Il dibattito europeista nella stampa cattolica italiana a cavallo del 1968

 

  1. Un tema di particolare attualità.

Negli ultimi anni la storiografia si è ampiamente soffermata sul “dissenso” cattolico e sul dibattito che si era registrato in seno agli ambienti ecclesiali italiani nel periodo successivo al 1968, non mancando di concentrarsi sulle critiche mosse da importanti settori del mondo giovanile ai “ritardi” con cui le gerarchie erano sembrate recepire il messaggio del Concilio Vaticano II, da poco concluso, o ai “limiti” delle politiche democristiane in ambito sociale come alle scelte dei governi nazionali in campo internazionale[1]. Le ricerche sin qui pubblicate hanno mostrato la stretta attinenza fra il serrato confronto che si era aperto all’interno della Chiesa italiana e la nuova sensibilità manifestata dalla stampa cattolica verso i problemi internazionali di più stretta attualità: dalla distensione agli strumenti per garantire una pace duratura fra le nazioni, dalla rapida conclusione della lunga stagione del colonialismo europeo agli obiettivi dei movimenti che, nel resto nel mondo, si stavano impegnando contro le discriminazioni razziali o religiose. Come era prevedibile, l’attenzione delle principali riviste cattoliche si sarebbe ben presto concentrata con una certa severità anche sulle politiche sino ad allora portare avanti, fra non poche difficoltà, dai paesi della cosiddetta “piccola Europa” per giungere a una effettiva unità politica continentale. La comparsa, accanto ad alcune voci più tradizionali, di diversi periodici vicini agli ambienti del dissenso ecclesiale avrebbe contribuito ad aggiornare il tradizionale approccio della stampa cattolica ai temi europeisti. Ne sarebbe seguito uno sfaccettato e controverso dibattito che, nell’arco di qualche anno, avrebbe consentito a parte significativa del mondo ecclesiale di “rivedere”, per così dire, alcune delle “premesse” di certo europeismo, forse di maniera, tipico dei primi anni Cinquanta.

Non è difficile intuire come la complessità della tematica richiederebbe di essere studiata sulla base di solide informazioni e di documenti inediti ad oggi ancora di difficile reperibilità, vista la chiusura di numerosi archivi ecclesiastici. In questa sede sarebbe inoltre poco realistico pretendere di ricostruire nel dettaglio le dinamiche all’origine di un’evoluzione culturale tanto profonda quanto lacerante. Potrà invece essere interessante soffermarsi sulle informazioni offerte dai numerosi articoli dedicati ai temi europeisti dalle principali riviste cattoliche a cavallo del ’68, non scartando l’ipotesi di interrogarsi sulle reazioni suscitate nella stampa più vicina alla gerarchie dal nuovo indirizzo seguito dai periodici sensibili alle ragioni del dissenso ecclesiale. Vale la pena ricordare come le brevi considerazioni che seguiranno non si propongono di esaurire l’argomento oggetto del presente contributo quanto piuttosto di offrire alcuni spunti metodologici da cui prendere le mosse in vista di una più ampia ricerca sulle trasformazioni che avrebbero caratterizzato parte significativa delle classi dirigenti cattoliche e delle stesse gerarchie.

 

  1. Le premesse.

Conviene partire dalle premesse che erano sembrate caratterizzare il panorama editoriale cattolico degli anni precedenti. La storiografia ha già ampiamente chiarito le ragioni del crescente valore politico assunto durante il secondo dopoguerra dal dibattito ospitato nelle principali riviste italiane. Neppure i periodici cattolici si sarebbero astenuti dall’intervenire sui temi di più stretta attualità: dalle prospettive economiche legate alle politiche per la ricostruzione postbellica alle iniziative sociali messe in campo dai primi governi democristiani, dai nuovi rapporti internazionali instaurati con la fine del secondo conflitto mondiale ai progetti per la definizione di una progressiva collaborazione fra i paesi dell’Europa occidentale. È nota la varietà delle posizioni che attraversavano il fronte democristiano e, più in generale, gli ambienti cattolici italiani di questi anni[2]. La linea seguita dalla rivista dei gesuiti romani, «La Civiltà Cattolica», pare tuttavia compendiare, forse meglio di altri periodici, le cause all’origine dello scarso coordinamento con cui – nonostante l’aspetto apparentemente monolitico della Chiesa di papa Eugenio Pacelli – il mondo ecclesiale era sembrato guardare ai problemi europei[3]. Non è un mistero lo stretto legame del periodico gesuitico con la Segreteria di Stato Vaticana. A dispetto dell’unanime autorevolezza riconosciuta in questa fase alla rivista dalla maggioranza dei credenti, «La Civiltà Cattolica» si sarebbe però schierata fin da subito su una posizione di retroguardia in una pluralità di tematiche, finendo per dare voce ai gruppi ancora presenti nella Chiesa italiana e nella stessa Curia che non avevano fatto mistero di battersi contro la linea di De Gasperi e del suo vero alleato oltre Tevere, monsignor Giovanni Battista Montini, ormai riconosciuto dai suoi stessi nemici come il più influente collaboratore del pontefice[4]. Basti qualche accenno.

Soffermandosi verso la fine del 1956 sulla crisi europea seguita alla conclusione del secondo conflitto mondiale, il padre Antonio Messineo[5] non aveva esitato a invitare i lettori e gli stessi commentatori contemporanei a «mettere da parte» le speculazioni vagamente accademiche spesso riproposte in quegli anni da molti intellettuali «per volgere» piuttosto «l’attenzione» ai pochi dati realmente disponibili intorno «alla crisi» eminentemente «politica» attraversata dal vecchio continente[6]. La determinazione con cui l’autorevole rivista dei gesuiti romani e il suo scrittore di punta erano sembrati insistere sull’importanza di accantonare ogni ulteriore considerazione di natura più specificatamente culturale sui vari progetti allora in discussione aiuta probabilmente ad intuire le ragioni che, a distanza di un decennio, avrebbero spinto buona parte della stampa cattolica italiana ad avvertire l’esigenza di ripensare alle premesse di certo europeismo cattolico degli anni Cinquanta. In effetti, sfogliando con più attenzione le pagine della «Civiltà Cattolica» non era difficile intuire come il padre Messineo si fosse limitato a ribadire alcuni punti fermi della linea editoriale seguita dal periodico sin dall’immediato dopoguerra. Come si vedrà, l’intento dello scrittore gesuitico era ben lungi dallo spronare a un atteggiamento rinunciatario verso le tematiche europeiste. Eloquente la nettezza con cui, sin dal marzo del 1948, il padre Brucculeri e lo stesso Messineo si erano affrettati ad incoraggiare i credenti italiani a rifarsi al magistero pontificio, «[assecondando] ogni iniziativa, ogni sforzo diretto all’unione» dell’Europa, «qualunque essa [fosse], non essendo in questo movimento secondi a nessuno»[7]. Il messaggio che se ne ricavava era fin troppo eloquente: i fedeli e i partiti europei di ispirazione cristiana avrebbero dovuto impegnarsi a tradurre politicamente l’insegnamento che la sede petrina si era sforzata di annunciare, spesso inascoltata, alle nazioni contemporanee per giungere a un ordine mondiale basato sulla giustizia e sulla solidarietà. La rivista non si era però astenuta dal precisare come la tradizione cattolica avesse ben poco da imparare da quanto affermato sull’argomento da altre scuole di pensiero. Un’impostazione, insomma, ancora legata a una lettura dal sapore fortemente intransigente caratteristica di quel cattolicesimo di fine Ottocento e di inizio Novecento quando il periodico dei gesuiti romani aveva guidato la battaglia contro lo Stato unitario in difesa dei diritti della sede apostolica o si era opposto alla cultura positivista e ai pericoli del modernismo. Sarebbe ovviamente un errore banalizzare il positivo contributo apportato nei primi anni Cinquanta dalla «Civiltà Cattolica» al dibattito sul futuro del vecchio continente. Quanto anticipato può comunque aiutare a meglio contestualizzare l’approccio seguito dalla rivista sui temi europeisti.

