Editoriale: L’Italia repubblicana vista da fuori

«Storia di una nazione mancata potrebbe essere il titolo di questo poderoso volume», ha scritto Simonetta Fiori sulle pagine culturali di «Repubblica», recensendo, il 25 novembre 2008, il libro dello storico inglese Christopher Duggan La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 a oggi[1]. In Gran Bretagna, l’opera era stata pubblicata due anni prima, nel 2007, con il medesimo titolo (The Force of Destiny. A History of Italy since 1796), dalla casa editrice Penguin, incontrando il favore del pubblico e della stampa inglesi.

Nel suo studio, Duggan ripercorre l’evoluzione dell’idea di nazione in Italia a partire dall’invasione napoleonica fino ai giorni nostri. Duggan ritiene che il «problema della nazione italiana» sia stato formulato «in termini che ritornano in tutta la storia recente del paese»[2]. Una vicenda nazionale incompiuta, in sintesi, frenata dal continuo riproporsi della combinazione tra familismo, lotta tra fazioni e clientelismo che ha fatto prevalere, ad ogni cambiamento, l’interesse particolare su quello collettivo, l’individualismo sul senso di cittadinanza comune. Un processo degenerativo che ha accompagnato la storia dell’Italia unita e che negli anni della Repubblica ha progressivamente raggiunto il livello più inquietante: «le preoccupazioni che avevano tormentato i patrioti del Risorgimento – al cui centro stava il problema di come costruire una nazione con un passato condiviso e un senso forte di un destino e di una meta collettivi – conservano negli anni di Forza Italia un’urgenza quasi altrettanto grande che nell’epoca dei Carbonari e della Giovane Italia»[3]. Le conclusioni di Duggan sono fosche, quasi fossero un monito: «al principio del nuovo millennio l’ “Italia” continuava ad apparire un’idea troppo malcerta e contestata per poter fornire il nucleo emotivo di una nazione, o almeno di una nazione in pace con se stessa e capace di guardare con fiducia al futuro»[4].

 

 

 

 

Lo studio di Duggan ha riscosso, anche in Italia, il favore del pubblico, suscitando l’attenzione della stampa e dei media, anche in virtù del ritmo dei cambiamenti intercorsi nel quadro politico del Paese negli ultimi due anni. La nascita del Partito democratico, il 14 ottobre 2007, seguita dalla formazione del Partito della Libertà, poco più di un mese dopo, l’11 novembre, la caduta del governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi, il 24 gennaio 2008, e la vittoria della coalizione di centro-destra alle elezioni politiche, regionali e amministrative del 13-14 aprile 2008, che ha visto, tra l’altro, per la prima volta nella storia unitaria, parte della sinistra non entrare in Parlamento, hanno stimolato il dibattito culturale e allargato la richiesta di chiavi interpretative del passato che aiutassero a comprendere la problematicità dei nuovi scenari del presente[5]. A questo si è aggiunto il dibattito pubblico attorno al tema dell’identità nazionale, in vista della scadenza, nel 2011, del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia[6].

È da lungo tempo, in realtà, che la storia della Repubblica italiana ha suscitato interesse all’estero, sia in ambito accademico che presso l’opinione pubblica, facendo emergere un’articolata pluralità di posizioni e complesse chiavi interpretative. Sono anni, infatti, che l’attenzione degli studiosi stranieri è rivolta alla storia recente del nostro Paese[7]. Basti pensare, nel dibattito storiografico italiano, all’influenza dei lavori di Paul Ginsborg dedicati alla storia dell’Italia repubblicana, A History of Contemporary Italy. Society and Politics 19431988 (Penguin, London 1989) e Italy and its contents: family, civil society, state (Penguin, London 2001)[8]. O agli studi settoriali, come quelli, ad esempio, di Robert D. Putnam sulle amministrazioni e gli usi civici nell’Italia centro-settentrionale[9].

Tra il 2007 e il 2008 alcune iniziative hanno riacceso l’attenzione sul dibattito storiografico in corso in diversi Paesi circa la storia dell’Italia repubblicana italiana e il suo legame con l’oggi: la pubblicazione del volume di saggi, curato da Stuart Woolf, L’Italia repubblicana vista da fuori (il Mulino, 2007), il numero monografico (n. 100, ottobre-dicembre 2008), curato da Marc Lazar, della rivista «Vingtième siecle», L’Italie: la prèsènce du passè e, ancora a cura dello stesso Lazar, il libro collettivo  L’Italie contemporaine, de 1945 à nos jours (Fayard 2009).

Gli studi curati da Lazar e da Woolf  hanno animato un acceso dibattito, protrattosi nel corso degli ultimi due anni[10]. Con sfumature e interpretazioni differenti, ambedue i lavori hanno messo in discussione, senza negarla, la tesi storiografica dell’Italia repubblicana come l’anomalia nel contesto dell’Europa occidentale, sostenendo che le trasformazioni in corso nella società, nelle istituzioni e nel sistema politico italiani non siano del tutto comprensibili se non all’interno del quadro europeo, attraversato da tensioni analoghe. Tali posizioni possono essere considerate quasi in controtendenza rispetto a quelle presenti nel dibattito storiografico italiano, in cui la tesi dell’Italia come “eterna eccezione” trova diversi sostenitori, a volte opposti e in contrasto tra loro[11].

