La narrazione storica come strumento scientifico e creativo della Public History

 

Il dibattito corrente sulla storia e sulle sue funzioni sociali, sulla marginalità degli storici nel discorso pubblico e sulla sclerotizzazione della memoria in rituali vuotati di senso e di partecipazione civile, si è andato arricchendo negli ultimi anni anche in Europa di un nuovo approccio all’analisi storica e alla sua diffusione: la Public History sta conquistando rapidamente tanto il campo della discussione, quanto le pratiche della Storia.

Negli Stati Uniti la questione è centrale da diversi decenni con un dibattito anche accademico consapevole e propositivo, apertosi con l’istituzionalizzazione in California della Public History come disciplina accademica circa quarant’anni fa[1]. Ma prima ancora di questa formalizzazione negli Stati Uniti, la Public History si è sviluppata soprattutto al di fuori del mondo accademico attraverso archivi, fondazioni, istituti, associazioni culturali, ma anche con una presenza nell’industria culturale. La sua diffusione è avvenuta sia grazie alle mostre e ai percorsi espositivi, che ai festival di storia e alle manifestazioni di rievocazione storica, sia attraverso i film documentari e di fiction, sia tramite siti web e a gruppi social dedicati a temi di storia, tanto ai programmi radiofonici e televisivi, quanto a periodici e best seller di divulgazione come alle tante iniziative che hanno fra gli obiettivi il coinvolgimento di giovani e anziani per il recupero di memorie individuali e per l’emersione di archivi e documenti familiari, dalle lettere agli album fotografici[2].

L’urgenza di delimitare il campo disciplinare, come le questioni legate alla formazione dei futuri Public Historians, descrivono un fenomeno di strutturazione disciplinare che per quanto di dimensione internazionale, impedisce una definizione univoca e generale. Infatti: “una definizione universale del campo della Public History rimane ambigua e contraddittoria e non applicabile dappertutto nello stesso modo. Il processo di internazionalizzazione della Public History segue certamente lo sviluppo globale […] e si svolge su basi differenziate nei diversi paesi in base ai bisogni specifici e alle tradizioni culturali nazionali”[3]. Non esiste quindi una definizione univoca e globale, anche se, ovunque si sviluppi, la Public History attinge a istanze professionali simili e mostra un comune obiettivo che è quello di impedire alla Storia di perdere il contatto con la società e, al contempo, quello di trovare un legame costitutivo tra la storiografia classica e accademica e la memoria individuale e collettiva delle realtà locali.

In realtà in Europa e in Italia quello che è mancato fin qui è un certo livello di consapevolezza e la giusta formazione, sono molti infatti gli storici che praticano la Public History in modo inconsapevole fuori dall’accademia: imprese, musei, archivi, biblioteche, istituzioni culturali private e pubbliche hanno, negli anni, messo in campo progetti e pratiche di Public History.

La necessità di sviluppare una storia capace di fornire a molti la possibilità di riflettere sul passato per agire sul presente, deriva anche dal sempre più diffuso relativismo che sfugge all’analisi per diffondere in modo strumentale una superficiale descrizione del passato che va a definire la “post verità”. In questo sistema distorto, la Storia perde la sua funzione e il suo valore di riflessione per divenire un’affermazione non confutabile anche a causa della scarsissima attenzione all’importanza della fonte e della sua attendibilità.

 

Uso pubblico della storie vs funzione civile della storia

Lo sviluppo e la diffusione di pratiche storiche alternative – certamente non tutte ugualmente attendibili da un punto di vista del rigore metodologico della ricostruzione storica – risponde alla necessità di colmare quei “vuoti di memoria” che affliggono da oltre un ventennio giovani generazioni costrette, per cultura e prassi formative, a crescere in “una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato”[4]. Il deficit di memoria, così come l’incapacità di applicare uno sguardo di prospettiva temporale ad eventi passati e presenti, deriva da diversi fattori, ma in Italia sembra avere una radice profonda nella progressiva incapacità degli storici accademici di comunicare la storia e, contestualmente, nel processo di appropriazione ideologicamente strumentale da parte della politica di una visione partigiana di fatti storici letti per un tornaconto contingente e temporaneo.

Per molto troppo tempo la dimensione pubblica della Storia è stata interpretata e praticata come “uso pubblico”, cioè una prassi che impone alla Storia di sottostare a volontà politico-ideologiche contingenti con l’obiettivo di creare delle memorie collettive utili e attive in un certo momento.

Come scrive Nicola Galleranno hanno contribuito all’uso pubblico della Storia non solo i mezzi di comunicazione di massa, ma anche le arti e la letteratura; luoghi come la scuola, i musei storici, i monumenti e gli spazi urbani, che con obiettivi più o meno dichiaratamente partigiani “si impegnano a promuovere una lettura del passato polemica nei confronti del senso comune storico-storiografico, a partire dalla memoria del gruppo rispettivo. Infine, larga parte nelle manifestazioni più visibili e discusse dell’uso pubblico della Storia e particolari responsabilità nella sua degenerazione hanno i politici”[5].

Come si vede gli strumenti e gli agenti che agiscono sulla dimensione pubblica della storia sono i medesimi, ciò che distingue un uso pubblico dalla funzione civile della Storia sono proprio le dimensioni strumentali e partigiane e l’azione al servizio non della memoria e della crescita armoniosa della comunità, ma della politica e delle sue esigenze temporanee e contingenti.

Non sono quindi gli strumenti, ma gli obiettivi a segnare una distinzione netta tra uso pubblico della Storia e Public History, e il coinvolgimento più sistematico e formale degli storici accademici in un processo di divulgazione che non debba derogare alla scientificità del metodo di analisi e della ricostruzione storica.

La Public History guarda alla divulgazione della Storia verso il grande pubblico, ampio e differenziato, attraverso l’attribuzione agli storici di conoscenze e pratiche comunicative. Con la formalizzazione di un approccio interdisciplinare alla storia – che coniughi la scientificità dell’analisi storica con la forza divulgatrice dei meccanismi e delle tecniche comunicative – attraverso le pratiche della Public History è possibile uscire dallo schema strumentale che ha segnato l’uso pubblico della Storia, riscoprendo sia la sua funzione civile, sia la funzione sociale dello storico che viene posto di nuovo al centro della comunità “nella” quale e soprattutto “con” la quale riflettere di storia.

 

La necessità di una connessione con il pubblico: la narrazione storica

Fin qui è stato rilevato come frequentemente gli storici non abbiano gli strumenti per interagire con il discorso pubblico sulla Storia, mostrando una scarsa attenzione al possibile legame esplicativo tra gli eventi storici e l’immaginario collettivo corrente. La questione non attiene a presunte difficoltà intrinseche alle disciplina e alla complessità del discorso storico, ma è legato ad una disconnessione profonda tra lo storico e il pubblico, tra l’analisi scientifica e il suo risvolto comunitario e condivisibile. Negli anni ’20 del Novecento, Johan Huizinga, scriveva “la storia è la scienza che più di tutte tiene aperta la porta al grande pubblico. In nessun’altra scienza il passaggio dal dilettante all’esperto è così sfumato, e in nessun’altra scienza una particolare conoscenza preliminare di natura scientifica è richiesta in misura tanto scarsa quanto lo è nel caso di chi voglia comprendere storicamente e operare storicamente. In tutti i tempi la storia è cresciuta molto di più nella vita che nella scuola”[6]. Huizinga ragionava praticamente in termini di Public History, l’unica possibilità per gli storici di non perdere completamente l’egemonia sulla disciplina è comprendere questa natura pubblica della storia è essere sempre presenti con efficacia nel dibattito pubblico. Naturalmente Public History non vuol dire “volgarizzare” il metodo storico in deroga al rigore scientifico. Sviluppare un approccio civile alla storia significa condurre il metodo storico fuori dalle accademie a da una spirale autoreferenziale, per renderlo comprensibile e utile alla comunità e allo sviluppo della memoria collettiva.

