Dalle trincee alle retrovie.

 

Giuseppe Ferraro è studioso dell’età contemporanea e cultore della materia presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali (cattedra di Storia contemporanea) presso l’Università della Calabria. Fa parte del Consiglio direttivo dell’Icsaic. Ha dedicato lavori significativi alla Grande Guerra tra cui il recente saggio sul neutralismo in Calabria nel volume a cura di Fulvio Cammarano, Abbasso la guerra! Neutralisti in piazza alla vigilia della Prima guerra mondiale in Italia (Le Monnier, 2015). Ferraro è curatore del volume Dalle trincee alle retrovie, e contemporaneamente autore del saggio Trincee di carta: scritture e memorie di guerra (1914-1918)[1].

L’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, che ha sede presso l’Università della Calabria, con Dalle trincee alle retrovie riesce a raccontare molteplici aspetti della Grande Guerra unendo i contributi di un gruppo di studiosi di diversa formazione culturale e provenienza geografica.

Il volume, introdotto dal curatore assieme a Vittorio Cappelli e Pantaleone Sergi (rispettivamente coordinatore scientifico e presidente dell’Istituto), è strutturato in tre sezioni tematiche: I territori, l’Italia, oltreoceano; Lontano dal cannone. La Calabria; Scienze sociali, arte, letteratura. 

I dodici saggi in cui è articolato, non offrono soltanto un contributo inedito al dibattito storiografico regionale sugli aspetti culturali e sociali relativi alla Grande Guerra, che fino ad ora ha trovato poco spazio, ma evidenziano un’originale varietà di punti di vista e di prospettive, anche geografiche, grazie ad un sapiente uso di fonti inedite.

E’ il caso dei tre saggi inclusi nella prima sezione.

Joao Fabio Bertonha esamina la “guerra di carta” tra i giornali italiani e austro ungarici di lingua italiana in Brasile durante la Grande Guerra. Nello stato sudamericano la comunità di lingua italiana era divisa tra una maggioranza originaria del Regno d’Italia e una piccola, ma significativa, comunità trentina. L’autore, attraverso lo studio della stampa periodica, mette in luce le tensioni tra queste due componenti, emerse con lo scoppio del Primo conflitto mondiale[2].

Giorgio Sacchetti prende in esame la genesi del sindacalismo nazionale italiano e la tipologia del rapporto Stato – Sindacato nella prima metà del Novecento, rapporto instauratosi in modo irreversibile, proprio con la Grande Guerra[3].

Molto interessante è inoltre la ricostruzione della società altoatesina che Andrea Dessardo effettua, indagando sulla situazione scolastica, nazionale e politica dal dopoguerra all’avvento del fascismo. Il suo studio integra fonti militari e ministeriali con le relazioni degli ispettori scolastici Canestrini e Gervasio che, nel febbraio 1920, ispezionarono alcune scuole medie femminili dell’Alto Adige. L’autore analizza i tentativi di costruzione di un sistema di istruzione in lingua italiana, che prima della fine della guerra non esisteva, e le relative resistenze in un territorio delicato a netta maggioranza tedesca, rispetto alle minoranze italiane e ladine[4].

Dal punto di vista documentario, il libro è basato sull’intreccio tra fonti archivistiche (epistolari, diari, fondi archivistici di vari enti produttori), storiografia locale e fonti a stampa, ma anche risorse iconografiche e letterarie. Ciò consente, in particolare nei sei contributi della sezione centrale del libro dedicata alla Calabria, di moltiplicare i punti di vista e offre spunti metodologici interessanti, attraverso la ricostruzione di piccoli tasselli della storia della regione.

Il citato studio di Giuseppe Ferraro mette a confronto, attraverso il loro carteggio inedito, la vicenda di due soldati che combatterono al fronte: Alfonso Russo (classe 1884) e Giuseppe De Capua (classe 1894), entrambi originari di Longobucco in provincia di Cosenza, con percorsi umani ed estrazione sociale molto diversi.

Le lettere dal fronte si prestano a molteplici interpretazioni, che vanno oltre la semplice dimensione privata: in una regione come la Calabria, con scarsa partecipazione politica e poca circolazione di giornali esse assolsero, secondo Ferraro, la funzione di informare e orientare l’opinione pubblica, perché portatrici di un forte impatto emotivo.

