Recensione: Enrico Landoni. Il laboratorio delle riforme.

Lo studio di Enrico Landoni ricostruisce la storia politica e il dibattito intellettuale che precedettero la formazione e la costituzione della giunta Cassinis nel gennaio del 1961, la prima amministrazione comunale di centro-sinistra che rappresentò, come scrive l’autore, la «realizzazione concreta dell’alleanza politica nazionale tra democristiani e socialisti» e che precedette di tre anni la formazione del governo Moro-Nenni.
Il libro è ben articolato: il lettore è guidato attraverso un percorso lineare che parte dal 1956, anno cruciale, segnato dal XX congresso del PCUS, dall’invasione sovietica dell’Ungheria, dal ravvicinamento, in Italia, tra PSDI e PSI e dalla fine dell’unità d’azione tra socialisti e comunisti. Avvenimenti che “sbloccarono” la situazione politica milanese che si era cristallizzata fin dal secondo dopoguerra.
La panoramica che compie Landoni sulle forze politiche in seguito ai fatti del ’56 è per questo motivo utile perché fa emergere la complessità degli orientamenti che caratterizzarono la vita politica dei singoli partiti. Le posizioni dei cattolici, dei comunisti, dei socialisti, dei socialdemocratici e dei sindacati sono ricostruire, quindi, nella loro frammentarietà; il dibattito attorno al tema dell’incontro tra democristiani e socialisti viene individuato come il fattore determinate di chiarificazione politica, che contribuì, al contempo, a confermare la predominanza di alcune peculiarità di lunga durata della scena politica del capoluogo lombardo rispetto al contesto nazionale: il dialogo costante tra cattolici e marxisti – Milano città aperta sintetizzerà, appunto, Landoni, l’indipendenza dei socialisti dal Partito comunista, la tradizione municipalista e riformista del socialismo milanese risalente alla sua prima esperienza di governo della città nel 1914.

Il percorso che portò alla formazione di centro-sinistra aveva, dunque, solide basi e una lunga tradizione di dialogo alle spalle. Tant’è vero che il progetto riformista riuscì a resistere all’intemperie seguite alle elezioni politiche del 25 maggio 1958 e alle chiusure di Fanfani ai socialisti; sicché leggendo la ricostruzione di Landoni si ha l’impressione che l’ipotesi di una giunta di centro-sinistra abbia avuto una forza autonoma, capace di far fronte a diverse opposizioni, non ultima, per ordine di importanza, quella proveniente dalla locale federazione del PCI guidata da Cossutta.

«Un ambizioso programma amministrativo, finalizzato alla trasformazione delle strutture fondamentali della realtà socio-economica del capoluogo lombardo» costituì la forza del programma riformista sul quale cattolici e socialisti conversero in occasione delle elezioni comunali del 6-7 novembre 1960 e che portarono alla formazione della giunta Cassinis.

Landoni – giustamente – scrive di Milano come di un «laboratorio delle riforme»; verrebbe da aggiungere che Milano fu laboratorio di creatività e di formazione di nuove culture politiche che non solo prefigurò i cambiamenti in atto del Paese, ma che esportò una propria formula di governo al resto della nazione. Il libro di Landoni, infatti, si inserisce in un filone di studi fecondo che attraverso lo studio delle realtà locali stimola nuovi interrogativi e apre nuove prospettive di ricerca sull’Italia repubblicana.

Un nuovo sguardo, dunque, che riflette un’inversione di tendenza nella storiografia italiana che ha rimesso recentemente in discussione i giudizi liquidatori e frettolosi sulla stagione del centro-sinistra, spesso archiviata come esperienza fallimentare e dagli esiti drammatici, se non addirittura involutivi per la democrazia italiana.

Forse influenzato dall’esigenza di compensare questo squilibrio il libro di Landoni insiste molto sul carattere pragmatico dell’avvicinamento tra cattolici e socialisti nella realtà milanese, mettendo in secondo piano, o meglio, negando la dimensione ideologica e utopica che segnò, invece, il dibattito attorno alla formazione del governo di centro-sinistra, sia a livello nazionale che a livello locale. Un’attenzione maggiore agli squilibri sociali ed economici seguiti al boom economico, in particolar modo nelle fabbriche, avrebbe aiutato, forse, a comprendere meglio l’alto tasso di conflittualità sociale che caratterizzò la storia di Milano nel decennio successivo: nel giro di pochi anni, infatti, al “laboratorio delle riforme” si affiancò un’altrettanto magmatico “laboratorio dell’estremismo”.

Il libro è comunque ben costruito e ben documentato, capace di non scivolare quasi mai nel particolarismo e restituisce al lettore, anche non esperto, la complessità della lotta politica a livello locale, confermando la validità di un filone di ricerca che merita di essere approfondito ed esteso a tutti i contesti del nord, del centro e del sud della penisola.

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