Recensione: Nicola Vallinoto e Simone Vannuccini (a cura di), Europa 2.0 prospettive ed evoluzioni del sogno europeo

Il volume, curato da Nicola Vallinoto e Simone Vannuccini spazia tra argomenti quali la democrazia partecipativa, la cultura, il diritto, il web, la politica economica, l’ambiente, le migrazioni, il commerc io, l’ipotesi di alleanza del Parlamento europeo con i movimenti per lo sviluppo del processo di integrazione, la tutela dei diritti fondamentali, l’identità dell’Unione quale garante di beni pubblici e diritti collettivi, il rilancio del processo costituente e la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa.

L’originalità del titolo ci pone immediatamente di fronte alla proiezione di un’Europa paragonata alla più aggiornata identità del web, il 2.0, un’Europa nuova in grado di portare a termine il difficoltoso cammino dell’integrazione federale. I contributi sono davvero numerosi e offerti da una gamma eterogenea di personalità appartenenti al mondo politico, intellettuale, accademico[i].

I fatti del passato e le notizie che ogni giorno ci vengono fornite dai molteplici canali informativi ci spingono a cercare una ripresa dell’Europa politica attraverso il consolidamento delle sue istituzioni, sempre più democratiche e orientate all’idea di federalismo, obiettivo costantemente perseguito da chi crede nel processo di costruzione europea.

La partecipazione di tante voci a questo progetto costituisce una “tela concettuale intorno alle diverse visioni d’Europa, una tela partecipativa e partecipata, cosmopolita e complessa”[ii] come affermano Nicola Vallinoto e Simone Vannuccini nell’introduzione del volume.

I contributi dei “tessitori” offrono , attraverso le loro differenti esposizioni e teorizzazioni, visioni di un’idea di integrazione europea necessariamente basata sulle istituzioni e sulla condivisione delle risorse e del potere, accantonando idee di dominio e di rafforzamento dell’autorità nazionale.

L’opinione di rassegnarsi all’insuccesso dell’integrazione europea si alterna a quella della considerazione dei diritti, dei cambiamenti della società civile, dell’ambiente e naturalmente dell’economia.

Fernando A. Iglesias descrive lo Stato e la Nazione come “demoni” da cui difendersi, in alternativa al potenziale pericolo rappresentato dai nuovi nazionalismi. Parla inoltre della necessità di un demos europeo Luciana Castellina che nel suo “Identità europea e diversità culturale” vede nell’assenza del demos continentale l’impossibilità di raggiungere realmente quell’unità politica tanto necessaria.

Per la diversità di opinioni, il risultato ottenuto al termine della lettura è una nuova visione del processo di unificazione europeo che essendo tanto sfaccettato per sua natura, offre un’immagine che permette di capire come, di fronte a tante voci, ciò che emerge sia la volontà di condividere un terreno comune sul quale, mantenendo ognuno la propria identità, si possa partecipare alla costruzione di una tanto auspicata armonia.

L’Europa unita è sempre più necessaria per operare in un contesto di globalizzazione; la voce unica di un coro di stati consentirebbe di occupare una collocazione autorevole nella politica mondiale dei nostri tempi. Negli ultimi anni, al contrario, l’ostacolo più grande nel processo di integrazione è stato rappresentato proprio dagli stati nazionali, i quali avendo smarrito la passione iniziale hanno provocato un vulnus “direttivo” che ha dato spazio al sorgere di varie organizzazioni, movimenti, lobbies. Questo fenomeno, tuttavia rappresentando una novità nell’ambito della società civile europea, potrebbe apportare notevoli cambiamenti e innovazioni.

Presupposto dell’Europa 2.0 è accrescere la partecipazione attiva dei cittadini alla costruzione europea e questa partecipazione non necessita della direzione dei partiti o delle istituzioni, ma deve spontaneamente scaturire dalla stessa società civile.

E’opinione comune degli autori che il potenziale di ricchezza racchiuso nella diversità e nella pluralità presenti nel contesto europeo, debba essere messo a servizio dell’azione di costruzione di quel frame istituzionale necessario.

