L’Italia repubblicana e il processo di integrazione europea secondo Federico Caffè

Testimonianza per i 25 anni dalla scomparsa di Federico Caffè. Roma, Facoltà di Economia “La Sapienza”, 24 maggio 2012.

Cinque anni fa, in occasione del ventennale della scomparsa di Federico Caffè, la Cgil volle rendere omaggio al Maestro e all’amico che non fece mai mancare il suo consiglio e la critica sempre costruttiva, talvolta severa[1].

In quell’occasione, e in questa sede, grazie al preside Attilio Celant, presentammo un ampio volume antologico di scritti di Caffè e su Caffè, con allegato  un documentario sulla sua vita che fu proiettato nello stesso giorno. Seguirono un altro volume non meno ampio, e uno più recente sull’attualità del suo pensiero alla luce della crisi odierna[2].

Seguimmo in questo, un consiglio dello stesso Caffè; secondo cui il modo migliore per rendere omaggio ad uno studioso insigne è quello di leggerlo o rileggerlo e di farlo leggere; anche per evitare le non infrequenti “letture selettive”.

Sta arrivando a compimento il lavoro di catalogazione dell’intera opera di Caffè  presso il Dipartimento di Diritto ed Economia pubblica dell’Università “La Sapienza” di Roma[3], e che  permetterà l’ordinamento più completo dei suoi scritti, da quelli scientifici a quelli di carattere pubblicistico.

Così, forse, potremmo dire anche di lui – mutando quel che c’è da mutare – quello che Umberto Ricci diceva di Luigi Einaudi : “Quando saranno ordinati e raccolti in uno o più volumi gli articoli che da un ventennio Luigi Einaudi è andato pubblicando prima nella Stampa e poi nel Corriere della Sera, si verranno ad avere sottomano capitoli di una cronistoria economico-finanziaria dell’Italia e di un trattato italiano di economia applicata” [4].

Permetterà di affrontare meglio un singolare problema storiografico; e non credo solo di storiografia economica, considerando la sua strenua difesa dei valori della Costituzione e soprattutto della sua parte programmatica posta alla base dell’intera sua opera: “Così, oggi, ci si trastulla nominalisticamente nella ricerca di un ‘nuovo modello di sviluppo’.  E si continua ad ignorare che esso, nelle ispirazioni ideali, è racchiuso nella Costituzione; nelle condizioni tecniche, è illustrato dall’insieme degli studi della Commissione economica”[5]. Un problema storiografico perchè, se si consultano alcuni tra i più autorevoli volumi di storia economica italiana, il nome di Caffè appare solo in qualche nota o non è menzionato affatto.[6]

Eppure, nei confronti del Nostro, abbondano i riconoscimenti e si succedono le commemorazioni. Leo Valiani lo considerava “l’economista più ferrato” del gruppo dossettiano[7]; Meuccio Ruini lo volle suo consigliere e Segretario nel ministero dei lavori pubblici con il Governo Bonomi e suo Capo di Gabinetto nel ministero della Ricostruzione del Governo Parri [8]; Guido Carli, che – come ha raccontato – gli sottoponeva tutte le sue Relazioni di Governatore, lo riconobbe come “il nostro maggiore economista” [9]; Luigi Einaudi, che pure non mancò di criticare, lo voleva con sé al Quirinale [10]; stimato ed ascoltato amico di personalità come Riccardo Lombardi, Vittorio Foa ed Enrico Berlinguer[11].

Ogni anno si tengono le “Lezioni Caffè”[12] e si moltiplicano le iniziative a lui dedicate. Ma di Caffè si parla soprattutto quando si parla di Caffè, meno se non per nulla quando si parla della politica economica concretizzata nel tempo e dei problemi presenti e futuri.

Eppure, come i suoi amici Sylos Labini e Giorgio Fuà, coltivò l’economia civile, quell’economia che garantisce ed anzi promuove l’avanzamento sociale, allentandone i vincoli economici, aumentando i gradi di libertà e quindi delle correlate capacità e responsabilità. Un’economia che non è estranea al diritto e alle istituzioni, alla storia e al tempo, alla geografia e con essi alle tradizioni culturali e civili di un Paese nelle sue articolate realtà sociali e territoriali.

Così per oltre un quarantennio, unendo logica economica,  consapevolezza storica e acuta sensibilità umana e sociale, rappresentò una voce critica e propositiva nei confronti della politica economica perseguita nel tempo denunciando ritardi e trasformismi[13]; un contrappunto teso a dimostrare l’esistenza di possibili linee alternative più attente alle reali esigenze del cittadino comune.

Dal tentativo di una ricostruzione programmata più equa e partecipata nell’immediato dopoguerra[14], alla valorizzazione della consapevole presenza pubblica nell’economia e del lavoro pubblico nella società[15] e della civiltà del welfare[16], sino alla irriducibile opposizione alla deriva neoliberista degli anni ottanta, per una “riconquistata socialità” [17]. Un contributo spesso anticipatore, come la critica di metà anni settanta, alla deviazione statutaria di organismi internazionali come il FMI [18] e, anche alla luce degli eventi successivi alla sua scomparsa, straordinariamente profetico.

Denunciò le forme predatorie del risparmio da parte della finanza, arrivando a considerare la chiusura dei mercati azionari come elemento di vitalità di un capitalismo reso più accettabile[19].

L’attuale sovrastruttura finanziaria e l’uscita di molte aziende  dal mercato azionario ne avvalorano la tesi.  Mercati che, come diceva il Nostro, hanno “nomi, cognomi e soprannomi”, e che vanno dunque studiati nelle loro forme non concorrenziali e negli aspetti di intrinseca incertezza ed irrazionalità. Lamentò sempre la “non politica per l’occupazione”[20], fornendo proposte concrete, perché temeva che un’intera generazione di giovani pensasse di essere nata in un’epoca sbagliata.

Consapevole dei riflessi economici e sociali del modificarsi degli equilibri geopolitici invitava alla maggiore cooperazione economica e sollecitava i paesi più deboli a costituirsi in cartello per meglio fronteggiare le mire egemoniche delle potenze più forti[21].

Europeista convinto (“L’Europa è il nostro destino”), denunciò il modo non democratico e pericoloso con cui si proseguiva nel cammino unitario, paventando la “germanizzazione” dell’Europa (“Non è il destino che auguro al mio Paese”) e i costi che avrebbero pagato i paesi e le  classi più deboli: sotto la morsa congiunta della speculazione finanziaria internazionale e della politica tedesca, storicamente deflazionistica  e  tendenzialmente mercantilistica (con permanenti avanzi della bilancia dei pagamenti)[22].

Citando una parabola di Okun, avvertiva che “se ci si imbarca con un leone occorre munirsi di molte pecore” [23], cioè di molti strumenti di politica economica. In caso contrario i tentativi di superamento dalle disparità tra i diversi paesi sarebbero stati sostanzialmente a carico delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro.

Richiamandosi a Marco Fanno, sottolineava i possibili effetti destabilizzanti dei movimenti internazionali dei capitali a breve termine[24]. Con Luigi Amoroso e il suo maestro Guglielmo Masci, negli anni trenta in sintonia con le analoghe posizioni di Keynes, ricordava come un moderato tasso inflazionistico fosse opportuno per rianimare l’attività produttiva[25]; e utile anche a  ridurre in termini reali il debito pubblico. Mentre non mancano i mezzi per tutelare il piccolo risparmio e i redditi più bassi anche con forme di moderata indicizzazione sui quali si impegnò molto il suo amico Paolo Baffi, un fedele ed esclusivo servitore dello Stato ed economista quasi dimenticato.

Ma, ancora una volta, con l’odierna formula del “rigore e dello sviluppo”, declinata concretamente ad ossìmoro, si salvano i banchieri e i grandi rentier, mentre si colpiscono la produzione ed il lavoro[26].