Il nodo, quindi, diviene la dimensione del fare Storia non solo e non tanto per il pubblico, ma con il pubblico, includendo nella pratica dell’analisi e della ricostruzione storica l’attitudine diffusa e “naturale” dell’uomo a costruire e tramandare racconti ed esperienze che possono contribuire a scrivere e a condividere la Storia.

Lo spazio pubblico e il dibattito pubblico sono sempre più ricchi di Storia e di storie: è necessario interrogarsi sulla dimensione del racconto della Storia e sul potere delle narrazioni come strumento e come metodo, sia di diffusione della conoscenza degli eventi storici, sia di costruzione della memoria pubblica. La costruzione di narrazioni storiche sfrutta, per la natura stessa delle narrazioni, il legame connaturato nel rapporto tra storia e comunità, legame che si esplicita attraverso linguaggi e luoghi, vale a dire attraverso processi e flussi di comunicazione. Le strategie narrative producono effetti persistenti sulle opinioni e sulla stratificazione delle conoscenze del pubblico, perché hanno la capacità di incorniciare le questione cognitive dentro ambiti emozionali. Le neuro-scienze, con i relativi studi sull’intelligenza emotiva e sui cosiddetti neuroni specchio, hanno dimostrato che un concetto, un’argomentazione razionale, una nozione si ricordano meglio e entrano con più facilità a far parte delle mappe cognitive individuali, se sono associate e veicolate attraverso un’emozione[7].

La forza emotiva delle narrazioni facilita la penetrazione di informazioni e costrutti cognitivi, questo potere rende le strategie narrative e i contenuti veicolati e trasmessi attraverso di esse, particolarmente efficaci in termini di apprendimento partecipato e quindi più duraturi nel tempo e più stratificati nell’ambito degli schemi mentali individuali.

Il necessario legame tra produzione storica e pubblico può efficacemente svilupparsi in termini di narrazione, utilizzando linguaggi e schemi comunicativi basati sulla forza della costruzione di racconti. La Public History, nella sua funzione di portare fuori dall’Accademia la produzione scientifica e di inaugurare e consolidare la condivisione dei contenuti storici con il pubblico, diviene una pratica multidisciplinare che armonizza due approcci scientifici consolidati: quello relativo alla ricostruzione storica e all’uso delle fonti e quello proprio delle strategie narrative. L’obiettivo deve essere unire le pratiche del racconto con la scientificità dei contenuti storici, fare storia e comunicarla in un contesto di condivisione sempre più diffuso sia con i singoli individui sia in un contesto di comunità, che però non abdichi alla rigidità scientifica di fonti e fatti.

Il punto che pone in evidenza la Public History è quindi la capacità dello storico di connettersi consapevolmente con una varietà di pubblici attraverso strumenti che possano rendere l’interpretazione storica e la costruzione della memoria una prassi partecipativa e condivisa, mettendo il metodo scientifico a disposizione delle comunità che vivono, ricordano e ricostruiscono la storia.

Lo sviluppo di canali e strumenti digitali ha sviluppato negli ultimi hanno un alto potenziale di condivisibilità e partecipazione. La Rete e i social network, trasformando il pubblico in attori del processo comunicativo e traslando l’asimmetria dei media tradizionali in un contesto simmetrico e di reciprocità, diventano il luogo privilegiato per la costruzione e la realizzazione di progetti di Public History per la comunità e dalla comunità. Grazie allo sviluppo del web, il pubblico ha a disposizione uno strumento concreto di esercizio di una legittima posizione attiva nella costruzione della memoria storica e del ricordo, concretizzando quello che Frisch ipotizzava negli anni ’90 e cioè che il pubblico non è mai consumatore passivo di narrazioni storiche, ma è in grado di interrogare e di essere coautore di Storia[8]. La posizione di Frisch, che mette in evidenza la necessità di una condivisone dell’autorità sulla Storia tra lo storico e il pubblico, piuttosto critico nei confronti dello storico tradizionale, ha avuto un certo successo tra i Public Historians che hanno accettato l’idea che l’elaborazione delle ricerche sul passato debba essere un processo democratico che coinvolge il pubblico, perché la Storia non appartiene agli storici ma è un campo di dominio pubblico[9].