Eloquente la radicale avversità manifestata dai gesuiti romani, nei mesi successivi alla fine sella guerra, di fronte a una pace che fondava le sue premesse su una stabile collaborazione fra gli Alleati. Palesemente estranea allo spirito della Resistenza, la rivista non aveva fatto mistero di guardare con apprensione a un sistema internazionale basato su uno stabile accordo fra le forze legate al comunismo sovietico e potenze, come gli Stati Uniti o la stessa Inghilterra, ritenute ugualmente lontane dalla tradizione latina[8]. Si spiega in tal senso il favore con cui, in politica interna, la testata era parsa giudicare un possibile sbocco conservatore sul modello spagnolo anche per l’Italia pur di non assistere al perdurare di un’innaturale alleanza fra i partiti moderati e lo schieramento social-comunista[9]. Il precipitare degli eventi in ambito internazionale avrebbe però indotto ben presto la rivista a guardare, sia pur con una certa apprensione, al futuro alleato americano come unico realistico baluardo contro il blocco sovietico. Queste, in estrema sintesi, le premesse da cui era sembrata muovere la riflessione della «Civiltà Cattolica» sulle relazioni internazionali agli esordi della Guerra Fredda e, di conseguenza, sul futuro dell’Europa occidentale. L’approccio della rivista non sarebbe mutato neppure negli anni del centrismo. Pur riconoscendosi convintamente nella linea euro-atlantica dei governi italiani sin dall’esperimento del Consiglio d’Europa, la rivista gesuitica si sarebbe guardata dall’offrire una sponda politica alla Democrazia Cristiana e alle scelte degasperiane. Indicativo il silenzio dei gesuiti romani di fronte alle ripetute critiche mosse da parte del mondo ecclesiale e della sinistra democristiana ai punti qualificanti della politica estera seguita dal leader trentino neppure durante la battaglia per la Comunità Economica di Difesa[10].

Il vero “limite”, se così si può dire, della disamina sviluppata dalla testata deve essere tuttavia individuato nella difficoltà a cimentarsi in una riflessione intellettuale di più ampio respiro sulle prospettive della politica europeista. A prescindere da alcuni contributi di modesto valore culturale sull’identità cristiana del vecchio continente, i gesuiti romani non si erano curati di omettere ogni allusione al dibattito che, in questa fase, attraversava l’intellighentia contemporanea sulla crisi europea. Come anticipato, sarebbe stato proprio Messineo a ribadire la validità di simile approccio, invitando a «mettere da parte» analisi forbite ma poco realistiche «per volgere l’attenzione alla crisi» eminentemente «politica dell’Europa»[11]. Un attento esame degli articoli dedicati nel corso di questi anni alle principali tappe del processo di integrazione europea sembrerebbero ricondurre simile decisione ad un approccio editoriale studiato con una certa sapienza piuttosto che a sprovvedutezza intellettuale. Significativa la malcelata diffidenza che pareva ricavarsi dalle parole utilizzate nel 1951 dallo stesso Messineo per recensire il volume dato alle stampe proprio quell’anno da uno dei protagonisti della battaglia federalista come Altiero Spinelli con il titolo Dagli Stati sovrani agli Stati Uniti d’Europa. Pur riconoscendo «con l’autore» che «se l’Europa [avesse voluto] sopravvivere e conservare la propria civiltà, [sarebbe stata costretta a] unirsi, abbattendo lentamente le barriere nazionali che la [dividevano]», lo scrittore gesuitico non aveva infatti esitato a ricondurre alla sua antica formazione comunista la «indefinita simpatia» mostrata da Spinelli verso i numerosi partiti e movimenti di sinistra dichiaratamente ostili al processo di integrazione europea, quasi a ribadire lo scarso contributo offerto alla costruzione di una vera unità continentale da uomini estranei alla tradizione cattolica[12]. Possono forse essere interpretate in questa prospettiva anche le dettagliate rassegne di politica estera ospitate dalla rivista gesuitica durante gli anni Cinquanta.

Di ben altro tenore i numerosi articoli dedicati in questa fase ai problemi europei dal periodico dei Laureati cattolici «Studium»[13] o da riviste che si erano distinte fin da subito per una vocazione dall’alto profilo intellettuale, pur nella loro impostazione dichiaratamente terzaforzista e dal sapore molto spesso velleitario, come «Cronache Sociali»[14]. Il confronto appare ancora più stridente con la rivista bresciana «Humanitas»[15]. Sarebbe fuori luogo dilungarsi sull’originalità rappresentata dall’esperimento della testata lombarda nel panorama editoriale cattolico del secondo dopoguerra. Può essere comunque utile sottolineare come la vicinanza dei redattori bresciani a monsignor Montini avesse contribuito a fare della rivista una fucina di eccezionale importanza e, di conseguenza, ad accrescerne l’autorevolezza presso i commentatori più avveduti[16]. Indicativa la determinazione con cui «Humanitas» era parsa sforzarsi a scindere le ragioni contingenti all’origine dell’alleanza nord-atlantica dal dibattito intellettuale sulla costruzione di un’effettiva unità politica europea. Non meno originale la propensione a evitare di ricorrere acriticamente ai capisaldi del pensiero cattolico tradizionale per spiegare l’urgenza di una progressiva collaborazione internazionale all’interno di realtà continentali sempre più ampie.

Sin dall’estate del 1947 il periodico bresciano si era provocatoriamente chiesto se, di fronte ad un Occidente ormai in crisi e ad «un Oriente russo più solido e minaccioso» da fare temere che «due Europe [fossero ormai] entrate in lizza» fra loro, la tradizione cristiana «[avesse ancora potuto] rappresentare il solo elemento veramente vitale in grado di fungere da punto di fusione di forme di civiltà diverse e lontane»[17]. L’attenzione dedicata dalla rivista all’approfondimento dell’eredità umanistica e cristiana della cultura europea non sembrava lasciare dubbi sul primato riconosciuto alla dimensione culturale quale strumento imprescindibile per costruire una nuova Europa. Ne erano testimonianza gli approfonditi articoli dedicati a simili temi durante gli anni Cinquanta. Degno di nota, fra l’altro, il numero unico del 1950 in cui la rivista aveva ospitato una sorta di referendum da estendete agli intellettuali contemporanei dal significativo titolo Che cosa è l’Europa?, attraverso cui offrire, «nella linea del proprio programma di chiarificazione e di approfondimento del tempo» moderno, un’occasione per soffermarsi su una questione ritenuta di cruciale «attualità ed urgenza»[18]. Interessante il bilancio tratto a conclusione del fascicolo dalle risposte pervenute, ad iniziare dall’urgenza di «scuotere le coscienze, predisporre dal di dentro alle nuove istituzioni internazionali, dare consapevolezza delle radici europee della propria individualità nazionale e della maniera in cui essa [avrebbe potuto integrarsi] in più vasti organismi per ragioni ideali oltreché per rudi esigenze di vita economica e per contingenti minacce militari»[19]. Fra i contributi ospitati nel corso di questi mesi si segnalano, inoltre, numerosi interventi apparsi a firma dello storico bresciano Mario Bendiscioli[20]. Vicino sin dagli anni giovanili a Giovanni Battista Montini e al circolo intellettuale da cui era scaturita l’idea di dare vita alla casa editrice Morcelliana nel 1925 come tentativo di rispondere con l’approfondimento culturale alla crisi della società contemporanea, fra le due guerre Bendiscioli aveva avuto modo di stringere duraturi rapporti di amicizia e stima reciproca nel gruppo dirigente della Federazione Universitaria Cattolica Italiana e del Movimento dei Laureati cattolici. Dopo il conflitto si era dedicato alla ricerca storica per divenire professore di storia moderna presso l’università di Salerno e, successivamente, in quella di Pavia. Negli articoli firmati per «Humanitas» si era impegnato, ad esempio, a soffermarsi sul contributo apportato dall’esperienza resistenziale alla creazione di una nuova coscienza civile europea[21]. Da ricordare l’insistenza con cui l’intellettuale di origini bresciane si era speso per invitare i cattolici italiani a tradurre in un progetto “politico” di più ampia portata la vocazione universalistica del messaggio cristiano quasi a scorgere nella costruzione europeista una missione etica[22]. Spicca, in tal senso, la propensione a fare tesoro degli stimoli offerti da tradizioni apparentemente lontane da quella cattolica. Eloquente il commento riservato dallo stesso Bendiscioli a un classico della letteratura federalista come Equilibrio ed egemonia di Ludwig Dehio[23] apparso solo pochi mesi più tardi –  per la prima nella penisola – presso la Morcelliana con una Prefazione a firma del medesimo studioso. Le informazioni offerte dalle pagine della rivista bresciana sarebbero ancora numerose. D’altra parte, la pluralità degli approcci con cui la stampa cattolica italiana dei primi anni Cinquanta si era accostata al dibattito europeista non rappresenta una novità. Quanto detto può comunque aiutare a farsi un’idea della crescente diffidenza avvertita dai settori del mondo ecclesiale vicini a «Humanitas» o alle riviste della sinistra democristiana verso la linea editoriale seguita dalla stampa legata alle gerarchie.

 

  1. Un primo aggiornamento.

A dire il vero, sin dalla fine degli anni Cinquanta non poche riviste cattoliche italiane erano sembrate avvertire l’esigenza di aggiornare l’approccio sino ad allora seguito per accostare i temi europeisti. Solo la conclusione del lungo pontificato pacelliano, nell’ottobre del 1958, avrebbe però contribuito a imprimere un’accelerazione al dibattito interno al mondo ecclesiale.

Anche in questo caso, la linea seguita dalla rivista dei gesuiti romani pare offrire alcune informazioni degne di nota. Eloquenti le parole utilizzate verso la fine di quello stesso 1958 dal padre Angelo Martini[24] per tratteggiare un primo bilancio del pontificato appena concluso. A suo giudizio, il grande problema che aveva angustiato Pio XII e le gerarchie ecclesiastiche verso la fine del secondo conflitto mondiale era coinciso con il comunismo internazionale, «incontrato» dal futuro papa sin dagli anni giovanili «sul suo cammino […], nella sua organizzazione politica internazionale e nelle attuazioni di partito nelle singole nazioni». Uno scontro insomma inevitabile, secondo il padre Martini, che aveva obbligato Pacelli e la sede apostolica a ingaggiare una strenua battaglia[25]. Dietro l’alone della ricostruzione storica proposta dal dotto scrittore gesuitico non era difficile scorgere la fiera difesa di una linea editoriale tenacemente seguita dal periodico nel corso dell’intero pontificato pacelliano. Si spiega probabilmente in tal seno l’iniziale resistenza con cui la rivista era sembrata opporsi agli stimoli giunti dal resto del panorama editoriale cattolico per aggiornare le rassegne dedicate ai temi internazionali sulla base dei nuovi orientamenti che erano parsi guidare la Sede apostolica con l’elezione al Soglio pontificio del cardinale Angelo Roncalli con il nome di Giovanni XXIII. Neppure la nomina nel 1959 del moderato padre Roberto Tucci alla direzione della rivista sarebbe riuscita a ridimensionare il peso delle voci che avevano contribuito a dettare la linea editoriale degli anni precedenti. Indicativi i silenzi della «Civiltà Cattolica» sull’apertura a sinistra della Democrazia Cristiana per evitare di sconfessare apertamente le direttive vaticane sulla politica interna italiana o i tentativi del padre Messineo di intavolare autonomamente un dialogo con il Partito Socialista nella speranza di riuscire a definire un accordo in funzione anticomunista[26]. Messineo era sembrato inoltre ribadire con forza se possibile maggiore la sua preoccupazione di fronte all’attivismo del blocco sovietico. Degno di nota, fra l’altro, l’articolo firmato agli inizi del 1958 dallo scrittore gesuitico con il titolo La NATO e il problema della sicurezza in cui si rimarcava l’attualità delle motivazioni che avevano spinto i paesi della piccola Europa a entrare nell’alleanza atlantica: «La questione che alle nazioni libere allora si presentava con carattere di urgenza – leggiamo – era molto semplice nei suoi termini: o unirsi, per arrestare l’espansione aggressiva del comunismo, o perire l’una dopo l’altra sotto l’irresistibile avanzata delle forze sovietiche». Pur riconoscendo che le contingenze storiche avevano contribuito a dare particolare importanza agli aspetti della sicurezza militare, il padre Messineo si era premurato di sottolineare ancora una volta il contributo apportato dal pensiero cattolico alla creazione di un ordine internazionale, come quello alla base dell’alleanza occidentale e della stessa embrionale unità europea, basato su comuni valori: quei «principi di convivenza internazionale che oggi vengono accolti dalle nazioni – spiegava – non sono una novità per il pensiero cattolico. Essi hanno fatto sempre parte della sua tradizione dottrinale e sono stati costantemente inculcati dalla suprema autorità della Chiesa ed in modo particolare da Pio XII»[27]. Non può certo passare sotto silenzio l’insistenza con cui, nel corso di questi mesi, la rivista era sembrata legare simile ricostruzione ideologica a due principi politici irrinunciabili: la lotta al comunismo internazionale e l’opposizione verso qualsiasi arretramento, sul piano interno, verso le forze di sinistra.

A ben guardare, numerosi indizi sembravano tuttavia rivelare, forse per la prima volta, uno scontro senza precedenti fra i gesuiti romani e quanti, all’interno del mondo ecclesiale, non avevano fatto mistero di considerare ormai superata la linea editoriale della «Civiltà Cattolica». Deve essere probabilmente letta in tal senso la virulenta ammonizione rivolta qualche mese più tardi dallo stesso Messineo ai governi nazionali e alle forze di ispirazione cristiana dei paesi firmatari dei Trattati di Roma per avere sottovalutato l’«azione sabotatrice» dei partiti comunisti occidentali, anziché attenersi alla sola strategia realmente perseguibile: «Dinnanzi alle campagne pacifiste del blocco orientale e dei partiti satelliti – osservava – non è moralmente possibile per l’uomo avveduto e prudente che un solo atteggiamento: dubitare della loro sincerità, intravvedendone i secondi fini, e intanto non rallentare la lotta contro i disegni di dominazione mondiale, con i mezzi consentiti dalla legge, all’interno delle nazioni, e con una politica comune, concordata e vigorosa, nel più ampio settore della comunità internazionale»[28]. Significativo, inoltre, il neppure troppo velato rimprovero mosso a parte dell’intellighentia cattolica italiana per l’ironia con cui alcuni commentatori si erano spinti ad accusare la rivista gesuitica di esagerare il pericolo comunista sino a «[dividere] il mondo con un taglio insanabile in due blocchi antagonistici»[29]. Nei mesi successivi la testata si sarebbe comunque dilungata con particolare acribia sull’originalità dei Trattati di Roma, non mancando di leggervi una conferma di quanto sostenuto dalla dottrina sociale della Chiesa sulla validità dei sistemi economici in grado di trovare una sintesi fra il modello liberale classico e quello statalista di impronta socialista[30]. A dire il vero, il giudizio del padre Messineo sulla realizzazione concreta del mercato comune sembrava alquanto interlocutorio: «La grande novità delle più recenti intese tra le nazioni europee per l’integrazione delle loro economie – osservava –, non consiste propriamente nel proposito di abbattere le barriere della politica protezionista […], ma in modo particolare nel significato che queste iniziative di liberalizzazione degli scambi prendono, in ordine alla costruzione di un assetto permanente, cui si è voluto specificatamente dare l’appellativo di comunità». In altri termini, sembrava rincuorarlo che, nonostante gli evidenti limiti giuridici e istituzionali rispetti agli accordi della CED, i Trattati di Roma contenessero in germe alcune delle intuizioni già evidenziate dai pensatori cattolici sulla progressiva internazionalizzazione dei rapporti fra gli Stati: «Piuttosto che considerare il mercato comune come una comunità, la quale sarà pienamente compiuta quando dall’unione sul campo economico emergerà quella politica – proseguiva –, è meglio più modestamente valutarlo come un mezzo idoneo a produrla nell’avvenire […]. La teoria dei fatti sociali produttori di senso sociale, sulla quale il Taparelli costruì la sua concezione etnarchica della comunità delle genti, vedendo nella storia dei suoi tempi i segni premonitori di una vera società dei popoli ha un suo valore. Il fatto associativo, quale è indubbiamente il mercato comune, fondendo le barriere commerciali […], potrà anche fondere le cortine psicologiche, conducendole a costruire una vera, integrale comunità continentale»[31]. A distanza di qualche mese il padre Messineo era parso tuttavia modificare le sue opinioni. Il gesuita non aveva esitato a riconoscere di essersi lasciato condizionare da una lettura frettolosa. I limiti dei Trattati non gli sembravano più sufficienti per valutarne ancora provvisorie le conclusioni. Messineo aveva ammesso di «[essere arrivato] a questa conclusione, correggendo solo in parte la [sua] prima impressione di un netto regresso istituzionale della Comunità economica europea sulla precedente organizzazione della Comunità del carbone e dell’acciaio», grazie al dibattito degli ultimi mesi fra i critici più feroci e quanti speravano che il corso degli eventi avrebbe impresso un’evoluzione positiva al percorso europeista. Non erano certo usuali simili parole da parte della «Civiltà Cattolica». Una più oculata lettura del testo firmato nel marzo dell’anno precedente lo aveva indotto a concludere «che i due atteggiamenti, il negativo e il positivo, il critico e il favorevole, [avevano] buoni punti di sostegno nelle statuizioni del trattato, e che pertanto la più retta interpretazione [stava] nel mezzo, sebbene [si dovesse] maggiormente propendere verso una visione alquanto ottimistica»[32]. Il gesuita aveva voluto essere ancora più esplicito nel precisare come, sebbene «la nuova istituzione non [portasse] impresso il sigillo della soprannazionalità in forma rilevata e visibile a primo sguardo; […] la connessione degli organi, la penetrante azione giuridicamente riconosciuta alla Commissione sulle deliberazioni del Consiglio, la sua autonomia nell’applicazione delle funzioni affidatale e il concorso dell’Assemblea, quale organo di controllo, [parevano] garanzie sufficienti per un’attività sociale volta al conseguimento di fini veramente collettivi» e pienamente conformi con l’idea di «soprannazionalità»[33]. Nonostante il malcelato tentativo di sminuire il parziale cambio di rotta, la circostanza pone una serie di interrogativi sulla progressiva marginalizzazione del periodico gesuitico rispetto agli indirizzi allora prevalenti in seno alla stampa cattolica che, quasi all’unisono, si era schierata a favore dei Trattati di Roma. L’accenno alle critiche di alcuni quotidiani cattolici per i toni sopra le righe della battaglia anticomunista ingaggiata nel corso degli ultimi anni dalla testata ne era forse una testimonianza.

