Recensione: Massimiliano Panarari, L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip.

Cos’è diventato il nostro paese? E come è cambiato il mondo in questi ultimi anni? Potesse rispondere Antonio Gramsci, forse direbbe che si è fatto ancor più “grande e terribile” di quanto non fosse ai suoi tempi. Di certo – questo è il pensiero di Massimiliano Panarari – la sinistra ha perso la sua capacità di parlare alle masse, di dettare i tempi e i temi politici e sociali. Utilizzando una categoria gramsciana, la sinistra non possiede più l’egemonia, “l’opera e la messa in atto di un’intensa opera di direzione culturale più che politica, di una pedagogia di massa che definisce i contorni di ciò che diventerà nazionalpopolare” (p.16), la cui attuazione era compito degli intellettuali organici.

Per Panarari, il canale mediatico capace più di tutti di parlare alle masse dal dopoguerra a oggi è stata ed è la televisione. Fino agli anni Ottanta, la tv di Stato è effettivamente stata pedagogica (anche se non certo gramsciana), poi, nell’apoteosi del craxismo e del rampantismo, arrivò “Drive in”: era l’11 ottobre 1983 quando la berlusconiana Italia 1 trasmise la prima puntata del “programma del decennio che rivendica con maggiore tracotanza (e con totale riuscita) la glorificazione dell’individualismo proprietario, il distillato dello Zeitgest” (p.26). “Drive in” liberò e legittimò le pulsioni più basse degli italiani, proponendo comicità di grana grossa e una gran quantità di ragazze tanto procaci quanto svestite. Mentre Reagan e Thatcher portavano avanti la loro rivoluzione conservatrice demolendo lo Stato sociale, in Italia Craxi delineò quella che Panarari ha definito “modernizzazione reazionaria” (p.29), un progetto politico ferocemente anticomunista, individualista, decisionista e consumista che non a caso trovò la sua sponda nella televisione berlusconiana: la televisione è infatti un medium diffuso, quindi adattissimo alla costruzione di un progetto culturalmente egemonico.

Il fulcro del libro di Panarari è proprio questo: dagli anni Ottanta in poi, è stata la destra a impossessarsi dei concetti gramsciani di base e a metterli in pratica. Tuttavia, vi sono due aspetti da porre in risalto. Il primo, peraltro ovvio, che l’impossessamento è strettamente collegato al rovesciamento di segno di questi stessi concetti. Il secondo, meno scontato, è che non è stata la cultura di destra (sterile, secondo Panarari, nella stessa misura in cui lo è diventata quella progressista) ad appropriarsi di Gramsci, bensì la sottocultura destroide, vale a dire quella rete di uomini e media (in sostanza tutti riconducibili alla figura di Silvio Berlusconi) che non si pone minimamente l’obiettivo di svolgere un’azione emancipatrice delle masse.

Attraverso l’uso sapiente della tv e della stampa popolare, la sottocultura di destra ha creato un sistema valoriale che Panarari ritiene estremamente deprecabile ma non per questo meno strutturato. Proprio per questo la sua capacità di determinare la forma mentale dell’uomo medio è altissima. Ma chi sono oggi quelli che Gramsci definì “i commessi del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale”? Quali nomi e quali facce hanno gli intellettuali organici dell’epoca televisiva? Per Panarari i principali di essi sono Alfonso Signorini (pp.35-52), Antonio Ricci (pp.53-72), Maria De Filippi (pp.73-88), Simona Ventura (pp.89-106), Bruno Vespa (pp.107-119). Ognuna di queste persone (in maniera più consapevole i colti, in modo più istintivo quelli meno istruiti) svolge un compito preciso nell’edificazione e nel mantenimento della struttura egemonica attualmente dominante.

L’assai istruito Signorini, direttore di un paio di giornali popolari di larghissima diffusione e uomo di stretta osservanza berlusconiana, ha un ruolo fondamentale nell’elevare il pettegolezzo a notizia di primaria importanza, invertendo così la logica polarità delle reali priorità dei suoi lettori, i quali trarrebbero molto più beneficio dall’essere informati in merito a fatti ben più rilevanti che non siano gli amori veri o inventati di divi e divetti della tv.

Analogamente, Bruno Vespa banalizza la politica e la riduce a momento di qualunquistico entertainment slegato da ogni ricaduta sociale.

Maria De Filippi e Simona Ventura nei loro reality show promuovono l’incultura a dote positiva, tratteggiando i lineamenti di una società iper-atomizzata e perennemente conflittuale in cui ognuno è sempre e comunque avversario del prossimo e in cui ogni mossa, anche la più scorretta, è legittima pur di sconfiggerlo.

Forse, però, il principale intellettuale organico della società (televisiva) postmoderna è Antonio Ricci, autore del già citato “Drive in” e di un programma di straordinario successo quale “Striscia la notizia”. Ricci tende ad auto-accreditarsi quale autore di satira progressista e uomo anti-sistema, ma per Panarari non esiste una percezione di sé più sbagliata e strumentale. Quella di Ricci e di “Striscia la notizia” non è satira, ma infotainment di basso livello, in cui a battute infime (le quali quasi sempre fanno ridere per riflesso condizionato, cioè perché lo spettatore è indotto all’ilarità dall’ascolto delle risate preregistrate che accompagnano i testi) si abbina una visione del mondo venata del più bieco qualunquismo. Ecco allora che i servizi di “Striscia la notizia” sugli sprechi non sono tanto momenti di denuncia e di critica, ma si configurano come un insieme di tessere che costruiscono un mosaico nel quale tutti sono uguali a tutti e in cui nessuno è legittimato a sentirsi migliore degli altri. Nessuno tranne Ricci, ovviamente. Se tutti sono uguali, ed ugualmente corrotti, è ovvio che non esiste alternativa all’esistente. Qualunquista e misogino, Ricci, se solo si pensa alle cosiddette veline, ragazze senza alcun talento artistico che si dimenano seminude e che sono diventate il modello della squallida mercificazione televisiva del corpo femminile.

La chiusura del libro di Panarari è un invito alla sinistra a riprendere a pensare linguaggio e contenuti televisivi, nonché a rendersi conto che il ruolo e il senso della pedagogia di massa non si sono certo esauriti. La sinistra deve uscire dal tunnel dello snobismo in cui è entrata in questi anni e guardare “invece, dall’altra parte, [dove] la funzione degli intellettuali è stata scaltramente ripescata e reinventata, certo secondo stilemi (e necessità) conformi alla produzione dell’egemonia sottoculturale” (p.129). Non occorrono sacerdoti o predicatori, conclude Panarari, ma intellettuali onesti in grado di creare un sistema di valori diverso e modalità per diffonderlo.

La conclusione de L’egemonia sottoculturale è forse la parte meno riuscita del volume, in quanto pecca un po’ di semplicismo. Panarari ha realizzato un libro in cui sostiene una tesi forte con toni a volte provocatori. Snello ed eruditissimo, però, il saggio in questione centra aspetti dell’evoluzione dell’industria mediatico-culturale italiana che chi scrive questa recensione reputa condivisibili. È infatti vero che dal riflusso di fine anni Settanta non siamo mai usciti e che da allora la sinistra ha progressivamente smarrito il suo ruolo egemonico nella società italiana, ed è altrettanto vero che la destra impiega modalità gramsciane (o simil-gramsciane) per ottenere consenso, spostando però il terreno della conquista dell’egemonia dalla cultura alta al piccolo schermo e ai giornali da parrucchiere. Altrettanto nitida appare la critica analisi dei vari intellettuali organici dell’era televisiva.

L’interrogativo che il libro non scioglie è il seguente: come si ripensa la forma e la sostanza della tv attuale e come si attua una vera pedagogia di massa se la proprietà della televisione non è della sinistra? Detta in termini più marxiani, come può darsi un diverso modo di produzione culturale se i mezzi di produzione appartengono ad altri? Intendiamoci, il clamoroso successo di trasmissioni come Vieni via con me e Report denota che Panarari non ha torto quando sostanzialmente afferma che un’altra televisione, e un’altra egemonia, siano possibili. Però non si devono dimenticare gli ostacoli che detti programmi incontrano nella loro messa in onda, e il fatto che essi riescano a trovare collocazione solo e soltanto nel palinsesto di una rete, ovviamente pubblica. Speriamo che in futuro Panarari possa formulare riflessioni altrettanto acute anche su questo tema.

Print Friendly, PDF & Email

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *