Recensione: L. Boccalatte (a cura di). Guido Quazza. L’archivio e la biblioteca come autobiografia

Oltre alla pubblicazione dell’inventario dell’archivio privato di Guido Guazza, in occasione della ricorrenza del decimo anno della sua scomparsa, il volume comprende 12 saggi, tra cui alcuni editi, pubblicati in precedenti occasioni (come il duplice contributo di Gianni Perona, e quelli di Claudio Dellavalle, Mario Isneghi, Umberto Levra, Valerio Castronovo, Claudio Pavone, Massimo Legnani, Adriano Ballone) e tre lavori più recenti prodotti da giovani studiosi (Paola Carlucci, Diego Giacchetti e Gilda Zazzara) che hanno utilizzato quelle carte dopo il loro riordinamento. Saggio dopo saggio, viene messo in luce l’itinerario di ricerca ma anche di vita e di impegno civile compiuto nell’intera esistenza dallo storico mossese.

Grande attenzione è prestata alle tappe della maturazione politica di Quazza: dalla scelta partigiana, che lo segnerà in modo profondo e influenzerà le successive fasi del suo attivismo, alla militanza, all’impegno politico. Emergono, nel corso delle varie trattazioni, la serietà e le qualità intellettuali dello storico, che si manifestarono nella sua attività di docente, di organizzatore di cultura, di uomo impegnato sul fronte politico e civile. Nel delineare il camino da lui seguito, Claudio Pavone richiama l’attenzione sul «filo rosso che lega Quazza partigiano a Quazza storico della Resistenza. È un filo in cui strettissimo è l’intreccio fra la continuità e le innovazioni innestate in essa dagli eventi culturali e politici: in una parola dall’evolversi della storia» (C. Pavone, Dalla guerra partigiana alla storia della resistenza, p. 80). L’esperienza di combattente influenzerà profondamente quella di studioso, nelle categorie interpretative che saranno al centro della sua ricostruzione storiografica (il tema della scelta, quello dell’autonomia come valore etico-politico, evidente nell’atteggiamento politico da lui assunto dopo la liberazione) e nel contributo dato alla battaglia per la legittimazione scientifica e anche accademica della storia contemporanea in generale e di quella della resistenza in particolare. «La complessità dell’itinerario qui sommariamente ricostruito ci aiuta a comprendere come Quazza, partito dall’esperienza vissuta nella Resistenza, il cui significato condensò nella “scelta” tante volte posta al centro delle sue considerazioni, arrivi al problema dello Stato e alle indagini sulla sua continuità» (ivi, pp. 94-95).

Il percorso tematico dell’indagine di uno storico, nato e rimasto modernista ma affermatosi poi come contemporaneista, è lucidamente passato in rassegna in più di un contributo: da risorgimentista piemontesista attento alle matrici e al contesto sociale, a studioso delle trasformazioni sociali e culturali, a storico dell’imprenditoria col merito di «aver indicato una chiave di lettura tale da render conto sia dei complessi intrecci tra politica, economia e società, sia dell’incidenza nel processo storico di quanto è costruzione e volontà individuale, responsabilità e impegno dei singoli» (V. Castronovo, Lo storico dell’imprenditoria, p. 79), fino alla svolta all’avvicinamento alla storia contemporanea. Grande attenzione è inoltre rivolta all’analisi e alla riflessione delle principali opere dello storico mossese, fino alla biografia di Quintino Sella, che costituisce «una sorta di testamento spirituale di Quazza». (U. Levra, Dalla storia del Piemonte alla storia d’Italia, p. 73)

Le tappe principali della sua attività vengono opportunamente ripercorse: la presidenza dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, e la carriera accademica contraddistinta da 50 anni di rapporto con l’Università di Torino, studente prima e docente poi. Durante la breve presenza alla scuola Normale superiore di Pisa, emerse la sua impostazione contemporaneistica e il suo impegno per l’introduzione dell’insegnamento della Storia contemporanea nell’Università italiana. «La sua immagine di combattivo riformatore dell’ordinamento degli studi e della pratica didattica si venne affermando a Torino solo dopo il 1968» quando divenne preside della Facoltà di Magistero negli anni della contestazione studentesca (G. Perona, La presidenza del Magistero di Torino e la riforma dell’Università, p. 135).

Fa da contrappunto alla trattazione saggistica l’inventario dell’archivio Quazza curato da Boccalatte. Il fondo, dichiarato di notevole interesse storico nel 2004 dalla Soprintendenza archivistica per il Piemonte e la Valle D’Aosta, con le opportune definizioni dei vincoli di consultazione, è conservato in deposito permanente presso l’Istituto piemontese per la storia della resistenza e della società contemporanea. Esso costituisce una fonte di primaria importanza per la storia degli itinerari politici nati dalla stagione resistenziale, della cultura storiografica, dell’università e della storia italiane.

Quazza aveva manifestato la volontà di destinare a non specificate istituzioni culturali il corpus di documenti costituiti dall’archivio e dalla biblioteca. «Risulta con chiarezza – afferma Boccalatte – il valore di strumento autobiografico attribuito all’archivio, lo schema mentale che guida l’organizzazione dei documenti che è precoce ma sostanzialmente mai abbandonato, il progetto consapevole di edificare l’immagine di sé da consegnare ai posteri» (p. 173). La funzione dello storico di autodocumentare la propria attività emerge in questa affermazione: «Nondimeno Quazza ha compiuto in itinere su questa smisurata massa di carte [del suo archivio] l’operazione di selezione – si può parlare opportunamente di “scarto” propria delle procedure di costruzione degli archivi storici per giungere a una struttura che gli consentisse di documentare giorno dopo giorno le proprie attività, la rete di rapporti, gli interessi scientifici e politici, i ruoli. La necessità esistenziale di conservare e trasmettere l’immagine di sé è preminente: lo storico ha creato la fonte primaria per la propria vicenda politica, civile e intellettuale».

Di estrema analiticità e precisione l’inventario, è opportunamente corredato da un’introduzione e da una nota biografica. Boccalatte chiarisce i criteri archivistici che hanno guidato le scelte dell’ordinamento delle carte, scelte rispettose delle volontà del soggetto produttore per il quale «la costruzione dell’archivio» era «pienamente assimilata ed equiparata alle attività politiche e scientifiche» e procedeva «parallelamente al loro esercizio» (pp. 177-178). Colpisce la mole della documentazione conservata (444 buste) strutturata in tre serie archivistiche (I “Scritti, appunti e materiali di lavoro; II “Corrispondenza”, III “Documenti integrativi”) a loro volta articolate in 38 sottoserie. Nel complesso, il volume si segnala come opera di grande originalità, in grado di documentare a 360 gradi l’itinerario biografico e le fasi distinte e diverse del lavoro dello storico, costituendo il nesso tra conservazione e fruizione di un archivio.

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    By: Maria Chiara Bernardini

    Maria Chiara Bernardini è laureata in Archivistica presso la facoltà di Conservazione dei beni culturali dell’Università della Tuscia di Viterbo, dopo aver conseguito due specializzazioni ha svolto per diverso tempo l’attività di archivista, collaborando con enti pubblici e privati. Ha in seguito conseguito il Dottorato di Ricerca in “Società, istituzioni e sistemi politici europei (XIX-XX secolo)” – XIX ciclo, presso lo stesso ateneo viterbese. Studiosa del periodo fascista, ha esaminato nello specifico il rapporto centro-periferia durante il regime, con particolare attenzione alla classe dirigente e alla complessità dei problemi relativi al rapporto tra storia nazionale e storia locale. Attualmente è docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado e cultrice della materia presso il dipartimento Disucom dell’Università della Tuscia di Viterbo. Ha collaborato al Dizionario biografico Il Consiglio di Stato nella Storia d’Italia, a cura di Guido Melis, (Giuffrè 2006) e ha pubblicato La classe dirigente negli anni del fascismo. Il caso viterbese (Sette Città, 2008)

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    La stampa, il web e i 60 anni dei Trattati di Roma
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    Dalle trincee alle retrovie.

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