parti della Francia: militanti extraparlamentari, ecologisti, avvocati, giornalisti, sindacalisti, uomini politici o semplici appassionati di tecnica radiofonica e di musica si mobilitano per creare il proprio strumento di comunicazione.

    I risvolti politici della “bataille des radios libres”, sono ben evidenziati da Lefebvre quando si sofferma sul ruolo svolto da un gruppo di giovani avvocati, militanti del Partito Repubblicano del Presidente della Repubblica Giscard d’Estaing. Dopo aver subito una denuncia per l’attività della propria radio(Radio Fil Bleu a Montpellier), essi spostano la questione sul terreno giuridico richiamandosi alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e al principio della libertà di espressione, evidenziando le contraddizioni della legge davanti ad una situazione in cui l’uso della banda FM e i progressi tecnologici consentono di realizzare una radio con costi accessibili a tutti.

    Nonostante l’attivismo di molti animatori radiofonici, la repressione del governo che resta fedele al principio monopolistico, impedisce un ascolto stabile e duraturo e le trasmissioni si limitano ad appuntamenti settimanali e generalmente preregistrati per evitare il “brouillage”, il disturbo sistematico sul segnale emesso dai servizi di controllo di Télédiffusion de France nei confronti delle radio libere. La promulgazione della Legge Lecat, che dal giugno 1978 inasprisce le misure contro chi avrebbe trasmesso al di fuori del monopolio, segna secondo Lefebvre l’incapacità della governo liberale di Raymond Barre di rispondere ad un bisogno di comunicazione sollecitato da più parti della società francese. Il nuovo provvedimento stabiliva che chiunque avrebbe trasmesso al di fuori del monopolio rischiava dai 10000 a 100000 franchi di ammenda e da un mese ad un anno di prigione.

    Dalla fine del 1978 la storia delle radio libere si intreccia strettamente con le vicende più generali della società francese. Per contrastare il piano di licenziamenti proposto dal governo nel settore dell’industria siderurgica i sindacati CFDT e CGT creano le proprie radio di lotta nella regione della Lorena, fornendo un sostegno molto importante alla popolazione del bacino di Longwy che utilizza la radio per far sentire la propria voce in un momento di crisi.

    La partecipazione diretta dei sindacati alla battaglia per la fine del monopolio contribuisce a far evolvere le posizioni anche all’interno dei partiti politici. Le forze di destra, UDF e RPR, pur non essendo ideologicamente contrarie alla fine del monopolio statale sulle comunicazioni, mantengono una posizione di rigida chiusura, al punto che il primo ministro Raymond Barre nel settembre 1979 apostroferà le radio libere come il “germe potente dell’anarchia”. Lo spettro dell’“anarchie à l’italienne”, con la conseguente proliferazione di radio private cresciute in modo vertiginoso in questi anni, è agitato da Giscard d’Estaing e Barre anche come un rischio per i finanziamenti alla stampa regionale.

    Nell’ambito dei partiti della sinistra, PCF e PS, che rimangono legati all’idea di monopolio, si propone la creazione di radio locali municipali, gestite dagli eletti e dai rappresentanti delle collettività locali. Radio Lorraine Coeur d’Acier, la radio della CGT di Longwy, sembra rispondere a questa tipologia di emittente, ma riveste al tempo stesso un ruolo del tutto specifico per il movimento delle radio libere, considerata come un simbolo di resistenza della popolazione della Lorena davanti al rischio della perdita del posto di lavoro.
    La vicenda della trasmissione di Radio Riposte, la radio della Federazione di Parigi del Partito Socialista, avvenuta il 28 giugno 1979, rappresenta un avvenimento decisivo. Dalla ricostruzione di Lefebvre emerge come in seguito alla denuncia ricevuta da François Mitterrand per aver partecipato a questa trasmissione, il tema del monopolio e della libertà di antenna diventerà uno dei temi più caldi durante la campagna per le elezioni presidenziali del maggio 1981. Non è infatti un caso che uno delle 101 proposte del programma di governo del futuro Presidente della Repubblica prevede la fine del monopolio sulle comunicazioni e che uno dei primi provvedimenti attuati dal nuovo governo socialista nel 1981 sia la legge di tolleranza nei confronti delle radio libere ancora clandestine, completata poi dalle legge del luglio 1982 che sancisce definitivamente la fine del monopolio.
    Nel testo di Lefebvre sono evidenziate le posizioni contrastanti delle federazioni nazionali delle radio libere, in particolare l’ALO (Association pour la Libération des Ondes) e la FNRL (Fédération Nationale des Radios Libres) sullo statuto delle nuove radio rispetto al finanziamento e alla potenza dei trasmettitori. Se l’ALO è favorevole ad un ricorso limitato alla pubblicità, la FNRL si oppone ad ogni ipotesi di finanziamento pubblicitario così come all’aumento della potenza dei trasmettitori nel timore che in questo modo il settore si sarebbe aperto alle grandi imprese commerciali relegando in secondo piano la comunicazione sociale e locale. Tali divergenze mostrano già quali saranno i punti di maggiore divergenza nel momento in cui sarà definita la nuova legge che regolamenta il settore a partire dal 1981.

    La vicenda di clandestinità delle radio libere francesi tra il 1977 e il 1981, così come raccontata nell’opera di Thierry Lefebvre, permette di cogliere alcuni passaggi importanti e alcuni attori significativi della società francese che appaiono decisivi nella definizione successiva di un nuovo quadro legislativo per i mezzi di comunicazione di massa che durante il decennio Ottanta avrebbe cambiato in profondità il sistema mediatico francese. Dopo le opere scritte a ridosso di quegli anni, o dedicate al periodo successivo al 1981, il libro di Thierry Lefebvre, offre numerose piste di ricerca che permettono di cogliere la genesi del movimento delle radio libere in Francia, considerato dall’autore come una trasformazione dello spirito del “mai ’68”, mostrando la capacità della radio di permettere l’espressione di gruppi politici, minoranze, identità linguistiche locali, rivendicazioni territoriali, e più in generale tutte quelle voci che solitamente erano escluse dai grandi canali di comunicazione.
    L’opera di Thierry Lefebvre indaga con attenzione e cura questo periodo, che diventa di estrema utilità per comprendere le evoluzioni successive, radicali e irreversibili, che il paesaggio audiovisivo francese ha conosciuto a partire dal maggio 1981.

    Cfr. in particolare F. Cazenave, Les radios libres, Presses Universitaires de France, Paris 1980 e C. Collin, Ondes de choc. De l’usage de la radio en temps de lutte, L’Harmattan, Paris 1982.
    Cfr. A. Cojean, F. Eskenazi, FM. La folle histoire des radios libres, Grasset, Paris 1986.

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    Il rotocalco televisivo di informazione: Tv7 racconta l’Italia degli anni Sessanta
    Recensione: Arturo Marzano, Onde fasciste. La propaganda araba di Radio Bari (1934-43)
    Officina della Storia Indice n. 16/2016

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