 

Il Public Historian

Secondo Noiret, se la memoria diventa collettiva, forme di mediazioni sociali sono già intervenute. Storici e Public Historians guardano alla memoria anche per impedire che venga dimenticata. Se gli storici possono fallire il loro compito, i Public Historians con il loro approccio più aperto e possibilista, potrebbero trovare le chiavi per una narrazione pubblica del passato che permetta alla memoria collettiva di farsi storia nel presente”[10].

Il ruolo del Public Historian è quindi fondamentale nello viluppo delle pratiche di Public History e nella centralità della sua funzione di condivisione e costruzione collettiva della memoria storica. Per questo la Public History non è soltanto “comunicazione della storia”, ma anche formazione di individui che porteranno la storia attraverso nuovi media e a diversi pubblici.

La riflessione storiografica ha un valore sociale nel momento in cui si è in grado di comunicarla e trasformarla in uno strumento nelle mani di molti che possono così contribuire alla costruzione di uno strumento critico condiviso utile alla comprensione e all’azione nel presente. Ricorda Manfredi Scanagatta come Acton nella nota introduttiva al primo volume della Cambridge Modern History del 1902 scrisse che “le conoscenze che si richiedono ad uno storico minacciano di far di lui, anziché un uomo di cultura, un enciclopedie, ponendo l’attenzione dunque sul rischio che lo storico – giustamente immerso nell’approfondimento e nell’analisi della storia – perda di vista il significato del suo agire, che non può e non deve fermarsi ad una fase autoreferenziale”[11].

La Pubblic History dovrà essere un metodo e al tempo stesso una disciplina accademica che formi professionisti che vadano poi ad operare in quegli ambiti della società nei quali la Storia viene raccontata: i musei, la televisione, i giornali, ma anche le istituzioni che spesso si avvalgono di consulenti storici con particolari competenze in fatto di celebrazioni, ricorrenze e festival. Infine l’elaborazione e la diffusione dei contenuti storici sul web, fino ai videogiochi: la storia pubblica fa parte del quotidiano, ma questo è avvenuti fin qui senza che gli storici abbiano assunto in questo processo alcun ruolo significativo e significante.

Per queste considerazioni sullo storico e sulle relative difficoltà di farsi comunicatore non autoreferenziale delle proprie ricerche, la Public History deve essere pensata anche come un metodo, prima di tutto di formazione di nuove figure professionali che insistono sull’analisi storica. Il public historian non deve essere messo in contrapposizione con lo storico accademico, perché con questo condivide un irrinunciabile e stringete metodo storiografico. La Public History è “un metodo sovrastrutturale, che utilizza il metodo storico nell’analisi, nell’osservazione e nella critica delle fonti, ma lo amplifica andando in prima istanza a confrontarsi con diverse possibilità di osservazione filosofica della storia e di rappresentazione della ricerca”[12].

Il public historian dovrà possedere tanto competenze storiografiche, quanto narrative, dovrà cioè essere capace di guardare il fatto storico, il documento e la fonte come elementi, sì registrati con metodo scientifico, ma essenzialmente descrittivi di una narrazione più ampia che starà a lui volgere in una forma “spettacolare”, organizzata cioè in modo narrativamente creativo, mettendo in scena e contenuti storico-culturali e attraverso questi intrattenere.