Attraverso il Trattato di Lisbona si possono trovare i modi per incentivare l’azione partecipativa della cittadinanza al fine di poter operare quei cambiamenti a vantaggio di una maggiore democrazia, una maggiore giustizia sociale, aspetti questi che riuscirebbero a concretizzare le ipotesi federaliste da sempre auspicate dai movimenti, che per loro natura hanno perennemente operato “dal basso” nel processo di integrazione e costruzione europea.

Nicola Vallinoto e Simone Vannuccini parlano di nascita di Convenzioni di cittadini europei come luoghi di rappresentanza in cui poter incentivare il sorgere e lo svilupparsi di reti per lo sviluppo di campagne continentali, che troverebbero negli europarlamentari il punto di contatto tra la volontà della cittadinanza europea e le decisioni dell’Unione.

La convinzione che il senso di appartenere ad una unità politica e istituzionale offra la possibilità di condividere le culture nazionali al fine di uno scambio e un arricchimento reciproco, è la visione che accomuna tutti coloro che hanno creduto e continuano a credere nella necessità di una Unione europea che abbia una importanza nel contesto mondiale, ma che soprattutto venga percepita come potenza reale. E’ interessante quanto ricordato da Luciana Castellina, a proposito dell’affermazione di Jean Monnet negli ultimi anni della sua vita, relativa al fatto che se avesse dovuto ricominciare ad occuparsi dell’Europa lo avrebbe fatto partendo dalla cultura e non dal mercato.

Partire dalla cultura, probabilmente avrebbe favorito un processo di educazione al rispetto dell’altro e delle sue tradizioni popolari, culturali, politiche, istituzionali, ciò avrebbe stimolato il convincimento che la condivisione di uno spazio comune in cui comunicare e confrontarsi avrebbe sicuramente agevolato il raggiungimento di risultati migliori di quanto in tutti questi anni non siano stati ancora ottenuti. La cultura vista come crescita e confronto con gli altri avrebbe allargato gli orizzonti della comprensione e dell’accettazione. “Il pezzetto di mercato”, come afferma ancora la Castellina, ha poco valore “se non fosse per qualche imperfetta regola omologante, che tuttavia non è neppure riuscita a farci avere prese elettriche valide in ognuno dei paesi membri”[iii].

Conoscere e sapere possono trasformarsi comunque in economia qualora promossi attraverso progetti di cosiddetti open content e open source adatti a mutare la conoscenza come bene comune e quindi pubblico. Come ricordato da Pier Virgilio Dastoli , “un bene pubblico può essere garantito o attraverso una politica di bilancio o attraverso il riconoscimento di un diritto collettivo o di un diritto individuale esercitato collettivamente”[iv].

E’ utile inoltre chiedersi, come afferma Piero S. Graglia, cos’è la costruzione europea e come questo processo ci fa percepire oggi l’Europa, quanto ci rende consapevoli dei cambiamenti che nel corso degli anni, oltre a definire degli spazi economici e commerciali hanno reso possibile anche la costruzione di una dimensione politica. “Se nel 1950 solo il settore carbosiderurgico e l’industria meccanica potevano avere un qualche interesse concreto all’ampliamento dei mercati e all’abbattimento delle barriere commerciali, […], già solo un decennio più tardi il processo di europeizzazione delle società nazionali poteva dirsi avviato. Un processo, tuttavia, che ha modificato profondamente non solo l’aspetto delle società europee nel loro complesso, ma anche il possibile approccio che poteva essere utilizzato per comprendere e interiorizzare tale modifica” [v].

I passi percorsi nel tempo per cercare di raggiungere il traguardo della costruzione di una potenza sovranazionale hanno avuto un’ andatura variabile. L’assetto intergovernativo ha sempre prevalso sui progressi istituzionali fino ad oggi realizzati. L’unione politica è ciò che ancora manca e che ora più che mai necessita. “La politica di allargamento costituisce una fondamentale innovazione” sostiene Daniel Cohn –Bendit , “in materia di politica estera, poiché ha permesso di riunificare il continente europeo senza spargimento di sangue e di instaurare una pace durevole tra i popoli”[vi].

Ai nostri giorni ogni stato, per quanto potente, non ha significativa rilevanza se considerato isolatamente. Occorre convincersi che per avere importanza nel contesto mondiale è indispensabile la condivisione del potere e in virtù di ciò la globalizzazione, secondo l’opinione di Daniel Cohn –Bendit, spinge sempre più ad accettare l’abbandono di quelli che sono stati gli schemi politici tradizionalmente rispettati, per orientarsi verso una visione mondiale che superi la scelta intergovernativa, operando un’azione politica europea contestualizzata nell’arena mondiale.

L’idea di Lucio Levi è quella che“[…]occorre costituzionalizzare e democratizzare le relazioni internazionali”[vii] per completare lo sviluppo dell’Unione europea.

Giovanni Allegretti osserva, “solo se sapremo adottare un comportamento “prefrontale” e valorizzare l’energia trasformativa (ed autotrasformativa) dei percorsi centrati sulla valorizzazione dell’intelligenza sociale, le pratiche partecipative europee potranno crescere e affrontare le nuove sfide portate dal mutare delle condizioni al contorno dei territori in cui si sviluppano. E – coalizzandosi – potranno nei fatti contribuire non solo a dare forma “dal basso” ad una lettura “circolare” di quel principio di sussidiaretà che il Trattato di Maastricht ha voluto porre tra i pilastri fondamentali dell’Unione, ma anche ad offrire un contributo nodale al consolidamento della democrazia rappresentativa nell’ambito comunitario in un momento in cui – nonostante le trasformazioni formali avviate dal Trattato di Lisbona – essa pare giunta ai suoi minimi storici in relazione alla fiducia e alla significatività che le sono riconosciute dai suoi cittadini e da tutti coloro che abitano, più o meno temporaneamente, all’interno dei suoi confini”[viii].

I contributi raccolti in questo libro, paragonabili ai tanti interventi che possono apparire in un blog, iniziativa peraltro seguita alla pubblicazioni del volume, hanno proprio lo scopo di rivedere il racconto dell’unità europea attraverso un’azione, che partendo “dal basso”, sia in grado di costruire l’Europa 2.0.

In un momento di gravi rischi per il vecchio continente occorre lavorare per costruire la comunità. Mai come ora parole quali partecipazione, collaborazione, condivisione, confronto acquistano significato e inducono a riflettere sul futuro dell’Europa.

 


[i] Contributi di: Vittorio Agnoletto, Giovanni Allegretti, Giuseppe Allegri, Franco Berardi, Raffaella Bolini, Grazia

Borgna, Giuseppe Bronzini, Luciana Castellina, Raffaella Chiodo Karpinsky, Pier Virgilio Dastoli, Arturo Di Corinto,

Monica Di Sisto, Monica Frassoni, Andrea Fumagalli, Piero S. Graglia, Maurizio Gubbiotti, Fernando A. Iglesias,

Lucio Levi, Deborah Lucchetti, Guido Montani, Paul Oriol, Franco Russo, Pietro Soldini, Alberto Zoratti.

[ii] Nicola Vallinoto e Simone Vannuccini, Europa 2.0 prospettive ed evoluzioni del sogno europeo, Ombre corte/culture,

Verona, 2010, introduzione, p. 17.

[iii]Luciana Castellina, Identità europea e diversità culturale, in op. cit., pp. 62 -63.

[iv] Pier Virgilio Dastoli, Pace, democrazia, interculturalità, conoscenza: le nuove sfide della res-publica europea come

garante di beni pubblici e diritti collettivi, in op. cit., p.194.

[v] Piero S. Graglia, La costruzione europea: tertium genus o United States of Europe limited?, in op. cit., p. 206.

[vi] Daniel Cohn Bendit, Europa che fare?, postfazione, in op.cit., p. 252.

[vii] Lucio Levi, L’Europa e il mondo: costituzionalizzare e democratizzare le relazioni internazionali per governare la

globalizzazione, in op. cit., p.238.

[viii] Giovanni Allegretti, Europa e democrazia partecipativa: dagli attuali limiti alle opportunità per il futuro, in op.cit.,

pp.40 – 41.

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