Recensione: Marilisa Merolla, Rock’n’roll Italian Way. Propaganda americana e modernizzazione nell’Italia che cambia al ritmo del rock 1954-1964

Rock’n’roll Italian Way ripercorre la storia di un decennio cruciale per la modernizzazione dell’Italia, analizzando i cambiamenti vorticosi che accompagnarono questo complesso processo dalla metà degli anni Cinquanta alla metà dei Sessanta attraverso la lente, quanto mai rivelatrice, dei modi e dei tempi di diffusione nella penisola di un nuovo fenomeno musicale, il rock’n’roll. Come spiega l’autrice Marilisa Merolla, il libro non vuole essere «una storia della musica leggera in Italia o del rock italiano» (p. 14) – per quanto un quadro assai interessante venga delineandosi nelle sue pagine in merito alla diffusione dei generi musicali in Italia, alle modalità di ascolto della musica, al rapporto tra preferenze musicali e ceti sociali e così via –. L’intento è piuttosto quello di utilizzare la musica come «un caleidoscopio attraverso il quale leggere le contraddizioni, le speranze e le paure, l’entusiasmo e le ansie, gli slanci e le resistenze, di una società … spinta verso l’emancipazione dalla diffusione del benessere e dei suoi totem», e al tempo stesso in «molte sue fasce sociali» ancora legata alla tradizione e poco disposta a «mutare la propria pelle per interpretare il mondo che cambia» (ivi).

Il volume analizza, dunque, la complessa sinergia che venne a crearsi nella penisola tra quattro fattori: la propaganda americana, ovvero il progetto del Dipartimento di Stato statunitense di utilizzare la musica come arma per conquistare le menti e i cuori e diffondere un’immagine positiva degli USA; gli interessi e le pressioni delle case discografiche straniere e italiane, che intendevano trarre vantaggio da un mercato che appariva più lento di altri contesti nazionali a lasciarsi penetrare, eppure estremamente promettente; gli atteggiamenti delle istituzioni e dei partiti di massa italiani, che tentarono di interpretare e di gestire la dirompente carica di rottura insita nel nuovo fenomeno musicale (incluso il ruolo di mediatori culturali più o meno consapevolmente svolto da giornalisti e conduttori televisivi); e, infine, le reazioni e le preferenze, complesse e ambivalenti, degli italiani stessi – soprattutto giovani e donne –, esposti alla novità della nuova musica che arrivava da oltreoceano.

Il libro, oltre a ricostruire un decennio di storia italiana, si inserisce quindi anche in quel filone di studi, negli ultimi anni in grande espansione, che si occupa della dimensione culturale della Guerra Fredda e che, in relazione alla complessa questione dell’americanizzazione, ha messo in luce i meccanismi non lineari all’opera in tale processo, che coinvolgono – tra gli altri – propaganda, politiche culturali, mediazione culturale, percezione reciproca e, infine, ricezione.

Rock’n’roll Italian Way contestualizza peraltro il caso italiano all’interno di un più ampio quadro, poiché ricostruisce i successi del rock e la sua dirompente carica di rottura verso «l’ordine precostituito» (p. 10) – nei rapporti fra i generi, nei rituali di socializzazione, nelle gerarchie sociali – anzitutto nella stessa America, dove il rock costituì peraltro uno dei terreni per cui passò la lotta contro la segregazione razziale (pp. 15-25), e poi in America latina e nel resto d’Europa, dove approdava dalla metà degli anni Cinquanta: dalla Germania dell’Ovest all’Inghilterra, dalla Francia all’Olanda. Dal punto di vista della lunga durata, invece, Merolla non manca di sottolineare come l’arrivo in Italia di un nuovo genere musicale proveniente da oltreoceano non fosse un fenomeno del tutto inedito: se gli anni del fascismo avevano visto le polemiche «contro la musica jazz presente nel palinsesto radiofonico … dell’EIAR» (p. 99), dal 1943 l’arrivo dei soldati americani aveva comportato anche l’arrivo dei «V-Disc, gli enormi padelloni di vinile contenenti i temi di swing e jazz», che «si erano imposti sul ritmo monocorde di marce e inni fascisti per annunciare l’imminente vittoria ed evocare l’avvento della libertà e della democrazia» (pp. 26-27).

