Recensione: Dopo la pioggia. Gli Stati della ex Jugoslavia e l’Albania (1991-2011)

Questo volume di ben 540 pagine raccoglie gli interventi degli studiosi che hanno seguito l’invito dell’Associazione italiana di studi del sud-est europeo (AISSEE) a fare il punto di ciò che è accaduto (e di come sia potuto accadere) nell’ultimo ventennio nelle regioni della ex Jugoslavia e dell’Albania.

Compito non facile data l’estrema complessità del problema e le troppe ferite ancora aperte che, ad ogni minima sollecitazione, potrebbero tornare di nuovo a sanguinare e che impongono quindi un’accurata e delicata professionalità nel trattare determinati argomenti.

I contributi (oltre la postfazione di Francesco Guida e l’introduzione di Antonio D’Alessandri e Armando Pitassio) sono ventinove, suddivisi in sette parti: 1. Bilanci storiografici; 2. Questioni di politica interna; 3. Questioni di politica estera; 4. La comunicazione: lingue, letterature, mass media; 5. Le istituzioni culturali; 6. Chiese e comunità religiose; 7. L’emigrazione, tutte, come vedremo, interconnesse tra loro e principalmente legate, specialmente per ciò che concerne la ex Jugoslavia, alla questione della “nazionalità” e dell’uso politico che se ne è fatto (e che se ne fa).

Per quanto riguarda la prima parte, mentre l’albanese Edon Qesari (pp. 51-64) si dedica ad illustrare con dovizia di particolari la sudditanza dell’impostazione della ricerca storica negli “anni della transizione” (1985-1992) alle direttive e alle posizioni politiche (fenomeno non meramente albanese), fatto che naturalmente condiziona la ricerca stessa, altri studiosi si occupano della ex Jugoslavia.

E così è Antonio D’Alessandri a offrirci una visione di insieme dall’Italia della dissoluzione della Jugoslavia e della situazione balcanica (pp. 17-34), mentre Vojislav Pavlović illustra la situazione degli studi relativi alla ex Jugoslavia e alla sua disgregazione in Francia (pp. 83-100).

Nicoletta Giostrella affronta la costruzione mitica della storia croata, ripercorrendo in particolar modo l’evoluzione della figura politica di Franjo Tuđman in relazione alle sue opere, specchio delle posizioni nazionaliste croate più estreme. Francesca Rolandi, invece, affronta le particolarità della storiografia serba degli ultimi due decenni (pp. 65-82).

Per ciò che riguarda la politica interna dei Paesi interessati, è Guido Franzinetti ad analizzare la “crisi rivoluzionaria classica” dell’Albania del 1991-92 (pp. 119-134) e le sue particolarità rispetto agli altri cambi di sistema politico avvenuti nell’Europa orientale nello stesso periodo. Il sistema giuridico albanese, specialmente quello consuetudinario con il suo carico di inconciliabilità verso le istituzioni giuridiche di tipo occidentale, viene illustrato da Donato Martucci, anche con l’ausilio di interviste non certamente facili da realizzare (pp. 151-168).

Emanuela Costantini segue la trasformazione dei comunisti croati in socialdemocratici dal 1989 al 1995 (pp. 101-117), anni di cambiamenti cruciali terribili e Armando Pitassio quello del ritorno degli ex comunisti in Slovenia (pp. 187-206). Sempre di tematiche legate alla transizione post comunista (che in Jugoslavia è strettamente connessa al crollo dello “jugoslavismo” tratta l’articolo di Mila Orlić (pp. 169-186) mentre la sperimentazione dell’organizzazione dei nuovi sistemi statali in Jugoslavia è l’argomento di Simona Mameli (pp. 135-150).

Per ciò che riguarda la politica estera Stefano Bianchini analizza le fonti permanenti della disgregazione nello spazio culturale jugoslavo (pp. 207-226) mentre Emanuela C. Del Re (pp. 243-258) e Francesco Privitera (pp. 271-292) affrontano il tema delle terre jugoslave nel nuovo assetto europeo e con l’integrazione nell’Unione Europea. Di estremo interesse sono anche i saggi di Stefano Bottoni (pp. 227-242) sul ruolo dell’Ungheria (e di taluni magiari in particolare) e di Miodrag Lekić (pp. 259-270) su quello della Russia nella crisi jugoslava.