Ma ecco le parole che Caffè indirizzava ai suoi studenti, a conclusione del corso di politica economica:

“L’invito che vi rivolgo è quello di rimanere sempre vigili; non cedete mai agli idoli del momento, alle frasi fatte a quelle convenzionali, ma esercitate sempre la vostra valutazione critica, riflettete con il vostro pensiero e capacità intellettuali che vi derivano anche dall’aver frequentato queste lezioni”[27].

Poco prima di sottrarsi, rilasciò un’intervista dal titolo significativo “La solitudine del maratoneta”. In essa, dopo aver duramente criticato la progressiva arrendevolezza delle forze di sinistra e del sindacato al neoliberismo, ricordò le parole di Ferruccio Parri all’atto di abbandonare il governo:   “Non c’è ombra nella vita di chi ha la luce di un ideale”.  E aggiunse: “ il mio non lascia margini al moderatismo opportunistico”[28].

Un invito e un impegno morale che i buoni amici di Federico Caffè devono accogliere ed assumere sino in fondo, oggi più che mai.

Perché le idee dei Maestri, non prevarranno sugli interessi costituiti se quelle idee non vengono coerentemente coltivate nell’affrontare i vecchi e i nuovi problemi che la realtà ci pone.

Ripercorrere le vicende economiche italiane (e non solo) alla luce del pensiero del Nostro  può essere utile, non solo per una più compiuta lettura critica del passato, ma anche per la soluzione dei nostri odierni problemi.

Federico Caffè ci aveva già avvertito che: “L’apporto alla ricostruzione economica non si manifestò soltanto in provvedimenti concreti, ma anche i linee guida ideali. E non sembra utile, per chi queste cose dovrà apprenderle dai libri, che le sconfitte ideali siano passate sotto silenzio, mentre ricevono rilievo le vittoriose, ma equivoche, realizzazioni”[29].

Non è infatti da escludere che il “problema storiografico di Caffè” che segnalavo all’inizio, sia  correlato a quello segnalato dallo stesso economista : “Il perché della irrilevanza di una linea alternativa di politica economica che è sempre esistita rispetto a quella che doveva condurre, tra falsi miracoli e pretese “agonie”, al persistere della secolare spaccatura dell’Italia di chi ha e di chi non ha, è un problema storiografico ancora aperto e controverso” [30].

 


[1] Caffè, come è noto, non fece mai mancare il suo contributo alle tre confederazioni, ma privilegiava il contatto diretto con i lavoratori. Il contributo alla formazione sindacale dei quadri Cgil, dove introdusse ufficialmente il pensiero keynesiano, è rievocato da alcuni scritti riprodotti in Federico Caffè un economista per gli uomini comuni, a cura di Giuseppe Amari e Nicoletta Rocchi, Ediesse, Roma 2007, p. 745 e ss.

[2] Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit. ; Federico Caffè, un economista per il nostro tempo, a cura di Giuseppe Amari e Nicoletta Rocchi, Ediesse, Roma 2009; Attualità del pensiero di Federico Caffè nella  crisi attuale, a cura di Giuseppe Amari, Ediesse, Roma 2011.  Il documentario è ricompreso nei DVD allegati ai primi due volumi citati, in cui si possono ascoltare numerose interviste sul Nostro. Si segnalano altre due belle antologie di Caffè: La solitudine del riformista, a cura di Nicola Acocella e Maurizio Franzini, Bollati Boringhieri, Torino, 1990 e  Federico Caffè, Scritti quotidiani, a cura di Roberta Carlini, Il manifesto-manifesto libri, Roma, 2007, che raccoglie tutti gli scritti usciti su Il Manifesto.

[3] Un elenco cronologico dei principali scritti di Caffè è riportato nel vol. III dei Saggi di politica economica in onore di Federico Caffè, a cura di Nicola Acocella, G. M. Rey e Mario Tiberi, FAE, Milano 1999 p. 495 e ss.; e ripreso con qualche implementazione in Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit. p., 897 e ss.