La decisione di schierarsi a favore dei nuovi Trattati non avrebbe infatti distolto il padre Messineo dall’additare ai lettori i funesti presagi che gli sembravano addensarsi per il mondo cattolico. Eloquenti gli articoli dedicati alla cosiddetta sinistra cristiana verso la fine del 1958[34].  «Il cattolico – scriveva agli inizi del 1959 – non ha bisogno di volgere lo sguardo ammirato ad altre ideologie, né di domandare alle medesime prestiti, per formare e legittimare il suo atteggiamento riformista»[35]. Soffermandosi sugli errori del «cattolicesimo di sinistra» il gesuita di origini siciliane si era affrettato a ricondurre le cause del «diffuso sbandamento mentale» di molti credenti alla «confusione pericolosa di idee e di propositi, di orientamenti e di direttive pratiche»[36] che aveva spinto alcuni gruppi cattolici a guardare con favore ad una politica meno severa verso il comunismo internazionale[37]. Messineo era stato molto netto nel ribadire, a dispetto delle velleità pacifiste coltivate anche da diversi commentatori cattolici, come «le sorti della pace [dipendessero] dalla stretta collaborazione delle potenze occidentali e dall’efficienza dell’Organizzazione Atlantica». Erano queste le sole premesse che, sino ad allora, avevano rappresentato l’unico «baluardo dimostratosi efficace» contro «l’insana politica sovietica»[38].

La stagione giovannea avrebbe ben presto obbligato anche «La Civiltà Cattolica» a mitigare i suoi giudizi. Eloquente la progressiva attenuazione della verve polemica che era sembrata contraddistinguere la rivista sin dalla seconda metà del 1960. Sotto la superficie non era tuttavia difficile ricavarsi una certa difficoltà a misurarsi con le nuove sensibilità che attraversavano il mondo ecclesiale. Anche la linea editoriale seguita sui temi europeisti avrebbe rivelato simili titubanze. Indicativa la propensione a ribadire l’autosufficienza del pensiero cattolico sui grandi problemi affrontati dagli organismi internazionali, dai diritti umani dibattuti nella sede delle Nazioni Unite alle politiche di carattere sociale esaminate dalle Istituzioni europee[39]. Di uguale tenore i commenti riservati alla questione africana[40]. Non meno interessante la pervicacia con cui il padre Messineo era sembrato leggere le tappe del processo di integrazione europea come il naturale risultato di un percorso storico già presagito dal magistero della Chiesa[41]. Ne era testimonianza il richiamo agli scritti pubblicati nel secolo precedente dal padre Taparelli d’Azeglio per ribadire ancora una volta come «non [avessero visto] male quei teorici cattolici […] che parlarono di fatti associativi, ossia di positive realtà storiche che, per una specie di lancio evolutivo, si prestano ad essere presupposto al sorgere del fenomeno propriamente sociale»[42]. L’Europa tratteggiata dalla rivista gesuitica era insomma il frutto di un insieme armonico di positive «intese regionali» o, se si vuole, il preludio «alla formazione di una comunità mondiale»[43] già preconizzata, nei suoi aspetti principali, dalla tradizione cattolica. Da non sottovalutare la predilezione riservata nella bibliografia recensita dal periodico a contributi in grado di illustrare il ruolo svolto dalla sede apostolica nel porre le premesse per una unità politica del vecchio continente rispetto alla scarsa attenzione dedicata agli studi di argomento europeista dati alle stampe da autori lontani dalla tradizione cattolica. Indicativo il plauso riservato al volume che raccoglieva gli interventi pronunciati durante il primo incontro europeo della Federazione internazionale degli Uomini Cattolici, svoltosi a Colonia dal 14 al 17 giugno 1962, «sull’atteggiamento di Pio XII, in modo particolare riguardo l’unità europea, dal cui insegnamento [si poteva ricavare] quanto la Chiesa [fosse stata] favorevole al movimento unionista»[44]. Una linea editoriale insomma, quella della rivista gesuitica, ancora legata al recente passato che difficilmente avrebbe potuto rispondere all’ansia di rinnovamento avvertita durante questi anni da parte significativa delle giovani generazioni cattoliche.

 

  1. Gli anni Sessanta.

Come noto, l’entusiasmo suscitato nei primi anni Sessanta dai grandi documenti giovannei sulla pace e dal Concilio Vaticano II avrebbe contribuito a imprimere una decisa accelerazione al dibattito ecclesiale. Sarebbe stata però l’elezione al Soglio Pontificio con il nome di Paolo VI dell’arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, a modificare radicalmente i rapporti di forza all’interno degli ambienti cattolici e delle stesse gerarchie, relegando a una posizione di netta minoranza i gruppi tradizionalisti. La storiografia si è ampiamente dilungata sugli sforzi di papa Montini per giungere a un cambiamento dello status quo che si era originato in Europa dopo la fine del secondo conflitto mondiale[45]. Deve leggersi in questa prospettiva la scelta di lavorare per “aggiornare” l’europeismo degli anni precedenti così da evitare di appiattire l’immagine della Chiesa su quella delle nazioni occidentali e vanificare la speranza di vedere migliorare le relazioni con i paesi oltre cortina. Il vero quesito pare tuttavia riguardare anzitutto le reazioni suscitate nella stampa cattolica dal moderato aggiornamento che era sembrato caratterizzare i documenti pontifici e la stessa politica vaticana durante questi anni. L’interrogativo è di cruciale importanza in questa sede.

Eloquente la prontezza con cui alcune riviste sorte fra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta si erano affrettate a portare alle estreme conseguenze il messaggio delle encicliche di Giovanni XIII rispetto ai commenti dai toni ancora tradizionalisti della «Civiltà Cattolica». Degni di nota i richiami di Messineo al pensiero del Taparelli o di Francisco Suárez per illustrare il contenuto della stessa Pacem in terris[46]. Non diverso l’approccio che – come si vedrà – il periodico gesuitico avrebbe utilizzato per presentare i nuovi orientamenti della politica vaticana. In proposito merita particolare attenzione il differente indirizzo seguito dalla rivista fiorentina «Testimonianze». Fondata nel 1958 dallo scolopio Ernesto Balducci[47], la testata non avrebbe mancato di dare voce alla critica degli ambienti giovanili toscani vicini al circolo del Cenacolo verso un Occidente accusato di materialismo sulla scorta di una visione dal rinnovato sapore intransigente: «Oriente e Occidente – leggiamo – sono accomunati dalla stessa secolarizzazione della politica» frutto di «due mondi [ugualmente] pagani e atei»[48]. Ne discendeva l’invito a tornare allo spirito comunitario della prima comunità cristiana[49] o ad una civiltà medievale spesso idealizzata[50]. Sono note le perplessità suscitate nella Curia romana dalla radicalità dei toni usati dai redattori fiorentini. Lo stesso «Osservatore Romano» sarebbe stato costretto a correggere gli eccessi del periodico toscano[51]. Balducci e i suoi collaboratori non avrebbero però fatto retromarcia. Indicativa l’attenzione riservata alle antiche colonie europee guardate come un possibile «blocco neutrale»[52] equidistante fra il blocco occidentale e quello sovietico o alla stessa figura di Fidel Castro a cui – secondo la testata – andava dato atto di avere saputo riconoscere la centralità di una politica attenta alla «ripartizione dei beni e alla giustizia sociale […] negli strati più diseredati delle popolazioni»[53] dell’America latina. Non meno interessante la polemica che si era sviluppata nel corso di questi mesi fra padre Balducci e il prete genovese Gianni Baget Bozzo sull’idea di Occidente cristiano inteso dal direttore di «Testimonianze» come un «sinonimo di civiltà moderna», il cui «domicilio geografico» era coinciso per secoli con l’Europa nella sua accezione più ampia dagli Urali allo stesso nuovo mondo visitato dai padri pellegrini. Rispetto a Baget Bozzo, Balducci sembrava insomma rifiutare di fare coincidere la tradizione cristiana con una particolare accezione della cultura europea di impronta tipicamente romana[54]. Decisamente più “politico” l’approccio della rivista genovese «Il gallo»[55]. Prendendo spunto nel 1959 dagli articoli dedicati dal padre Messineo durante i mesi precedenti ai primi passi compiuti dalla politica internazionale dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la testata genovese non aveva esitato a riconoscere il contributo apportato dalla NATO al contenimento dell’espansionismo sovietico. Secondo la rivista, purtroppo le aspirazioni inizialmente espresse dalle nazioni aderenti all’Alleanza atlantica in favore della pace e di una «cordiale solidarietà», non avevano però riscosso «una seria e tenace volontà di realizzazione»[56].