Due recenti convegni hanno poi esteso tale revisione critica a snodi complessi e delicati della recente vicenda repubblicana. Si tratta delle giornate di studi L’Italie des annes de plomb: le terrorisme entre histoire et mémoire (Sciences Po, Centre d’histoire, CERI/CNRS, Centre d’études et de recherches internationales, Paris, 10-11 octobre 2008), coordinate da Marc Lazar e  Marie-Anne Matard-Bonucci e il convegno Berlusconi’s politics (1994–2009). A European comparison of centre-right governments (Fondazione Bruno Kessler, Trento), curato da Gian Enrico Rusconi, da Thomas Schlemmer e da Hans Woller, svoltosi a Trento il 21 e il 22 settembre 2009.

Di segno opposto, è stato, invece, il recente convegno Berlusconi and beyond: prospects for Italy, svoltosi a Londra nel febbraio del 2010, organizzato dalla Open University e dalla Birmingham University e curato da Geoff Andrews e da Bill Emmott, ex-direttore dell’«Economist», all’interno del quale molti interventi hanno riproposto la tesi dell’eccezionalità italiana, in riferimento agli ultimi vent’anni di vita politica del Paese.

Nel confronto storiografico che si sta svolgendo all’estero sull’Italia repubblicana, in realtà, nonostante le divergenze tra tesi interpretative, indirizzi di ricerca e orientamenti culturali, è possibile rintracciare alcuni elementi di continuità. Si tratta, sostanzialmente, di nuove problematiche che hanno aperto una crepa nel dibattito tra sostenitori ed oppositori dell’eccezionalità della storia italiana in età contemporanea, facendo intravedere un inedito filone di ricerca. Esse ruotano attorno a specifici nodi tematici e sono emerse in riferimento agli ultimi venti anni di vita repubblicana[12]. Possono essere così brevemente riassunte: la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, la trasformazione dei partiti, la comparsa di movimenti politici, non solo a destra, guidati da capi carismatici, il primato della televisione quale strumento di formazione pubblica, gli effetti dei processi di de-industrializzazione e il problema della riconversione dei sistemi economici e produttivi.

Sono, non a caso, interrogativi di vasta portata che abbracciano i nodi cruciali della nostra epoca e che interessano tutte le società sviluppate: dalla crisi dello Stato-nazione alla competizione nel mercato globale, dalla transizione dei regimi democratici verso nuove forme di governo all’equilibrio nel rapporto tra benessere e giustizia sociale.

L’immagine caricaturale della politica italiana degli ultimi vent’anni, che a volte caratterizza anche gli studi più seri, sembra così fare posto ad una riflessione più preoccupata. Questo processo non è lineare e non mancano, soprattutto nel dibattito pubblico, indebiti paragoni e collegamenti tra l’Italia di oggi e quella fascista, legate da un unico filo nero che avrebbe attraversato tutta la storia repubblicana. Si è di fronte, evidentemente, ad una forzatura: un vero e proprio pregiudizio antropologico che vuole gli italiani naturalmente predisposti verso soluzioni di tipo autoritario.

Eppure l’insistenza e l’interesse con le quali il fascismo italiano continua ad essere studiato pongono alla storiografia sull’Italia repubblicana interrogativi di non facile soluzione[13]. Non si tratta, come abbiamo detto, di tracciare una linea retta tra il regime fascista e l’Italia di oggi[14]. Esiste, certo, ed è stato affrontato in sede storiografica, il problema della continuità tra il regime fascista e l’Italia repubblicana, in special modo nei suoi primi anni di vita. La questione che si pone, infatti, è di natura diversa e riguarda la storia dell’Italia nel Novecento: se essa possa essere considerata o meno come uno dei laboratori delle trasformazioni politiche, sociali e culturali della modernità capitalistica occidentale. Alla luce di questa prospettiva, il richiamo al fascismo perderebbe la connotazione polemica e si caricherebbe di tutt’altro significato.

 

 


[1] Simonetta Fiori, Ma l’Italia è una nazione? Intervista allo storico inglese Christopher Duggan, in «la Repubblica», 28 novembre 2008

[2] Ivi., p. XIV.

[3] Ivi., p. 673.

[4] Ivi., p. 674. Nell’intervista a Simonetta Fiori, Duggan sfumò il suo giudizio: «Tutti i popoli hanno un problema di identità, che non è mai qualcosa di definito, fissato per sempre. Avrei potuto parlare di idea “malcerta” e “contestata” anche per la Gran Bretagna, in Fiori, Ma l’Italia è una nazione…, cit.