[4] Cfr. Umberto Ricci, “Sulla opportunità di una storia dell’economia politica italiana”, Nuova rivista Storica, fasc. V-VI, 1918. Cit. in F. Caffè, Frammenti per lo studio del pensiero economico italiano, Giuffrè, Milano 1975.

[5] Cfr. F. Caffè, “Storia e impegno civile nell’opera di Giovanni Demaria” ,  In Tullio Biagiotti , Gianpiero Franco (eds), Pioneering Economics: International Essays in Honour of Giovanni Demaria, Cedam, Pavia 1978. Ripublicato in,  Federico Caffè, un economista per il nostro tempo, cit., p. 121 e ss.

[6] Tanto più singolare in quanto molti autori di quegli studi hanno conosciuto e frequentato personalmente Caffè. Senza alcuna pretesa di selezione di merito, basti menzionare alcuni tra i più noti : Augusto Graziani, Lo sviluppo economico italiano dalla ricostruzione alla moneta europea, Bollati Boringhieri, Torino 2000; Valerio Castronovo, Storia economica, in Storia d’Italia 4* dall’Unità a oggi, 1975, Einaudi, Torino 1975 e il più recente Storia economica dall’Ottocento ai giorni nostri, PBE, Torino, 1995; Fabrizio Barca (a cura), Storia del capitalismo italiano, dal dopoguerra a oggi, Donzelli,  1997; Fabio Levi, Umberto Levra, Nicola Tranfaglia (a cura), Il Mondo Contemporaneo – Storia d’Italia, a cura di, La Nuova Italia, Firenze, 1978, 3 voll.; Luigi De Rosa, Lo sviluppo economico dell’Italia dal dopoguerra a oggi, Laterza, Bari, 1997; Salvatore Rossi, La politica economica italiana 1968-1998, Laterza, Bari, 1998. Viene ricordato meglio negli studi di storia del pensiero economico a cominciare da Riccardo Faucci  e del suo L’economia Italiana dal 500 ai giorni nostri, Utet libreria, Torino 2000; che è anche un profilo di storia economica.  Faucci è lo studioso che forse ha scritto la biografia scientifica più compiuta dell’economista, “L’economia ‘per frammenti’ di Federico Caffè”, in Rivista Italiana degli economisti, anno VII, n. 3 dicembre 2002. Sempre di Faucci, il più recente “Re-reading  Federico Caffè”, su Economia politica, 1 aprile 2010.  Ma si veda anche Attilio Esposto e Mario Tiberi (a cura), Federico Caffè, Realtà e critica del capitalismo storico, Donzelli, Catanzaro, 1995. Nelle prime antologie sopra ricordate ci sono anche molti autorevoli contributi sulla figura di Caffè. Un profilo umano e scientifico di Caffè si può leggere di Ermanno Rea, L’ultima lezione, Einaudi, Torino 1992-2008; e di Bruno Amoroso, Federico Caffè, riflessioni della stanza rossa, Castelvecchi, Roma 2012. Per un’ampia biobibliografia rinvio al mio Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit., p. 897 e ss.

[7] Cfr. Leo Valiani, La sinistra democratica in Italia, Edizioni della La Voce, Roma 1977,  p. 33.

[8] I rapporti tra Caffè e Meuccio Ruini sono ricordati dal nipote dell’uomo politico e collega di Caffè, Carlo Ruini, “Federico Caffè, un ricordo personale”, in N. Acocella, G. M. Rey e M. Tiberi (a cura) , Saggi di politica economica in onore di Federico Caffè, cit. vol. I.,  p. 50 e ss.

[9] Cfr. Guido Carli, Cinquant’anni di vita  italiana, Laterza, Bari 1993.

[10]Da una sommessa testimonianza dello stesso Caffè raccolta personalmente dal medico di famiglia. Richiesta che Caffè declinò avendo ormai scelto irrevocabilmente la missione dell’insegnamento.

[11] Si legga in proposito la  testimonianze del collega in Banca d’Italia, anche come membri della Commissione interna,  Pier Luigi Guardati,  per Lombardi e Foa, in Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit. p. 835 e ss. E l’intervista in video di Pasquale Laurito per Berlinguer che gli propose la candidatura a senatore indipendente; offerta che declinò sempre per la sua esclusiva scelta di dedicarsi all’insegnamento. Intervista riportata nel DVD allegato al suddetto volume.

[12]A cura del Dipartimento di Diritto ed Economia pubblica dell’Università “La Sapienza” di Roma, con il patrocinio della Banca d’Italia.

[13]Cfr. L’introduzione al suo Un’economia in ritardo, Boringhieri, Torino, 1976, è appunto titolata “Il trasformismo della recente politica economica italiana” in base al quale, ad un certo punto, tutti sembrano aver detto le stesse cose (ovviamente fuori tempo massimo).  Introduzione, ripubblicata in Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit., p. 328 e ss.  Il sistema dei valori e la visione critica di Caffè sono desumibili dalle sue limpide Lezioni di politica economica, in edizione riveduta e aggiornata a cura di Nicola Acocella, per i tipi della Bollati Boringhieri, Torino, 2008.

[14] Tra le tante recriminazioni di Caffè su quel periodo che tanto influì sugli sviluppi successivi, non solo economici, si veda 1945-1975: gli stessi errori? Intervista di “Sinistra 77” a Federico Caffè  a cura di Fernando Vianello. Riprodotta in Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit. p. 306 e ss. Si veda anche il suo scritto “Pianificazione democratica”, in F. Caffè, Aspetti di una economia di transizione, Roma ottobre 1945. Ripubblicato in Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit., pp. 51-52.

[15] Significativo il suo profilo di Meuccio Ruini su Economia pubblica, anno VII, n. 10,  ottobre 1977 . Ricompreso poi nel volume  Alberto Mortara (a cura),  I protagonisti dell’intervento pubblico, Ciriec, Franco Angeli, Milano 1984.  Di cui fece una appassionata recensione con l’articolo “Protagonisti contro lo sfascio” su Il Manifesto del 12 gennaio 1984. Il suddetto profilo di Ruini è ripubblicato in Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit., p. 580 e ss. Caffè ricordava spesso il Quintino Sella che rivendicava uno Stato in cui “la virtù collettiva sia in onore”, nel replicare a Francesco Ferrara che contestava, in nome di un liberismo assoluto,  l’istituzione delle Casse di Risparmio postali.

[16]Un’appassionata difesa del welfare si può leggere in Federico Caffè, In difesa del “welfare state”, saggi di politica economica, Rosenberg & Seller, 1986.

[17] Rappresenta il principale leit motiv degli scritti e saggi di Caffè di quegli anni. Molti di questi si possono seguire nelle antologie prima citate. E nei quali non si manca di ricordare come la deriva neoliberistra e gli interessi sottostanti abbiano trovato fertile terreno in una vecchia tradizione del pensiero economico italiano.  Che, partendo da Francesco Ferrara, conta i nomi di Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni, arrivando a Luigi Einaudi, per ricordarne i maggiori esponenti. Si veda “Per una riconquistata socialità”, Comune democratico, n. 3, 1986. Dove valorizza la democrazia locale e il controllo sociale alla gestione dei beni del territorio, ricordando le antiche tradizioni comunali italiane.

[18] Si veda a tal proposito il saggio di Luciano Marcello Milone “L’ordine economico internazionale nella visione anticipatrice di Federico Caffè”, in Attualità del pensiero di Federico Caffè nella crisi odierna, cit. E gli scritti dello stesso Caffè ivi riportati.

[19] Cfr. F. Caffè, “Di un’economia di mercato compatibile con la socializzazione delle strutture finanziarie”, in Giornale degli economisti, sett.-ott. 1971. Riprodotto con modifiche e con il titolo “Economia di mercato e socializzazione delle sovrastrutture finanziarie” in F. Caffè, Un’economia in ritardo, cit.; e così riportato in Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit. p. 237 e ss.

[20] Cfr. F. Caffè, Un’ economia in ritardo, cit., p. 9.