Negli anni successivi la stampa vicina al dissenso ecclesiale non avrebbe inoltre mancato di leggere nei principali documenti pontifici sulla crisi dei rapporti internazionali un indizio dell’aggiornamento che stava attraversando il mondo cattolico. Indicativo il parallelismo, dai toni quasi profetici, istituito da Giorgio La Pira dalle pagine di «Testimonianze» fra l’enciclica giovannea Pacem in terris del 1963 e la Populorum progressio firmata da Paolo VI nel marzo del 1967[57]. Dal sapore ancora una volta squisitamente politico gli appunti rivolti dalla rivista «Il gallo» di fronte alle stizzite reazioni della «destra politica ed economica» per le critiche che papa Montini avrebbe mosso agli errori dei sistemi capitalisti[58].  Simili affermazioni spingevano diverse riviste a insistere sulle colpe dei paesi più sviluppati nel cosiddetto “Terzo mondo”: rivelatori gli articoli dai toni particolarmente virulenti contro il paternalismo nord-americano verso le Chiese dell’America latina ospitati nel corso di questi mesi dal periodico «Momento»[59]. Le informazioni che giungevano dalla base del movimento cattolico non sembravano meno favorevoli verso le politiche dell’alleato statunitense: «L’America – si poteva leggere in un volantino distribuito dal gruppo di Gioventù studentesca di Trento intorno al 1968 – non è nel Vietnam da sola o per sé sola, ma è lì con la complicità di tutti noi che apparteniamo alla civiltà industriale avanzata. L’America non è nel Vietnam solo per conservare o per controllare dei mercati: questa giustificazione non basta. Bisogna aggiungere che tutta la civiltà industriale avanzata desidera in qualche modo il controllo economico del Terzo Mondo»[60]. In sede storiografica si sono ricordate le differenti sfumature di giudizio che sembravano convivere all’interno delle principali riviste cattoliche[61]. Resta ovviamente da chiedersi se critiche tanto radicali potessero ambire a modificare in modo significativo l’orientamento sino ad allora seguito dalla maggioranza della stampa cattolica sui temi europeisti come ormai auspicato, neppure troppo fra le righe, dalle stesse gerarchie vaticane o, al contrario, non finissero per consolidare le posizioni del recente passato.

Stando agli articoli ospitati in questa fase da alcune delle riviste che, sino ad allora, si erano distinte per un’evidente originalità rispetto alla stampa “ufficiale”, sembrerebbe di potere registrare un certo imbarazzo di fronte ai toni del dibattito contemporaneo. Eloquente la frammentarietà degli accenni dedicati a cavallo del’68 da «Humanitas» ai temi europeisti, se si esclude qualche fugace richiamo al ruolo del vecchio continente nelle principali crisi internazionali a cui avevano fatto riferimento alcune note sulla situazione nel sud-est asiatico[62] o sul problema della pace[63]. Nel complesso, la linea editoriale della rivista bresciana era sembrata tuttavia ribadire l’approccio degli anni precedenti ai problemi europeisti. Gli articoli ospitati da «Studium» fra il 1967 e il 1968 non avevano invece mancato di soffermarsi con maggiore attenzione sugli interrogativi posti dalla crescente protesta studentesca al mondo della cultura e alle classi dirigenti[64]. Anche per i Laureati cattolici il tema di più stringente attualità della politica internazionale rimaneva comunque quello della pace in alcune zone del pianeta[65]. Appare in ogni caso degno di nota l’articolo firmato da Giovanni Battista Bonelli con il titolo Riflessioni sulla storia e compiti attuali dell’Europa nel marzo del 1969, anche se, ad una più attenta lettura, il contributo si era limitato a ribadire le tesi già sostenute dal periodico nel corso dei decenni precedenti sul ruolo eminentemente politico del modello europeo come valida risposta a quelli americano e sovietico[66]. Non deve meravigliare l’apparente staticità delle riviste che, sin ad allora, avevano rappresentato l’alternativa forse più originale alla linea editoriale seguita dalla stampa ufficiale. L’ansia di rinnovamento avvertita dalle giovani generazioni cattoliche a cavallo del’68 aveva probabilmente colto impreparati quei gruppi che, durante la lunga stagione pacelliana, si erano maggiormente battuti per “correggere” i toni di certo europeismo cattolico.

Per ironia della sorte sarebbe stata «La Civiltà Cattolica» a risentire, più di ogni altra rivista, del nuovo clima ecclesiale. Il crescente attivismo diplomatico vaticano doveva avere obbligato anche il periodico gesuitico ad allinearsi, almeno formalmente, alle direttive della Segreteria di Stato. La “svolta”, se così si può dire, avrebbe visto affermarsi alcune giovani firme, ad iniziare da quella del padre Giovanni Rulli. Solo la progressiva marginalizzazione del padre Messineo avrebbe consentito alla rivista di iniziare a riflettere con spirito nuovo sul significato dell’interesse nutrito dalla Chiesa per l’unità europea, senza tuttavia dimenticare di interrogarsi sui “limiti” del dialogo con il blocco sovietico. Indicativo il tentativo di circoscrivere gli interventi del padre Messineo apparsi fra il 1964 e il 1965 al dibattito sulla giustizia internazionale[67]. L’anziano scrittore gesuitico non avrebbe comunque esitato a cogliere ogni occasione possibile per ribadire la sua interpretazione del ruolo esercitato dalla Chiesa cattolica sullo scenario mondiale dopo la fine della guerra, affrettandosi a prendere le distanze dalle ricostruzioni storiche che gli sembravano non riconoscere la giusta importanza all’«azione stimolatrice degli ultimi pontefici» nel seguire «le vicende della vita internazionale e i suoi problemi»[68]. Come era facile intuire, simili parole non intendevano cimentarsi in una ricostruzione storica del recente passato ma sembravano mirare a ribadire la validità della linea seguita sino ad allora dalla rivista. Nel corso degli anni successivi il padre Messineo avrebbe continuato a interessarsi dei grandi problemi legati alla politica estera, dalla decolonizzazione al ruolo delle Nazioni Unite sino al dibattito sul concetto di “guerra giusta”[69]. Eloquenti le titubanze con cui era sembrato riconoscere come, dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa fosse giunta a «[rivedere] gradatamente la propria antica teoria della guerra giusta, per adattarla, senza rinunziare alla sua profonda ispirazione morale, ai dati nuovi dell’evoluzione tecnica e sociale […]»[70]. La presenza dell’anziano scrittore gesuitico, sia pur in una posizione di minore importanza rispetto al passato, nella redazione della «Civiltà Cattolica» durante gli anni successivi avrebbe ovviamente rallentato il già moderato aggiornamento intrapreso dalla rivista.