Il primo passo per il public historian, come per qualsiasi comunicatore che strategicamente approccia il suo piano, è l’ascolto. L’ascolto di coloro che sono potenziale pubblico di contenuti storici, procedendo attraverso l’individuandone di esigenze, limiti, aspettative e conoscenze. L’ascolto e la descrizione del pubblico potenziale porta ad una definizione più precisa, e sopratutto atta alla ricezione e alla condivisione, di un “prodotto” che sia in egual misura il risultato di una ricerca storica e la sua rappresentazione, che utilizzi i linguaggi più ricorrenti e diffusi e faccia riferimento ad un immaginario collettivo che non lasci diffondere la sensazione di un contenuto calato dall’alto.

L’attenzione ad un pubblico generico, ma targettizzato, e la conseguente elaborazione dei contenuti deve essere modulata anche rispetto ad altre due variabili che insistono con ugual importanza sul processo di comunicazione: gli obiettivi e gli strumenti.

Per quanto riguarda i primi è evidente come nella natura stessa della Public History sia insito l’afflato verso una ricostruzione efficace della funzione sociale della storia e dello storico. In questo senso il confronto con la realtà entro la quale il public historian andrà ad innescare il progetto di Public History con attività collaborative e inclusive, sarà necessaria per mettere in luce esigenze del tessuto sociale così come le radici del racconto storico che promana in modo naturale dal basso, dalla comunità, dalla sua cultura e dalle sue tradizioni.

Per quanto riguarda gli strumenti, il public historian dovrà innanzitutto saper utilizzare il più articolato insieme di fonti pubbliche e private, e attraverso di esse cogliere non solo la sequenza di eventi e di accadimenti, ma sopratutto l’aspetto emotivo e umano di un periodo storico, inquadrando gli eventi e gli accadimenti in un contesto sociale e in un intrecciarsi di bisogni e emozioni individuali. Il riferimento alla dimensione emozionale, individuale e collettiva, di un tempo storico è proprio l’elemento che rende lo strumento narrativo il più efficace per soddisfare le aspirazioni di coinvolgimento e condivisione della Public History: è stato detto come lo schema narrativo e il prodotto comunicativo che da esso deriva, basino la propria forza esplicativa nel perfetto connubio tra cognizione ed emozione, tra pensiero e sensazione.

La convinzione diffusa che l’intrattenimento possa essere veicolato solo sull’assenza di contenuti, è smentita dall’efficacia provata della narrazione e dai tanti modi attraverso i quali essa è esplicabile. Il public historian, tessendo trame narrative basate su contenuti scientificamente costruiti, può riavvicinare il pubblico ad una necessità epistemologica: “intrattenere il fruitore senza sacrificare la centralità del contenuto”[13].

In definitiva lo storico che vorrà essere anche comunicatore e in quanto comunicatore essere in grado di ideare e proporre “format” storico-culturali efficaci, dovrà immaginare stimoli “pop”, vale a dire linguaggi e riferimenti ad un immaginario popolare, diffuso e condiviso. La condivisione di riferimenti semantici, di strumenti e di linguaggi permette di instaurare un dialogo comunicativo tra storico e pubblico, tra studioso e fruitori, che si sviluppa in senso orizzontale e che mette in campo ricerca storiografica e storia narrata, rigore scientifico e emozionalità diffusa.

L’attenzione al ruolo di tessitore che ogni individuo ricopre nella trama storica è sottolineato da Scanagatta in modo molto efficace quando afferma: “[…] per il public historian la storia vada osservata non come divenuto, ma come divenire, dove le azioni di ognuno di noi non sono legate ad azione e scelte compiute da altri nel passato, ma determinano in modo inequivocabile lo svolgersi della storia nel futuro. Ogni essere umano è all’interno di un flusso temporale che si sviluppa sia nel futuro che nel passato e ogni essere umano inserito nel suo contesto spazio-temporale non è altro che creatore e artigiano della storia”[14].