[21] Cfr. F. Caffè, “Introduzione” a C.P. Kindleberger, La grande depressione nel mondo 1929-1939, Etas Libri, Milano, 1982. Riprodotto in  Attualità del pensiero di Federico Caffè nella crisi odierna, cit., p. 196 e ss. Sul suggerito “cartello” si veda il suo “Il falso dell’unità economica”, in Rocca, 15 ottobre-1 novembre 1986. Riprodotto in Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit. p. 387 e ss. Un suggerimento probabilmente valido anche per i paesi più deboli dell’Europa aderenti alla moneta unica.

[22] Ad esempio si veda F. Caffè “I problemi della moneta europea”, in Stare in Europa: quali implicazioni per l’Italia? In Quaderni Federalisti, n. 29 Roma Luglio 1979.  Riprodotto in Federico Caffè, un economista per il nostro tempo, cit. , p. 548 e ss. Si legga anche di Mario Tiberi, “Federico Caffè e l’Unione europea”, in Attualità del pensiero di Federico Caffè nella crisi odierna , cit. p. 119 e ss.

[23] La citazione si può ascoltare direttamente dalla sua voce nell’intervista radiofonica con Ezio Tarantelli riportata nel DVD allegato al volume Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit.

[24] Cfr. F. Caffè, “Vecchi e nuovi trasferimenti anormali dei capitali”, pubblicato originariamente in Studi in onore di Marco Fanno, Cedam Padova 1966. Ripubblicato in F. Caffè, Teorie e politiche sociali, Laterza, Bari, 1973, p. 97 e ss.. E in Attualità del pensiero di Federico Caffè nella crisi odierna, cit. p. 165 e ss.

[25] Cfr. F. Caffè, “Gli economisti e le crisi. Rapporti tra economisti italiani e il pensiero economico all’estero negli anni della grande crisi”, In Studium, n. 4, luglio-agosto 1977. Ripubblicato in Gianni Toniolo (a cura), Industria e banca nella grande crisi del 1929-34, Etas libri, 1978, pp. 255-364. Anche in Federico Caffè, un economista per il nostro tempo, cit. p. 493 e ss.

[26] E ancora una volta, denunciare i disastri in pieno sviluppo con una bolla mediatica superiore persino a quella finanziaria , farebbe dire a Caffè insieme a Keynes, che è “troppo tardi e troppo inutile”.

[27] Parole che si possono ascoltare dalla sua voce nella registrazione della lezione e anche nel documentario presente nei DVD allegati ai due volumi.

[28] Cfr. F. Caffè, “La solitudine del maratoneta”, in Rassegna sindacale, 20 novembre 1980, riprodotta in Attualità del pensiero di Federico Caffè alla luce della crisi odierna, cit. p. 234 e ss.

[29] Cfr. F. Caffè, “Le vicende economiche italiane tra il passato e il presente”, in Lettere della sinistra, 1984. Riprodotto in Federico Caffè, un economista per il nostro tempo, cit., p. 1063.

[30] Cfr. F. Caffè, “Alcuni aspetti del riassetto economico italiano del dopoguerra”, in Studi in onore di Gino Barbieri, vol. I, Ipem, 1983. E in Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, cit., p. 293 e ss.

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    By: Giuseppe Amari

    Giuseppe Amari è vicepresidente del Centro Studi Federico Caffè e collaboratore della Fondazione Di Vittorio. Si occupa della storia economica dell’Italia repubblicana, con particolare attenzione per l’opera di Federico Caffè. Tra le sue pubblicazioni Federico Caffè un economista per gli uomini comuni, a cura di Giuseppe Amari e Nicoletta Rocchi, Ediesse, Roma, 2007; Federico Caffè un economista per gli uomini comuni, a cura di Giuseppe Amari e Nicoletta Rocchi, Ediesse, Roma, 2007; Attualità del pensiero di Federico Caffè nella crisi attuale, di Giuseppe Amari e Nicoletta Rocchi, Ediesse, Roma, 2011

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