In conclusione può forse essere utile soffermarsi brevemente sui sempre più frequenti accenni dedicati in questa fase dalla «Civiltà Cattolica» a un tema fino ad allora ignorato da Messineo e dagli altri scrittori gesuitici quale l’idea di Europa. Sarebbe stato il padre Rulli a introdurre per primo l’argomento, affrettandosi tuttavia a delimitare il campo d’azione dei credenti alla dimensione eminentemente spirituale e culturale. Rivelatrici le parole utilizzate nell’articolo apparso a suo nome con il titolo Verso un’Europa nuova verso la metà del 1970 in cui si era premurato a mettere in guardia dal rischio di «confondere l’ordine politico con quello della carità e immaginare che la comunità mondiale [potesse] essere la realizzazione visibile del regno di Dio» ancorché gli sembrava «indubbio che le due cose [avessero] relazioni profonde ed essenziali»[71]. Di uguale tenore l’invito rivolto ai cattolici qualche settimana più tardi a ricordare come «il messaggio cristiano non [offrisse] soluzioni specifiche ai problemi politici, ma [permettesse] di dare un giudizio sulle soluzioni e di orientare la libertà verso certe direzioni a preferenza di altre […]. Nello sforzo del superamento dei nazionalismi e degli Stati storici, la testimonianza dei cristiani – proseguiva – è chiamata ad indicare il metodo che occorre seguire per liberare la società da quelle forme politiche che tendono, in una maniera o in un’altra, all’assolutizzazione egoistica dello Stato»[72]. Parole interessanti, quelle del padre Rulli, che sembravano confermare la nuova attenzione della rivista verso le tematiche europee anche se, dietro i toni distensivi dello scrittore gesuitico, pareva ricavarsi una certa reticenza a esprimersi su questioni politiche di più stretta attualità. Non era difficile intuire come fra simili tematiche figurasse in primo luogo il problema della distensione. Degno di nota il richiamo, qualche anno più tardi, da parte dello stesso Rulli alle parole utilizzate da monsignor Agostino Casaroli[73] in un discorso pronunciato di fronte all’Istituto di Politica Internazionale di Milano nel gennaio del 1972, per sottolineare come «non senza ragione si [fossero avanzate] considerazioni sulla necessità “di cautela nel trattare con chi non [aveva] rinnegato le basi ideologiche all’origine del vecchio dissidio”» fra Occidente e Oriente, quasi a evidenziare la «relativa modestia e la problematicità»[74] dei passi compiuti sulla via della distensione.  Il confronto con l’intervento di Casaroli – puntualmente riportato dalla rivista – sembrava testimoniare le reticenze che, nonostante tutto, continuavano ad attraversare il periodico dei gesuiti romani. A giudizio dell’autorevole collaboratore di papa Montini, la Chiesa dei primi anni Cinquanta, «toccata, ferita anzi, in maniera diretta e particolarissima dalla frattura ideologica [all’origine della situazione presente], e quasi spinta perciò […] a prendere partito per quello dei due blocchi dove trovavano ascolto le sue parole ed accoglienza la sua azione, [aveva mostrato] invece la consapevolezza come nella sua natura e nella sua missione [vi fosse la predisposizione a] non rifiutarsi al contatto e al dialogo, anzi a cercarli con tutti […]»[75]. Stando al padre Rulli, sarebbe stato però un errore vedere nel progetto europeista la «panacea universale, una soluzione concentrata di tutti i problemi che travagliano il mondo […]. Certamente – proseguiva – l’Europa ha in se stessa […] la possibilità di influire sugli intricati problemi mondiali, ma non sembra che essa possa offrire l’unica opportunità in campo internazionale […]» Doveva insomma considerarsi «irreale la previsione secondo cui, a un certo momento, si [sarebbe potuto] arrivare a un raggruppamento qualsiasi con la partecipazione di Stati appartenenti all’uno e all’altro dei due blocchi di potenza oggi esistenti nel mondo […]»[76]. Non è facile dare una univoca interpretazione alle parole di Casaroli. Di certo, la propensione del padre Rulli a insistere sul passo dedicato dal prelato alle «necessarie cautele» da utilizzare nel dialogo con i paesi oltre cortina sembrava confermare la storica prudenza della «Civiltà Cattolica». La rivista dei gesuiti romani avrebbe avuto bisogno ancora diverso tempo per scindere le ragioni dell’interesse verso la costruzione dell’unità continentale dal favore mostrato nei confronti di una politica in grado di continuare a rappresentare un argine alle ambizioni sovietiche sull’Europa occidentale.

Il moderato aggiornamento conosciuto nel corso di questi anni dalla linea editoriale seguita sui temi europeisti dal periodico gesuitico sembrava confermare la lenta ma progressiva metamorfosi che stava attraversando il mondo cattolico italiano e le sue classi dirigenti. La pluralità degli stimoli emersi durante il pontificato giovanneo e quello montiniano aveva probabilmente indotto anche la rivista a modificare, almeno parzialmente, l’approccio a simili questioni. In assenza di specifici riscontri archivistici appare ovviamente difficile formulare ipotesi più precise. Non sembra comunque fuori luogo rilevare come il dibattito di questi anni avesse visto riproporsi le contraddizioni all’origine delle evidenti difficoltà di coordinamento che erano parse caratterizzare parte significativa della stampa cattolica durante la stagione pacelliana.

 

 

[1] Sull’argomento si vedano, fra l’altro, C. Falconi, La contestazione nella Chiesa. Storia del movimento cattolico antiautoritario in Italia e nel mondo, Feltrinelli, Milano 1969; S. Burgalassi, Dissenso cattolico e comunità di base, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia (1860-1980), I/2, Torino, Marietti, 1981, pp. 278-284; R. Cerrato, Dal Concilio al ’68. Il mondo cattolico italiano negli anni Sessanta, in Il lungo decennio, L’Italia prima del ’68, a cura di C. Adagio, R. Cerrato, S. Urso, Cierre, Verona 1999; M. Guasco, Chiesa e cattolicesimo in Italia (1945-2000), EDB, Bologna 2001; 1968. Fra utopia e Vangelo. Contestazione e mondo cattolico, a cura di A. Giovagnoli, AVE, Roma AVE, 2000; D. Saresella, Dal Concilio alla contestazione. Riviste cattoliche negli anni del cambiamento (1958-1968), Morcelliana, Brescia 2005.

[2] Preziose informazioni in A. Giovagnoli, Le premesse della ricostruzione, Nuovo Istituto Editoriale Italiano, Milano 1982; G. Formigoni, Democrazia Cristiana e l’alleanza occidentale (1943-1953), il Mulino, Bologna 1996.

[3] Cfr. E. Di Nolfo, «La Civiltà cattolica» e le scelte di fondo della politica estera italiana nel secondo dopoguerra, in «Storia e politica», X (1971), n. 2, pp. 187-239; E. Bressan, L’Europa dal fallimento della CED ai trattati di Roma nelle riviste gesuitiche di Italia, Francia e Inghilterra, in Il fattore religioso nell’integrazione europea, a cura di A. Canavero, J. D. Durand, Milano, Unicopli 1999; pp. 293-309.

[4] In proposito si vedano, ad esempio, R. Sani, Da De Gasperi a Fanfani. La Civiltà Cattolica e il mondo cattolico italiano nel secondo dopoguerra, 1945-1962, Morcelliana, Brescia 1986; Id., «La Civiltà Cattolica» e la politica italiana nel secondo dopoguerra, Vita e Pensiero, Milano 2004; L. Trincia, La Civiltà Cattolica, la Democrazia “naturaliter christiana” e la paura del comunismo (1943-1948), Editori Riuniti, Roma 1987.

[5] Su Antonio Messineo (1897-1978) si rimanda a G. Campanini, Antonio Messineo, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, 1860-1980, II, I Protagonisti, Marietti, Casale Monferrato, 1982, pp. 371-374.

[6] Cfr. A. Messineo, La crisi dell’Europa contemporanea, in «La Civiltà Cattolica» [d’ora in poi: CC], 1956, vol. IV, pp. 249-259.

[7] Cfr. A. Messineo, A. Brucculeri, Per un miglior domani dell’Europa, in CC, 1948, vol. III, pp. 449-462, 602-612. Su Angelo Brucculeri (1879-1969), si veda G. Campanini, Angelo Brucculeri, in Dizionario storico del Movimento Cattolico in Italia. Le figure rappresentative, Marietti, Casale Monferrato, 1984, pp. 134-135.

[8] Si ricordino, fra gli altri, A. Messineo, Il Convegno dei Cinque, in CC, 1945, vol. IV, pp. 70-79; Id., La Conferenza di Parigi, ibidem, 1946, vol. III, pp. 369-378; Id., I trattati di pace. Diktat o contratto?, ibidem, vol. IV, pp. 401-419; Id., Sanzioni sicurezza nella stipulazione di una pace giusta, ibidem, 1947, vol. IV, pp. 3-14.

[9] Cfr. I. Ortiz De Urbina, Democrazia e comunismo nella Spagna Rossa, in CC, 1945, vol. III, pp. 83-89.

[10] Degni di nota gli articoli dedicati da Messineo all’esperimento della CED: Verso l’unità politica dell’Europa?, in CC, 1953, vol. I, pp. 618-629; Il Parlamento della Comunità europea, ibidem, vol. II, pp. 612-623; Il governo della Comunità europea, ibidem, vol. III, pp. 250-261; La Comunità Europea di Difesa, ibidem, vol. IV, pp. 151-162; L’esercito europeo, ibidem, pp. 505-516; L’Europa alla deriva?, ibidem 1954, vol. IV, pp. 3-14; Schiarita sull’orizzonte internazionale, ibidem, pp. 129-138; Dal trattato di Bruxelles agli accordi di Parigi, ibidem, 1955, vol. I, pp. 152-163; L’Unione dell’Europa Occidentale, ibidem, pp. 361-372; L’integrazione europea, ibidem, vol. II, pp. 237-248.

[11] Cfr. A. Messineo, La crisi dell’Europa contemporanea, p. 249.