Il volume spiega come in Italia il contagio di questa «nuova “corrente del golfo”» (p. 26) sia partito da Napoli, scelta dopo la guerra come sede del quartiere generale dell’Allied Forces Southern Europe, e dunque luogo privilegiato di contatti tra americani e popolazione locale (pp. 26-45), nonché sede di un articolato programma culturale statunitense, con luoghi di incontro formali e informali e un fitto programma di iniziative in cui la radio e la musica, soprattutto le Top Sixty (p. 44), ovvero i più recenti successi statunitensi, giocavano un ruolo assai rilevante. Da Napoli il rock’n’roll avrebbe poi risalito «lentamente la penisola» (p. 47), fino a raggiungere – dato particolarmente interessante messo in luce da Merolla – non solo le grandi città, ormai a fine anni Cinquanta «invase dal Juke Box» (p. 85) e dai «clubs del disco» (p. 88), ovvero fan-club dedicati ai più noti teen-idols, ma anche la provincia e i centri più piccoli dell’entroterra (pp. 86-88).

Le questioni e le polemiche che accompagnano questa diffusione del rock, e che vengono problematizzate nel libro, sono essenzialmente quattro. La prima è quella della pericolosità della nuova musica: in Italia come all’estero non mancano i commenti preoccupati di pedagoghi, genitori, giornalisti sui rischi e gli eccessi connessi al rock, e soprattutto al nuovo modo di ballare che l’accompagna, non fosse altro che per l’eco di disordini e veri e propri raptus di follia collettiva legati alla nuova musica che giungono dall’estero e che ci si chiede se possano verificarsi anche in Italia. Un secondo aspetto, rilevato all’epoca da cronisti ed esperti di questioni musicali, concerne le resistenze, anzitutto tecnologiche e burocratiche – quali l’alto livello di tassazione sui prodotti di importazione, la scarsa disponibilità di valuta straniera, e così via –, ma anche politiche – come il protezionismo della RAI verso la musica straniera (pp. 99-104) –, che rallentano la diffusione del rock nella penisola rispetto ad altri paesi. Un terzo elemento di novità, dibattuto allora da giornalisti e commentatori, è costituito dalla consapevolezza che la nuova musica significhi anzitutto un nuovo modo di socializzare, una “democratizzazione” del gusto e degli spazi di sociabilità, in una società che ha ritmi sempre più veloci e in cui una vera e propria industria del tempo libero viene imponendo le sue regole; una società in cui, soprattutto, attraverso le preferenze musicali e i nuovi rituali ad esse connessi, emerge sempre più chiaramente che quello dei “giovani” costituisce un mondo, una realtà a sé. Infine, il successo del rock è accompagnato dalla percezione, che in alcuni contesti diviene inquietudine, che questo ritmo di importazione possa scavalcare, spodestare la musica “nazionale”, la tradizionale canzone italiana – la quale, se mostra ancora di avere un solido pubblico di riferimento tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta, è ormai “tallonata” nelle classifiche dai nuovi nomi stranieri, e anche da alcuni giovani italiani che propongono una versione “nostrana” del rock (pp. 85 e ss.).

Quest’ultima questione si collega a quello che costituisce il tema principale del volume, e che è l’interessatissima chiave interpretativa proposta da Merolla per leggere le vicende in esso ricostruite: il rock’n’roll che si diffonde, soprattutto tramite la radio e la televisione del monopolio di Stato, e conquista i più vistosi successi nell’Italia della modernizzazione è un rock’n’roll di fatto depotenziato e filtrato, privato dei suoi elementi più dirompenti e trasgressivi. Merolla analizza come la «carica esplosiva di questi ritmi dalla radice afroamericana» si venga “devitalizzando” nel risalire la penisola (p. 97), in parte tramite un «primo fisiologico adattamento al contesto nazionale» (ivi) e alle preferenze del pubblico, ancora legato alle sonorità tradizionali e soprattutto alla lingua nazionale; in parte per una consapevole strategia messa in atto dal partito di maggioranza relativa, la DC, al fine di contenere la modernizzazione, o meglio di promuoverne una «via nazionale … che non si discostasse dai valori tradizionali, innanzitutto cattolici» (p. 120). Dalla scelta di quali cantanti stranieri trasmettere alla radio (ad esempio il meno audace Bill Haley al posto di Elvis Presley), al ricorso a stratagemmi scenici in TV e all’uso dei testi radiofonici e giornalistici per ridimensionare, sminuire se non ridicolizzare gli eccessi del rock e i suoi successi più avvincenti; dalla promozione, soprattutto in televisione, di un rock’n’roll in versione italiana rassicurante e gioioso, quale quello proposto da Morandi o Celentano, alla messa in onda di canzoni straniere tradotte in italiano con testi che perdevano «ogni promiscuità» (ivi) rispetto all’originale – come nella versione di Stand By Me divenuta Pregherò, o Nel regno del Signore, interpretazione di Ricky Gianco di Don’t Play That Song – (pp. 97-120), il libro prende in esame i molteplici meccanismi che vennero attivati per tentare di guidare i gusti del pubblico (soddisfacendo e tranquillizzando le fasce sociali più conservatrici, contenendo le «richieste di innovazione» (p. 99) dei più giovani), e contemperare le esigenze commerciali delle case discografiche con un più ampio progetto politico-culturale elaborato dalla Democrazia Cristiana.

Al tempo stesso, emerge dalla lettura del volume come il nuovo fenomeno musicale mantenesse tuttavia, anche nelle sue versioni più edulcorate, la «caratteristica di rappresentare – nelle parole del Radiocorriere TV nel 1962 – … una “rottura” rispetto alla produzione musicale corrente» (p. 119), rispetto al passato e al mondo degli adulti. Tale elemento di novità e di persistente «carattere contestatario» (p. 132) proprio del rock veniva del resto percepito e dibattuto vivacemente anche negli ambienti comunisti, nella rivista “Nuova Generazione” come nel più popolare settimanale “Vie Nuove”. Tra tentativi di valorizzare la carica di protesta insita in questa forma di “americanismo”, timori di uno scivolamento nell’individualismo da parte della gioventù italiana, condanna di quello che era considerato non una forma d’arte ma «artigianato scadente» (p. 134), e denuncia delle responsabilità del sistema capitalistico nel creare falsi miti, il mondo comunista non avrebbe potuto evitare ancora a lungo, spiega Merolla, di «tendere una mano alla modernità e alle sue molteplici seduzioni», incluse le mode americane e giovanili e i miti hollywoodiani, che sempre più avrebbero trovato spazio sulle pagine delle sue riviste e negli svaghi proposti dalle federazioni locali del partito, per quanto in forme depotenziate (pp. 120-137).

Rock’n’roll Italian Way – che ha il non secondario merito di utilizzare e valorizzare fonti ancora poco esplorate e di estremo interesse, dalle riviste specialistiche di musica, alle fonti radiofoniche e televisive, ai giornali popolari legati alla produzione di radio e TV – propone insomma un affresco inedito dell’Italia del miracolo economico che, tra ritardi e strategie dei partiti di massa, politiche culturali domestiche e propaganda straniera, entusiasmi e scetticismi, si modernizza, anche passando per un’americanizzazione tortuosa, che non è passiva riproposizione di modelli e miti e giunge a esiti sorprendenti e non previsti.

Print Friendly, PDF & Email

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *