Recensione: Maria Eisenstein, L’internata numero 6, Mimesis, Milano-Udine, 2014

Recensione: Maria Eisenstein, L’internata numero 6, Mimesis, Milano-Udine, 2014, pp. LXV+179, a cura di Carlo Spartaco Capogreco, prefazione di Gianni Giovannelli

«Né diario né romanzo, ma con la verità cruda del primo e la fantasia del secondo». Con queste parole, l’editore Donatello De Luigi presentava la prima edizione de L’internata numero 6, auspicando che la testimonianza di Maria Eisenstein potesse occupare un posto preciso tra i libri che avrebbero lasciato «una documentazione non effimera» degli «anni inquieti» del fascismo (p. 9). Era l’ottobre del 1944: la Seconda guerra mondiale non era affatto cessata e dall’Italia settentrionale continuavano le deportazioni verso i Lager del Reich; Roma era stata liberata dal nazifascismo e sembrava che l’esperienza e le riflessioni di questa donna, ebrea viennese internata nel campo di Lanciano dal 4 luglio al 13 dicembre 1943, potessero risvegliare le coscienze degli italiani. Ma la ricostruzione non guardò in faccia a nessuno[1]: il carattere totale della guerra, in cui tutti avevano sofferto, provocò la nascita di una comunità sociale basata sulla rimozione del passato recente e sulla ricostruzione acritica delle proprie fondamenta; e anche la riflessione intellettuale andò a identificarsi nell’operazione crociana di sottrarre sostanza storica al fascismo. Le prime ricostruzioni sulla persecuzione razziale in Italia proposero, infatti, una lettura degli eventi da poco trascorsi parziale e rassicurante: per decenni non vi è stato spazio né per i racconti dei testimoni né, tanto meno, per uno studio sulla sorte degli ebrei stranieri internati in Italia o da qui deportati. A partire dagli anni Ottanta, si è manifestato un interesse profondo verso i racconti in prima persona e si è iniziato, proprio con Capogreco, che non a caso nel 2014 ripropone il testo di Eisentein, a mettere sotto osservazione le specificità della politica dell’internamento, della vita nei campi in Italia e delle vicissitudini dei profughi ebrei stranieri[2].

Per quasi settant’anni il libro di Eisenstein non ha suscitato l’attenzione del pubblico; probabilmente proprio perché getta luce sulle condizioni degli ebrei stranieri in Italia; sui campi del duce e sulla miseria delle vendette, dei furti e della corruzione, che coinvolse anche il popolo italiano. Dato nuovamente alle stampe nel 1994 dalla Tranchida Editori-Inchiostro, il testo è stato riproposto nel 2014 da Mimesis sotto la curatela di Carlo Spartaco Capogreco, che ha voluto riprodurre anastaticamente l’edizione del 1944 e l’ha corredata di un ampio apparato critico e di un inserto foto-documentario. La testimonianza è introdotta da un bel saggio in cui lo storico ricostruisce le vicende biografiche dell’autrice e quelle bibliografiche della sua opera, calandole entrambe nella storia del nostro paese. In appendice è pubblicata la novella di Eisenstein dai toni roussoniani Ciuffo della bugia, apparsa su «Mercurio» nel 1947 e, da allora, mai più ristampata.

Nel quadro proposto in apertura, che avvalora e arricchisce la narrazione testimoniale, Capogreco fornisce le coordinate essenziali per un primo approccio allo studio della persecuzione degli ebrei stranieri nell’Italia fascista e richiama la sua  mappatura dei quarantotto campi di concentramento italiani, di cui sette femminili, gestiti dal Ministero dell’Interno tra il 1940 e il 1943[3]. In particolare, lo storico ripercorre gli eventi che caratterizzarono il campo di Lanciano, istituito il 29 giugno 1940 in una villa di proprietà della famiglia Sorge, dove settantacinque donne, «recluse senza processo, senza difesa» e «senza giudizio», furono costrette a «un vegetare pietoso, che nessuna misura umana dovrebbe sanzionare» (p. 131). Diretto inizialmente dal Podestà del paese, il campo passò sotto la responsabilità di Eduino Pistone, un funzionario di Pubblica Sicurezza, e di Maria Anna Fusco in Marfisi, una casalinga del luogo che ricoprì la carica di direttrice. Maria Eisenstein fa di entrambi un ritratto assai poco lusinghiero, lasciando che dalle pagine del suo diario emerga il profilo degli uomini comuni che misero in atto la persecuzione nell’Italia monarchico-fascista. Pistone è descritto come un uomo ambiguo e scorretto, un provinciale tracotante e obbediente attento a difendere la propria immagine dalle voci di paese. Ancora più impietoso il giudizio sulla direttrice, che nell’estate del 1940 accolse «scodinzolante, sudata ed emozionata» (p. 21) il questore in visita a Lanciano. La miseria del personaggio passa anche attraverso i gesti quotidiani della sopraffazione: dalla distribuzione quotidiana del latte, che prevedeva una razione di «mezzo litro per la Marfisi […] e cinque litri e mezzo per settantacinque internate» (p. 55); all’«affare dei pacchi», che imponeva alle prigioniere di pagare un tributo su ogni bene che entrava nel campo (p. 63). Se a villa Sorge imperava la corruzione, il mondo esterno non era da meno: al Ministero dell’Interno, infatti, «dove un certo dottor L., incaricato degli internati e persona molto influente» dimostrava una certa «pietà cristiana», era possibile comprare la libertà «con 20.000 lire» (p. 39).

L’internata numero 6 è la prima testimonianza diretta sulla vita in un campo di concentramento fascista ed è, inoltre, l’unico racconto autobiografico proveniente da un campo femminile dell’Italia del tempo (p. XVI). A dare forza alla testimonianza è anche il registro letterario adottato da Eisenstein, che dimostra una piena padronanza della lingua e la declina in una prosa pulita e colta. La narrazione lega la descrizione della vita quotidiana nel campo con una riflessione profonda sullo stato della prigionia e sui rapporti tra gli uomini: emerge un quadro della persecuzione, della violenza nell’Italia fascista e, più in generale, della commedia umana colta in tutta la sua fragilità. La dimensione privata degli affetti e dei sentimenti si fonde con la dimensione pubblica della storia e dell’ingiustizia: due voci che s’intrecciano di continuo e che ripetono, su registri diversi, lo stesso sgomento, poiché i «piccoli dolori entrano nel dolore già sovrano padrone dei sensi, come un violino si unisce a un’enorme orchestra sinfonica» (p. 152). Emblema di questo intreccio tra pubblico e privato è la descrizione del rapporto con Franco, un uomo di bassa levatura morale che sembra riflettere la viltà di chi non seppe opporsi al Regime e lasciò che la persecuzione proseguisse il suo corso. Legato sentimentalmente a Maria Eisenstein, Franco interruppe la relazione proprio durante il periodo della prigionia; ciò che ferì, scrive l’autrice/protagonista, non fu tanto «l’abbandono della donna», quanto, piuttosto, «quello dell’esser umano, del numero 6» (p. 155). Ecco che torna il tema dello sdoppiamento tra la persona e la prigioniera, un vero e proprio topos della letteratura concentrazionaria che l’autrice tratta in pagine di straordinaria bellezza:

 

Più mi agito e più mi pare di essere in un mondo fittizio, non vero. O meglio: meno mi pare di essere io, in quel mondo. È un’altra, è il numero 6, che ha, sì, la sua personalità perché è 6 e non 59 né 23, ma non sono io. E dove sono io…? Nascosta. Molto ben nascosta e dal mio nascondiglio guardo questo 6 che si agita, scrive, discute, e mi meraviglio molto (p. 35).

 

«Questo 6», prosegue Maria Eisenstein,

 

Corteggia la Marfisi, si inchina davanti a Pistone, vorrebbe piacere a tutte. Non pensa affatto ai suoi cari, anzi […].

Poi viene la sera, fa scuro e il numero 6 svanisce con le altre ombre. Ed io esco coraggiosa dal mio nascondiglio, coraggiosa perché fa buio e quando fa buio la maschera mi abbandona. Allora ho il coraggio d’aver paura. Quanta paura, mio Dio, quanta paura! Mi stringe la gola, mi paralizza le membra. Mi rannicchio nella mia branda, mi copro la testa con la coperta e lascio che la paura salga, e m’avvolga, e cresca e geli in me, mi faccia stupita, ebete. È l’angoscia di quello che accadrà. Che accadrà di noi ebrei? Di me, se vince Hitler? (pp. 35-36).

 

«L’angoscia sale fedele» (p. 36) e si fa strada tra gli incubi dei cadaveri dai volti noti: «i miei nonni che ho adorato, la mia bella madre, amici e nemici uno a fianco dell’altro, una fila lunga lunga, interminabile… una fila lunga 17 milioni di corpi» (pp. 36-37). La paura diviene l’elemento centrale della narrazione; l’assenza degli affetti e l’incertezza sulla sorte dei propri cari costellano la riflessione e costituiscono un punto imprescindibile per comprendere l’esperienza vissuta a Lanciano, dove il dramma di un futuro sospeso grava anche sui ricordi dei gesti semplici della vita passata, che spesso fanno «piangere un poco» (p. 41). Di qui, il motivo della scrittura, che serve come «reazione» alla stasi del campo, dove ci sono solamente agitazione e «rapidi movimenti psicologici» (p. 130).

Il valore testimoniale dell’opera si fonde con la qualità della scrittura e con la profondità d’analisi di Eisenstein, che fa del suo diario una lente d’ingrandimento su un campo fascista e dà voce all’«urlo dell’anima» di chi è prigioniero (Ibidem). L’internata numero 6 è, infatti, un libro sulla prigionia degli ebrei stranieri internati in Italia; ma è anche un libro sulla condizione psicologica consustanziale alla prigionia stessa. Con questa edizione critica proposta da Mimesis diviene, inoltre, un libro che tiene in sé due Italie: l’Italia corrotta dalla guerra tratteggiata dall’autrice – ed è l’Italia delle 20.000 lire richieste sottobanco per la liberazione di un ebreo internato e del mezzo litro di latte sottratto a chi ha fame dentro i campi – e l’Italia corrotta dalla pace delineata dal curatore, ed è l’Italia di chi si è affrettato a mettere il fascismo tra parentesi.

«Lasciateci liberi», prega Maria Eisenstein, «lasciateci fuggire lontano», dove Hitler «non ci possa raggiungere»; «proteggeteci, accoglieteci, non permettete che ci macellino…» (p. 131), prosegue il canto disperato della donna, che a più di settant’anni dai campi del duce suona ancora estremamente attuale: «Non capite dunque, siete tutti impazziti, tutti, tutto il mondo, che peccate contro ogni morale, ogni religione, ogni ingiustizia» (p. 132).

 

 

 

 

 

 

 


[1] Traggo l’espressione da G. Bassani, Cinque storie ferraresi, Einaudi, Torino, 2005, p. 109 [I ed. 1956].

[2] C. S. Capogreco, Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista, 1940-1945, Giuntina, Firenze, 1987. Per un bilancio storiografico strictu sensu cfr. M. Toscano, Fascismo, razzismo, antisemitismo. Osservazioni per un bilancio storiografico, in M. Toscano, Ebraismo e antisemitismo in Italia. Dal 1948 alla guerra dei sei giorni, Franco Angeli, Milano, 2003, pp. 208-243. Sull’interesse verso i testimoni e i racconti biografici, cfr. almeno A. Foa, “Le stagioni del ricordo” e M. Toscano, “Storia, memoria e identità: alcune riflessioni sul caso italiano”, in S. Meghnagi (a cura di), Memoria della Shoah. Dopo i «testimoni», Donzelli, Roma, 2007, pp. 83-92 e pp. 93-104. Per una sintesi complessiva, cfr. A. Wieviorka, L’era del testimone, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999 e A. Rossi Doria, “Memorie di donne”, in M. Cattaruzza, M. Flores, S. Levis Sullam, E. Traverso (a cura di), Storia della Shoah. La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo, vol. 2., pp. 443-480.

[3] Cfr. C.S. Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino, 2004.

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    By: Elisa Guida

    Elisa Guida e’ iscritta al Dottorato di ricerca in “Storia d’Europa: società, politica, istituzioni (XIX-XX secolo)” dell’Università di Viterbo. Si occupa della storia della Shoah e del rapporto fra storia, letteratura e memoria, con particolare attenzione alle figure di Edith Bruck e Piero Terracina. Tra le sue pubblicazioni Dopo l’era del testimone: riflessioni di metodo in S. Consenti, Il futuro della memoria, Edizioni Paoline, Milano, 2011, pp. 122-132; Dentro la sostanza. In viaggio con Edith Bruck, Fondazione Villa Emma, Perugia, 2012; Dall’era dei divieti alla memoria del XXI secolo: un percorso nella rappresentazione della Shoahattraverso la poetica di Edith Bruck in “Cuadernos de filologia italiana”, Universidad Complutense de Madrid, vol. 18, 2011, pp. 141-159.

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