[12] Cfr. A. Messineo, rec. a A. Spinelli, Dagli Stati sovrani agli Stati Uniti d’Europa (La Nuova Italia, Firenze 1951), in CC, 1951, vol. IV, p. 575.

[13] In proposito mi sia consentito un riferimento al mio I gruppi intellettuali dell’Azione Cattolica Italiana fra rinnovamento ecclesiale, rilancio europeo e decolonizzazione. Dalla metà degli anni Cinquanta ai primi anni Sessanta, in Verso un sistema politico europeo internazionale, a cura di M. Mascia, Cacucci Editore, Bari 2014, pp. 111-122

[14] Sul ruolo del periodico dossettiano nel dibattito di questi anni si vedano, ad esempio, G. Baget Bozzo, Il partito cristiano al potere. La Dc di De Gasperi e Dossetti 1945-1954, Vallecchi, Firenze 1974; G. Formigoni, La Democrazia Cristiana e l’alleanza occidentale, in part. pp. 287-354; P. Pombeni, Le «Cronache sociali» di Dossetti. Geografia di un movimento di opinione, 1947-1951, Vallecchi, Firenze 1976; Id., Il gruppo dossettiano e la fondazione della Democrazia Cristiana (1938-1948), il Mulino, Bologna 1979; G. Campanini, La Lezione di Maritain e il gruppo di «Cronache Sociali», in Democrazia Cristiana e Costituente. Le origini del progetto democratico cristiano, a cura di G. Rossini, Cinque Lune, Roma 1980, pp. 359-379.

[15] Non esiste uno studio sulle origini della rivista «Humanitas». Alcune informazione in G. Colombi, Un itinerario di fede, un pellegrinaggio dell’intelligenza, in Morcelliana 1925-1975. Humanitas 1946-1976, Morcelliana, Brescia 1976; M. Marcocchi, La nascita della casa editrice Morcelliana, in Catalogo storico 1925-2005. Editrice Morcelliana, a cura di D. Gabusi, Morcelliana, Brescia 2006.

[16] Mi sono già soffermato brevemente sulle origini dell’interesse maturano in seno alla rivista bresciana verso i temi europeisti in On the origins of European Deliberation of «La Civiltà Cattolica» and «Humanitas», in Communicating Europe: Journals and European Integration 1939-1979, a cura di D. Pasquinucci, D. Preda, L. Tosi, Peter Lang, Berna 2013, pp. 479-496. Ho avuto inoltre modo di dilungarmi sulla linea editoriale seguita dalla rivista nel corso degli anni successivi in La crisi europea del secondo dopoguerra nelle pagine de «La Civiltà Cattolica» e di «Humanitas», in Le Riviste e l’Integrazione europea, a cura di D. Pasquinucci, D. Preda, L. Tosi, Cedam, Milano 2016, pp. 227-244.

[17] Cfr. Occidente e Oriente russo, in «Humanitas», II (1947), n. 8-9, pp. 785-900.

[18] La rivista non aveva esitato a sottolineare di volersi rivolgere a tutti gli intellettuali attraverso cinque domande così presentate: «1) Vi è stata e vi è un’Europa?; 2) In caso affermativo, che cosa è stata l’Europa e cos’è oggi, cioè quali sono gli elementi strutturali che la costituirono o la costituiscono, senza dei quali non si può parlare di Europa?; 3) Vi sono nell’Europa elementi antieuropei, prodotti dall’Europa stessa o penetrati in essa dal di fuori?; 4) Quali fattori è necessario restaurare o difendere affinché l’Europa, non solo sopravviva, ma possa ancora essere viva ed operante?; 5) Quale si crede debba essere il suo atteggiamento di fronte a forme di civiltà che hanno una struttura diversa od opposta alla sua e con le quali si trova inevitabilmente in contatto?». Cfr. Che cosa è l’Europa?, in «Humanitas», V (1950), n. 8-9, pp. 763-921: 763-764.

[19] Ibidem, pp. 919-921.

[20] Originario di Brescia dove aveva avuto modo di frequentare gli ambienti cattolici della città, Mario Bendiscioli si era laureato in lettere presso l’Università di Pavia. Sul personaggio si rimanda, fra l’altro, a Mario Bendiscioli storico. Convegno di studio, Brescia, Morcelliana, 2003; Mario Bendiscioli, un percorso di esperienze e studio nella cristianità del ‘900, a cura di M. Giuliani, Morcelliana, Brescia 1994; Mario Bendiscioli intellettuale cristiano, a cura di M. Marcocchi, P. Prodi, M. Taccolini, Morcelliana, Brescia 2004.

[21] Cfr. M. Bendiscioli, Esiste un secondo risorgimento?, in «Humanitas», IV (1949), n. 2, pp. 162-169; Id., rec. a Il movimento di liberazione in Italia, (rassegna a cura dell’Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia, luglio-settembre 1949), ibidem, n. 10, p. 977; Id., L’«altra Germania» in testimonianze postume e rievocazioni, ibidem, V (1950), n. 3, pp. 372-383.

[22] Cfr. M. Bendiscioli, Aspetti dell’universalismo della cultura cattolica, in «Humanitas», IV (1949), n. 8-9, pp. 828-834.

[23] Cfr. M. Bendiscioli, Ludwig Dehio e la sua concezione della storia politica moderna, in «Humanitas», VIII (1953), n. 8, pp. 579-587; Id., Prefazione a L. Dehio, Equilibrio o egemonia, Morcelliana, Brescia 1954, pp. 1-24.

[24] Autore piuttosto apprezzato di numerosi studi sulla Chiesa contemporanea e collaboratore per i temi storici della  «Civiltà Cattolica», il nome del gesuita Angelo Martini rimane tuttavia legato alla pubblicazione degli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, a cui aveva iniziato a lavorare – insieme ai padri Pierre Blet, Burkhart Schneider e Robert Graham – su esplicita richiesta di Paolo VI. Se ne veda il necrologio in «Notizie dei Gesuiti d’Italia», 15 (1982), pp. 77-78.

[25] Cfr. A. Martini, Il pontificato di Pio XII, in CC, 1958, vol. IV, pp. 233-246

[26] Cfr. R. Sani, «La Civiltà Cattolica» e la politica italiana, pp. 144-147.

[27] Cfr. A. Messineo, La NATO e il problema della sicurezza, in CC, 1958, vol. I, pp. 113-125.

[28] Cfr. A. Messineo, L’Unione Europea e il comunismo internazionale, in CC, 1958, vol. I, pp. 337-348.

[29] Ibidem, p. 347.

[30] Osservava: «Basta scorgere i paragrafi dei due trattati della CECA e della CEE, per accorgersi come liberismo e dirigismo vi giochino il loro ruolo e siano in essi presenti con una relativa dosatura, per vedere se il proposito di fonderli in un sistema intermedio sul piano dell’economia unificata superstatale […], sia stato bene attuato in linea di principio». Cfr. A. Messineo, Liberismo o dirigismo?, in CC, 1958, vol. I, pp. 449-461.

[31] Cfr. A. Messineo, La Comunità Economica, in CC, 1954 vol. II, pp. 3-13: 12-13. Di uguale tenore i successivi articoli dello stesso Messineo: La Comunità Economica Europea è liberista, ibidem, vol. II, pp. 463-474; La Comunità Economica Europea è dirigista?, ibidem, vol. III, pp. 113-124.

[32] Cfr. A. Messineo, Le Istituzioni della Comunità economica europea, in CC, 1958, vol. III, pp. pp. 337-349: 338-339.

[33] Ibidem, p. 349.

[34] Cfr. A. Messineo, Riflessioni sulla sinistra, in CC, 1958, vol.  IV, pp. 3-13; Id., La sinistra cristiana, ibidem, pp. 354-364.

[35]Cfr. A. Messineo, Il riformismo cristiano, in CC, 1958, vol. I, pp. 225-236. Si veda inoltre Id., Ancora sul riformismo cristiano, ibidem, pp. 344-366.

[36] Cfr. A. Messineo, La politica della mano tesa, in CC, 1959, vol. I, pp. 561-571

[37] Cfr. A. Messineo, Il riformismo cristiano, in CC, 1959, vol. I, pp. 225-236; Id., Ancora sul riformismo cristiano, in CC, 1959, vol. I, pp. 344-366; Id., L’apertura a sinistra, in CC, 1959, vol. II, pp. 337-349

[38] Cfr. A. Messineo, La Guerra Fredda continua, in CC, 1959, vol. III, pp. 232-243

[39] Si segnalano, ad esempio, A. Messineo, L’attività sociale del Consiglio d’Europa, in CC, 1960, vol. II, pp. 3-14; Id., Dalla Convenzione sui diritti dell’uomo alla Carta sociale europea, ibidem, 1961, vol. IV, pp. 29-41; Id., Nuove prospettive circa le relazioni tra i popoli, ibidem, 1962, vol. I, pp. 114-126; Id., I diritti della persona e l’ordine internazionale, ibidem, vol. II, pp. 119-130.