Nel quadro della Public History, l’efficacia della rappresentazione è tanto importante quanto il rigore scientifico, le capacità di mettere in scena in modo coinvolgente e orizzontale i contenuti storici è tanto rilevante quanto quella di trattare in modo scientifico le fonti e farle “parlare” in modo efficace e rappresentativo.

Il public historian dovrà sviluppare competenze e sensibilità marcatamente interdisciplinari in nome di un arricchimento complessivo delle discipline e dei prodotti intellettuali di tali discipline. Nei prossimi anni sarà quindi decisivo il contesto formativo e l’attribuzione di dignità scientifica a pratiche di costruzione e divulgazione storica inedite, ma certamente più inclusive ed efficaci.

Concludiamo proponendo un appello di Serge Noiret agli storici: “Il public historian nel corso delle sue diversificate manifestazioni professionali, deve svolgere questo ruolo essenziale di “traghettatore” verso l’avvenire, accompagnando ognuno di noi, con le sue ricerche insieme alle comunità, con i suoi metodi critici, con le sue conoscenze della storia e occupandosi delle nostre memorie. La pratica della Public History analizza criticamente le fonti storiche e mette in discussione l’autorità qualsiasi essa sia. Un public historian deve farci imparare a comunicare, a diffondere e a disseminare le nostre conoscenze, a conoscere l’altro e a confrontarci sia con le nostre certezze che con i dubbi e i limiti delle conoscenze del passato”[15].

 

 

[1] E. Lemonidou, Public History:The International Landscape and the Greek Case, in “Ricercge della Storia”, a. XLVI, 2016, 1, pp. 93-104; S. Noiret, “Public History” e “storia pubblica” nella rete, in F. Mineccia, L. Tomassini (a cura di), Media e storia, numero speciale di “Ricerche Storiche”, 39, n.2-3, 2009, p. 275-327.

[2] S. Noiret, La Public History: una disciplina fantasma? in «Memoria e ricerca», maggio-agosto 2011, pp. 9- 36

[3] S. Noiret, “Introduzione: per la Public History internazionale, una disciplina globale” in P. Bertella Farnetti, L. Bertolucci, A. Botti (a cura di) Public History. Discussione e pratiche, Edizioni Mimesis, Milano, 2017.

[4] E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995, pp. 14-15.

[5] N. Gallerano (a cura di) L’uso pubblico della storia,  Franco Angeli, Milano, 1995.

[6] J. Huizinga, Herftsttij der middeleeuwen, Haarlem 1919; tr. it. Autunno del Medioevo, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1995 (1998);

[7] Su questi temi e sulla forza esplicativa e persuasoria della narrazione cfr. C. Moroni, Le storie della politica. Perché lo storytelling politico può funzionare, Franco Angeli, Milano, 2017.

[8] M. Frisch, A Shared Autority. Essays on the Craft and Meaming of Oral and Public History, Suny Press, New York, 1990.

[9] T. Calvin, Public History. A Textbook of Practice, Rutledge, New York e Londra, 2016, cit. in P. Bertella Farnetti, “Public History: una presentazione” in P. Bertella Farnetti, L. Bertolucci, A. Botti (a cura di) Public History. Discussione e pratiche, op. cit.

[10] S. Noiret, “Introduzione: per la Public History internazionale, una disciplina globale”, op. cit.

[11] M. Scanagatta, “Public Historian, tra ricerca azione creativa” in P. Bertella Farnetti, L. Bertolucci, A. Botti (a cura di) Public History. Discussione e pratiche, op. cit.

[12] Ivi, p. 317.

[13] Ivi, p. 324.

[14] P. Bertella Farnetti, L. Bertolucci, A. Botti (a cura di) Public History. Discussione e pratiche, op. cit., p. 323.

[15] S. Noiret, “Introduzione: per la Public History internazionale, una disciplina globale”, op. cit. , p. 33.

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