 

“La corrispondenza, da una dimensione famigliare e privata, passava a una propriamente pubblica, anche per la necessità di doversi rivolgere al sacerdote, al medico o al maestro per conoscere i contenuti delle lettere. Gli stessi soldati indirizzavano lettere ai parroci, ai sindaci e ad altre autorità per ricevere sussidi, licenze, chiedere aiuti per le loro famiglie e, allo stesso tempo, fornivano notizie sulla loro vita al fronte. Alcune venivano lette pubblicamente o trascritte sui giornali locali, soprattutto quelle che raccontavano gesta di eroismo nei combattimenti o di soldati caduti in guerra”[5].

Luigi Intrieri analizza il punto di vista neutralista dei cattolici cosentini nei mesi che precedettero l’ingresso in guerra dell’Italia, mediante l’analisi degli articoli del settimanale «Unione-Lavoro», diretto da don Carlo De Cardona[6].

Molto originale è anche lo studio di Vincenzo Antonio Tucci che prende in esame un campione della corrispondenza e dei registri dei soldati prigionieri della Grande Guerra del fondo “Prigionieri di guerra” dell’Archivio segreto vaticano, mettendo in luce la funzione di mediazione e l’azione caritatevole svolta dalla Santa Sede, durante il conflitto nei riguardi dei prigionieri ma anche verso malati, feriti e popolazione civile[7].

Teresa Grano ripercorre invece l’impegno politico e civile del giornalista calabrese Roberto Taverniti, morto sul Carso il 16 settembre 1916, che nei 40 numeri del suo giornale “Terra nostra”, pubblicati tra il 1913 e il 1915, aveva dibattuto con passione i problemi del meridionalismo e alcune questioni cruciali della sua regione[8].

Altri aspetti che meritano di essere segnalati sono le vicende di Oppido Mamertina durante il conflitto, che Rocco Liberti ricostruisce principalmente attraverso le Delibere del Commissario prefettizio e della Giunta, conservate presso l’Archivio storico comunale della città e quelle di due licei alla vigilia del conflitto, appartenenti a contesti urbani molto diversi , il “Galluppi” di Catanzaro e il “Campanella” di Reggio Calabria, due culle dell’interventismo, che videro cadere nella Grande Guerra rispettivamente 73 e 29 ex alunni[9].

L’ultima sezione del libro, Scienze sociali, arte, letteratura, apre la riflessione ad una prospettiva interdisciplinare: dalla battaglia ideologica, combattuta attraverso parole e immagini, dall’eclettico studioso Aby Warburg, “ebreo di sangue, amburghese di cuore, d’anima fiorentino”[10], alla produzione bellica (in prosa e poesia) di Corrado Alvaro, l’intellettuale calabrese che, arruolatosi volontariamente nel 1915 e ferito l’anno successivo, fu profondamente segnato dall’esperienza militare e tenne la sua regione d’origine come costante punto di riferimento[11].

Dal punto di vista storico-artistico escono poi confermati diversi aspetti relativi alla monumentalistica celebrativa del primo dopoguerra, nel ricorso a un repertorio iconografico “codificato”: Maria Teresa Sorrenti, presenta i risultati di una campagna di catalogazione svolta nel corso del 2014, nell’ambito delle commemorazioni del centenario, su 310 monumenti ai caduti calabresi. La ricognizione, supportata anche da ricerche presso archivi comunali locali e bibliografia e pubblicistica coeve, conferma tuttavia, per la Calabria, come per altre regioni d’Italia, una produzione monumentale anche di elevato valore artistico[12].

Nel complesso, Dalle trincee alle retrovie si segnala come un libro interessante e ben concepito, nonostante qualche contributo della sezione centrale si fondi su una base documentaria quasi esclusivamente di tipo localista. Esso ricostruisce con originalità vari aspetti di una regione lontana dal fronte, con i suoi problemi, ma partecipe degli avvenimenti bellici.

Questo lavoro non si limita, concludendo, ad approfondire una vicenda specifica, arricchendo il quadro delle conoscenze su eventi poco esplorati dalla storiografia, ma ha il pregio di non fermarsi alla sola storia regionale calabrese, aprendosi ad altre prospettive e ad altri ambiti disciplinari e suscitando interrogativi e spunti di riflessione, che potrebbero essere utili per gli studi di quanti vorranno misurarsi con questi temi.

 

 


[1]Giuseppe Ferraro, Trincee di carta: scritture e memorie di guerra (1914-1918) in id. (a cura di), Dalle trincee alle retrovie. I molti fronti della Grande Guerra, Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Icsaic), Università della Calabria-Arcavacata, 2015, pp. 77-97.

[2] Joao Fabio Bertonha, Una “guerra di carta”. Giornali italiani e austro ungarici di lingua italiana in Brasile durante la Prima guerra mondiale, ivi, pp. 13-34

[3] Giorgio Sacchetti, Guerra europea e organizzazione operaia. Genesi del sindacalismo nazionale in Italia, ivi, pp. 35-52.

[4] Andrea Dessardo, Cultura tedesca e suole italiane in Alto Adige, 1918-1922: la conquista impossibile, ivi pp. 53-74.

[5] L’autore riferisce che nella Grande Guerra morirono circa 20.000 calabresi, Giuseppe Ferraro, Trincee di carta, cit., pp. 78-79.

[6] Luigi Intrieri, I cattolici cosentini e l’entrata in guerra (1914-1915), ivi, pp. 97-108.

[7] Vincenzo Antonio Tucci, Impegni umanitari della Santa Sede a favore dei prigionieri di guerra calabresi, ivi pp. 109-128. Il saggio contiene un’appendice documentaria con l’elenco dei soldati prigionieri calabresi dei diversi lager dell’Impero austro-ungarico e tedesco, tratti dall’analisi di un campione dei registri dell’Ufficio centrale informativo di Vienna e dell’Ufficio centrale informazione del ministero della Guerra tedesco, conservati nel fondo citato.

[8] Teresa Grano, La passione politica e civile di Roberto Taverniti, un giornalista calabrese caduto sul Carro, ivi pp.129-143. I giornalisti italiani morti nella Grande Guerra furono, secondo l’autrice, 150.

[9] Rocco Liberti, Nelle retrovie della Grande Guerra: note sul caso di Oppido Mamertina, ivi pp.145-154; Giuseppe Marcianò, Due licei e la tempesta della guerra, ivi pp. 155-172.

[10] Miriam Gualtieri; Salvatore Inglese, La “Psychomachia” di Aby Warburg nella Grande Guerra, ivi, pp. 175-200.

[11] Francesco Corigliano, Evoluzione e contestualizzazione della poesia bellica di Corrado Alvaro, ivi, pp. 225-236.

[12] Maria Teresa Sorrenti, I monumenti ai caduti in Calabria. Tra Case d’Arte e professori di scultura, ivi pp. 201-224.

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    By: Maria Chiara Bernardini

    Maria Chiara Bernardini è laureata in Archivistica presso la facoltà di Conservazione dei beni culturali dell’Università della Tuscia di Viterbo, dopo aver conseguito due specializzazioni ha svolto per diverso tempo l’attività di archivista, collaborando con enti pubblici e privati. Ha in seguito conseguito il Dottorato di Ricerca in “Società, istituzioni e sistemi politici europei (XIX-XX secolo)” – XIX ciclo, presso lo stesso ateneo viterbese. Studiosa del periodo fascista, ha esaminato nello specifico il rapporto centro-periferia durante il regime, con particolare attenzione alla classe dirigente e alla complessità dei problemi relativi al rapporto tra storia nazionale e storia locale. Attualmente è docente di Lettere nella scuola secondaria di primo grado e cultrice della materia presso il dipartimento Disucom dell’Università della Tuscia di Viterbo. Ha collaborato al Dizionario biografico Il Consiglio di Stato nella Storia d’Italia, a cura di Guido Melis, (Giuffrè 2006) e ha pubblicato La classe dirigente negli anni del fascismo. Il caso viterbese (Sette Città, 2008)

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    La stampa, il web e i 60 anni dei Trattati di Roma
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