[5] Tra i tanti titoli si vedano, ad esempio, Renato Manheimer, Paolo Natale (a cura di), Senza più sinistra. L’Italia di Bossi e Berlusconi, Il Sole 24 Ore, Milano 2008; Ilvo Diamanti, Bianco, rosso, verdeazzurro. Mappe e colori dell’Italia politica, il Mulino, Bologna 2008; Nicola Tranfaglia, Vent’anni con Berlusconi (19932013). L’estinzione della sinistra, Garzanti, Milano 2009.

[6] Per una sintesi delle problematiche sorte in ambito storiografico cfr. il recente contributo di Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Donzelli, Roma 2009. Vedi anche Massimo L. Salvadori, Italia divisa. La coscienza tormentata di una nazione, Donzelli, Roma 2007 e la raccolta di interventi di storici, analisti geopolitici, scrittori, giornalisti, politologi, ecc. del numero monografico di «Limes» (n. 2, 2009) Esiste l’Italia? Dipende da noi.

[7] Per una sintesi delle posizioni emerse nella storiografia anglosassone cfr. Martin Clark, Modern Italy, 18711995, Longman, London 1996; Donald Sassoon, Contemporary Italy: economy, society and politics since 1945, Longman, London 1997; P. Mc Carthy, Italy since 1945, Oxford University Press, Oxford 2000. Per una panoramica del dibattito francese vedi Jacques Georgel, L’Italie au Xxe siècle (1919-1999), La documentation française, Paris 1999 ; Catherine Brice, Histoire de l’Italie, Tempus, Paris 2003 ; Frédéric Attal, Histoire de l’Italie de 1943 à nos jours, Armand Colin, Paris 2004 e Pierre Milza, Histoire de l’Italie. Des origines à nos jours, Fayard, Paris 2005. Per il caso russo, cfr. Vyaceslav Kolomiez, Il Bel Paese visto da lontano. Immagini politiche dell’Italia in Russia da fine Ottocento ai giorni nostri, Lacaita, Milano 2007.

[8] Il primo è stato tradotto da Einaudi nel 1989; il secondo, invece, è l’edizione inglese (aggiornata al 2001) del volume L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato (1980-1996), pubblicato, sempre da Einaudi, nel 1998.

[9] Making Democracy Work. Civic Traditions in Modern Italy, Princeton University Press, Princeton 1993 (trad. it. La tradizione civica nelle regioni italiane, Arnoldo Mondadori, Milano 2003). Si vedano, inoltre, i tre volumi curati da Ernesto Ragionieri, Italia giudicata, ovvero la storia degli italiani scritta dagli altri, Laterza, Bari 1969. E più di recente David Forgacs, Stephen Gundle, Cultura di massa e società italiana (1936-1954), il Mulino, Bologna 2007.

[10] Tra i tanti incontri segnalo: Storia politica, culturale e sociale della Repubblica italiana. Sguardi incrociati italofrancesi, Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, Cantieri di storia, IV, Marsala, 20 settembre 2007 e la presentazione (25 marzo 2009) del numero monografico di «Vingtième siecle» alla Luiss-Carli di Roma. Un’analoga iniziativa, L’histoire contemporaine italienne vue de France, tenutasi il 19 gennaio 2009 all’Istituto italiano di cultura a Parigi, vide una grande affluenza di pubblico. 

[11] Per una visione d’insieme cfr. Agostino Giovagnoli (a cura di), Interpretazioni della Repubblica, il Mulino, Bologna 1998 e i percorsi bibliografici proposti da Maurizio Ridolfi in Storia dei partiti politici. L’Italia dal Risorgimento alla Repubblica, Bruno Mondadori, Milano 2008. Vedi anche l’introduzione di A. Ventrone a la nuova edizione de La cittadinanza repubblicana. Come cattolici e comunisti hanno costruito la democrazia italiana, Il Mulino, Bologna 2008 e Id. (a cura di), L’ossessione del nemico. Memorie divise nella storia della Repubblica, Donzelli, Roma 2006.

[12] Si veda, ad esempio, Felia Alum, James Newell, Aspects of the Italian Transition, in «Journal of Modern Italian Studies», 8 (2), 2003, pp. 182-196.

[13] Cfr., tra le tante rassegne, Le fascisme italien: débats, historiographie et nouveaux questionnements – Dossier coordonné par Marie-Anne Matard-Bonucci et Pierre Milza, in «Revue d’histoire moderne&contemporaine», n. 3, t. 55, a. 2008 e David Roberts, Italian Fascism: New Light on the Dark Side, in «Journal of Contemporary History», n. 3, vol. 44, July 2009.

[14] Tale problema è stato recentemente inquadrato in un convegno internazionale di studi sul tema La notte della democrazia italiana. Dal regime fascista al governo Berlusconi: senso e limiti di una comparazione, svoltosi presso l’Università di Firenze nel 2002, i cui atti sono stati pubblicati nel 2003 presso la collana d’attualità della casa editrice Il Saggiatore

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