Recensione: Maurizio G. De Bonis. L’immagine della memoria – La Shoah tra cinema e fotografia

Dopo il documentario Notte e nebbia (1956) di Alain Resnais e il film Kapò (1959) di Gillo Pontecorvo, il cinema che si occupava della Shoah è passato attraverso percorsi laterali: troppo aperte erano le ferite, troppo vicino l’inferno dei lager, per affrontare direttamente un evento unico nella storia dell’umanità. Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato e, dopo una pausa necessaria di riflessione, si è assistito ad una proliferazione, talora incontrollata, di pellicole ed eventi artistici legati alla Shoah. Film come Schindler’s List (1993) di Steven Spielberg, La vita è bella (1997) di Roberto Benigni o Train de vie (1999) di Radu Mihaileanu, hanno fatto accostare un pubblico molto ampio alla più grande tragedia del secolo scorso.

Senz’altro il cinema, e anche la fotografia, per la loro forza espressiva, sono capaci di suscitare emozioni, nonché voglia di conoscere e di comprendere: possono, cioè, svolgere un ruolo educativo fondamentale, oltre che costituire un antidoto ad una compassione momentanea che nulla porta ad una riflessione profonda sull’atrocità della Shoah, ma bisogna fare attenzione. E’ necessario non cadere nella spettacolarizzazione strumentale del dolore e della morte e vigilare affinché questo tema non diventi moda e non si trasformi in una cinica e asettica macchina per far soldi. In altri termini, è necessario che chi si occupa di cinema professionalmente, ma anche gli storici che utilizzano i film come fonti audiovisive o strumenti di un percorso didattico, siano in grado di porre un confine tra opere che degnamente si occupano della Shoah e quelle che, invece, tentano di sfruttarla per i propri interessi.

Maurizio G. De Bonis, critico cinematografico, saggista e giornalista culturale, viene incontro a questa esigenza di far chiarezza e di distinguere, con il volume L’immagine della memoria-La Shoah tra cinema e fotografia, pubblicato di recente da Onyx Edizioni. L’autore non intende costruire un discorso di carattere storico, né procedere ad una mera catalogazione di film o avvenimenti legati alla Shoah, bensì riordinare contenutisticamente e criticamente una materia spesso oggetto di sfruttamento mediatico. Per far questo, De Bonis individua tre elementi ricorrenti: rappresentazione dei campi di sterminio, memoria della Shoah, coscienza civile, attorno ai quali organizza il suo lavoro. Obiettivo dichiarato non è stilare un dizionario esaustivo quanto rintracciare film e autori che, più che rappresentare la Shoah, la evochino, anche in senso filosofico. A questo scopo, vengono accantonate pellicole, pur inerenti all’argomento, come La Tregua (1996) di Francesco Rosi o Concorrenza sleale (2001) di Ettore Scola, e, al contrario, vengono prese in considerazione opere il cui legame con la Shoah è da ricercare, piuttosto che nella ricostruzione filologica o realistica dei fatti, in uno strato profondo del senso (vd. il cortometraggio L’homme qui tousse, 1969 di Christian Boltanski). Grazie a capitoli monografici ragionati (Shoah e identità ebraica, Shoah e coscienza civile, Shoah: vittime e carnefici, La Shoah e l’infanzia negata, ecc), De Bonis ci conduce in un vero e proprio viaggio attraverso l’orrore, non tralasciando nessun aspetto e fornendoci un quadro completo e puntuale della lucida follia degli uomini.

Così, Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani smaschera il nazismo come un grande complesso di ingranaggi, chiuso in se stesso, autistico e generatore incontrollato di perversità sessuali e deformazioni mentali. Music Box (1989) di Costa Gavras, ma anche il più recente My Father (2006) di Egidio Eronico raccontano, tragicamente, di padri e figli in conflitto all’interno della Shoah. Amen (2002) di Costa Gavras e Rosenstrasse (2003) di Margarethe von Trotta mostrano, invece, due esempi positivi: da una parte, un sacerdote cattolico che prende coscienza e muta la propria visione del mondo,anche a costo di mettere a repentaglio il rapporto con la fede e di rischiare la propria vita, dall’altra un manipolo di mogli che riesce ad ottenere la scarcerazione dei mariti, prima della deportazione. Un capitolo a parte è dedicato a Roman Polanski e alla sua filmografia, letta come metafora della Shoah. Non sono, naturalmente, dimenticati i documentari: De Bonis si occupa anche del lavoro svolto da Steven Spielberg e dalla sua Shoah Foundation, al quale contrappone, però, Shoah (1985), opera filmico/filosofica di Claude Lanzmann. Infine, la fotografia: a fotografi come Michael Kenna, capaci di compiere, con superficialità, operazioni estetiche sui campi di sterminio, l’autore oppone l’opera dell’israeliano Simcha Shirman, il quale, guarda, invece, al procedimento intellettuale e creativo di Lanzmann. Nella stessa direzione vanno i lavori di Naomi Tereza Salmon, che ha documentato la Shoah attraverso gli oggetti ritrovati nei campi di sterminio e di Christian Boltanski che ha fatto della memoria l’oggetto principale della sua arte.

In definitiva, L’immagine della memoria-La Shoah tra cinema e fotografia contribuisce a restituire al tema della memoria della Shoah la profondità necessaria per una riflessione, individuale e collettiva, che non si riduca alla commemorazione di un giorno, ma sia consapevolezza profonda della tragica tendenza degli esseri umani ad accettare l’Orrore, purchè ben celato dietro un’apparente normalità.

Titolo: L’immagine della memoria – La Shoah tra cinema e fotografia
Autore: Maurizio G. De Bonis
Editore: Onyx Edizioni
Collana: Frame
Anno: 2007

Prezzo: 20,00 euro

ISBN 8890103868

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