La parte sulla comunicazione è anche questa di estremo interesse e dimostra, sotto differenti angolature e situazioni, come certi meccanismi di trasmissione culturale possano influenzare interi gruppi umani, fino a mutarne completamente, relativamente in poco tempo, l’identità e il concetto sull’ “altro”. Ed è così che Tatjana Krizman Malev (pp. 313-330) e Maria Rita Leto (pp. 331-346) scavano a fondo in quei processi che portano le persone a volersi differenziare e distinguere tramite l’uso della lingua fino a identificare il “buono” e il “cattivo” anche con la pronuncia della medesima parola: dalle aule accademiche, come dai discorsi da bar. Certo in questa operazione la parte del leone la hanno avuta le radio e le televisioni, specialmente private, prolificate in Jugoslavia dopo il 1989 come ha messo in luce Eva Bajašević in un’analisi che arriva al 2011 (pp. 347-362). Le tendenze del cinema postbellico nell’ex Jugoslavia sono invece trattate da Etami Borjan (pp. 363-378). Persida Lazarević Di Giacomo affronta il problema dell’identità degli slavi del Sud nella sua costruzione e nella frantumazione dei suoi miti nella letteratura serba (pp. 293-312). Per concludere con questa parte vi è l’articolo di Falma Fshazi (pp. 379-298) che, partendo dall’analisi della trasmissione satirica televisiva albanese Portokalli, ci offre un quadro sul potere dei media nella società del Paese delle Aquile.

Paese delle Aquile del quale Monica Genesin illustra le differenze nel sistema scolastico utilizzato nel periodo comunista e in quello odierno (pp. 415-432). Sistema scolastico che, nel caso bosniaco trattato da Zaira Tiziana Lofranco, coinvolge direttamente il problema delle nazionalità (pp. 433-450). Marco Abram ci introduce nelle problematiche collegate alla trasformazione del cambio di ruolo amministrativo di Belgrado attraverso i suoi musei storici (pp. 397-414).

Roberto Morozzo della Rocca affronta lo spinoso argomento del ruolo avuto dalle diverse religioni nella disgregazione jugoslava (pp. 469-490) e Xavier Bougarel si occupa in particolare dei musulmani dello spazio jugoslavo dopo il comunismo (pp. 451-469).

L’ultima parte è dedicata all’emigrazione. Mentre Eralba Cela si occupa di quella albanese in Italia (pp. 507-522), Sara Bernard tratta della serba prima e dopo la dissoluzione della Jugoslavia (pp. 491-506).

Gli spunti di riflessione e le suggestioni prodotte dai vari saggi sono molti, e vari. Ciò non può far altro che accrescere il valore del volume stesso, utile anche e soprattutto, sotto molti aspetti, ad un uso didattico oltre che di informazione e di documentazione. Poiché gli avvenimenti mutano quasi impercettibilmente, fino a diventare pericolosi e catastrofici. E ciò che avviene sull’altra sponda dell’Adriatico ha sempre degli sviluppi che solo con una conoscenza attenta, anche e soprattutto del passato storico (che in certi luoghi, come si è visto, è spesso declinato ed immesso nella storia presente), e un profondo affetto per quelle terre, si possono, a volte, prevedere.

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    By: Giuseppe Cossuto

    Giuseppe Cossuto ha studiato Islamistica a Roma e Storia e Lingua Ottomana a Bucarest e a Istanbul. Dal 1992 compie numerosi viaggi di studio e ricerca nell’Europa dell’est (Ungheria, Romania, Albania, Bulgaria, Russia, Tatarstan e Turchia). Dal 1993, è membro del Centrul de Studii Otomani (Bucarest) e dal 1996 dell’Istituto per l’Oriente “C.A. Nallino” (Roma). Nel 2002 ha conseguito il Ph.D. in Civiltà Islamica: Filologia e Storia presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi dal titolo: “La vicenda umana e politica di Kan Temir Mirza e gli statuti giuridici di Moldavia, Valacchia e Crimea: stati vassalli ottomani”. Ha compiuto ricerche negli archivi del Basbakanlik Osmanli Arsivi di Istanbul e negli Archivi di Stato di Bucarest. Il suo campo di studio e ricerca è incentrato sulla questione dell’identità storica dei Turchi e dei Tatari nell’Europa orientale, delle minoranze musulmane dei Balcani e sulla storia dei popoli delle steppe.

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