[40] Cfr. G. Greggio, Il Congo sulla via dell’indipendenza, in CC, 1960, vol. II, pp. 50-58; Il difficile cammino dell’Africa nera verso la democrazia, ibidem, vol. III, pp. 113-125; A. Messineo, Solidarietà fra i popoli e Stati di recente formazione, ibidem, vol. IV, pp. 267-278.

[41] «Non si tratta – leggiamo – dell’instaurazione di un semplice mercato comune, ma sostanzialmente di una vera e propria comunità, sia pure ristretta nei fini e nei compiti al settore economico […] [alla cui base] vi è una concezione del tutto nuova delle relazioni fra i popoli, alla quale non si può dare nome diverso di quello di comunità, sapientemente e opportunamente adottato dagli esperti compilatori del Trattato di Roma […]». Cfr. A. Messineo, Mercato Comune o Comunità europea?, in CC, 1962, vol. III, pp. 3-14.

[42] Cfr. A. Messineo, I progressi dell’integrazione economica europea, in CC, 1962, vol. III, pp. 209-220.

[43] Cfr. A. Messineo, Comunità regionali e Comunità mondiale, in CC, 1963, vol. III, pp. 14-25; Id., Europa delle Patrie o degli Stati?, ibidem, vol. IV, pp. 313-325.

[44] Cfr. A. Messineo, rec. a Les catholiques devant l’Europe (CEP, Bruxelles 1963), in CC, 1964, vol. III, p. 365. Di uguale tenore la rec. a L’Europe des personnes et des peuples. Semaines sociales de France 49e session. Strasbourg 1962 (Chronique sociale de France, Lyon 1962), in ibidem, pp. 268-269

[45] Sull’argomento si vedano La politica internazionale della Santa Sede 1965-1990, a cura di G. Barberini, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1992; A. Melloni, L’altra Roma: politica e S. Sede durante il Concilio vaticano II, 1959-1965, il Mulino, Bologna, 2000; Tra guerra fredda e distensione, a cura di A. Giovagnoli, S. Pons, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003; G. Barberini, L’ostpolitik della Santa Sede. Un dialogo lungo e faticoso, il Mulino, Bologna, 2007. In merito alla recezione dei documenti giovannei, ad iniziare dalla Pacem in terris, sul tema della guerra si rimanda inoltre a Chiesa e guerra. Dalla «benedizione delle armi» alla «Pacem in terris», a cura di M. Franzinelli, R. Bottoni, il Mulino, Bologna, 2005.

[46] Cfr. A. Messineo, La Comunità mondiale, in CC, 1963, vol. III, pp. 313-324; 429-441.

[47] Su Ernesto Balducci si rinvia a G. Cabras, Balducci e Berlinguer. Il principio della speranza, La Zisa, Pioppo (Pa) 1995; Ernesto Balducci. Cinquant’anni di attività, a cura di A. Cecconi, Libreria Chiari, Firenze 1996; B. Bocchini Camaiani, Ernesto Balducci. La Chiesa e la modernità, Laterza, Roma-Bari 2002.

[48] Cfr. G. Lupo, Libertà della politica, in «Testimonianze», II (1959), n. 18, pp. 681-682.

[49] Cfr. L. Grassi, La Chiesa e l’esperienza comunitaria, in «Testimonianze», I (1958), n. 1, pp. 44-47.

[50] Cfr. E. Balducci, Apertura, in «Testimonianze», I (1958), n. 2, pp. 4-5.

[51] Cfr. M.C. Giuntella, «Testimonianze» e l’ambiente cattolico fiorentino della fine degli anni Cinquanta, in Intellettuali cattolici tra riformismo e dissenso. Polemiche sull’integrismo, obbedienza e fine dell’unita politica, rifiuto dell’istituzione nelle riviste degli anni Sessanta, a cura di S. Ristuccia, Edizioni di comunità, Milano 1975, pp. 245-248.

[52] Cfr. G. Isola, Dialogo. Civiltà a paragone. La sfida, in «Testimonianze», III (1960), n. 27, pp. 594-597.

[53] Cfr. H. Cifuentes, Ancora sull’America latina, in «Testimonianze», IV (1961), n. 34, pp. 329-331.

[54] Cfr. G. Baget Bozzo, Niente dal di fuori, in «Testimonianze», I (1958), n. 10, pp. 52-54; E. Balducci, Distinguere per unire, ibidem, II (1959), n. 11, pp. 65-69.

[55] Sul periodico genovese si rimanda a P. Zanini, La rivista “Il gallo”. Dalla tradizione al dialogo (1946-1965), Biblioteca francescana, Milano 2012.

[56] Cfr. I galli, La tregua senza pace, in «Il gallo», XII (1959), p. 1.

[57] Cfr. G. La Pira, Una denuncia profetica nel “punto limite” della storia del mondo, in «Testimonianze», X (1967), nn. 92-93, pp. 170-173.

[58] Cfr. I galli, L’enciclica sul progresso dei popoli, in «Il gallo», XXI (1967), n. 5, pp. 10-11.

[59] Cfr. I. Illich, Il mito dello sviluppo, in «Momento», V (1970), n. 23, pp. 58-63. Maggiori notizie sul caso del sacerdote Ivan Illich e sulle accuse di simpatie marxiste rivolte ai suoi articoli si vedano G. Zizola, A. Barbero, La riforma del Sant’Uffizio e il caso Illich, Gribaudi, Torino 1969.

[60] Il documento è riportato in D. Saresella, Dal Concilio alla contestazione, p. 359.

[61] Ibidem, pp. 360-364.

[62] Cfr. Appello per la pace nel Viet-Nam, in «Humanitas», 1967, pp. 381-384; Dichiarazione sul Viet-Nam del Consiglio Ecumenico delle Chiese, ibidem, pp. 1028-1031; M. Pedini, Al servizio della pace, ibidem, pp. 385-394;

[63] B. Haring, Contemplazione e pace, in «Humanitas», 1969, pp. 741-758; Un anno di realpolitik russa, ibidem, pp. 1213-1218

[64] Cfr. M. Camillucci, Discorso politico e discorso culturale, in «Studium», 1967, 7-8, pp. 596-612; P. Barbiani, La rivoluzione intelligente, ibidem, 1969, 4, pp. 281-296; M. Camillucci, Domande sulla contestazione religiosa, ibidem, 10, pp. 685-692; C.A., L’autunno caldo, ibidem, 11, pp. 810-822.

[65] Cfr. C.A., La tragedia vietnamita, in «Studium», 1968, 2, pp. 140-155; F. Montanari, Pace e coerenza, ibidem, 5, pp. 373-385.

[66] Cfr. G. B. Bonelli, Riflessioni sulla storia e compiti attuali dell’Europa, in «Studium», 1969, 3, pp. 174-192.

[67] Cfr. A. Messineo, Un potere mondiale per un problema mondiale, in CC, 1964, vol. I, pp. 316-328; Id., La difesa del diritto nella comunità dei popoli, ibidem, vol. II, pp. 114-126; Id., Difesa del diritto e discrezionalità della forza, ibidem, vol. III, pp. 213-225; Id., Nuove prospettive sulla difesa del diritto nella comunità internazionale, ibidem, vol. IV, pp. 21-33; Id., Legittima difesa e arma nucleare, ibidem, 1965, vol. II, pp. 7-20; Id., I limiti della legittima difesa nell’ordinamento internazionale, ibidem, vol. III, pp. 511-525.

[68] Cfr. A. Messineo, rec. a F.A. Cusimano, L’ordinamento internazionale e l’avvenire d’Europa (CEDAM, Padova 1966), in CC, 1967, vol. I, p. 293.

[69] Cfr. A. Messineo, La promozione dei diritti dell’uomo, in CC, 1968, vol. IV, pp. 478-48; Id., L’interdizione dell’uso della forza nelle relazioni internazionali, ibidem, 1970, vol. I, pp. 527-540.

[70] Cfr. A. Messineo, Il nuovo diritto positivo internazionale per la soluzione delle controversie, in CC, 1969, vol. IV, pp. 526-537.

[71] Cfr. G. Rulli, Verso un’Europa nuova, in CC, 1970, vol. III, pp. 425-432.

[72] Cfr. G. Rulli, I valori cristiani e l’unità europea, in CC, vol. IV, pp. 599-607: 602-603.

[73] Sul ruolo cruciale svolto dall’ecclesiastico in seno alla Curia romana durante questi anni si vedano, fra l’altro, Agostino Casaroli, Il martirio della pazienza. La Santa Sede e i paesi comunisti (1963-1989), a cura di C.F. Casula, Einaudi, Torino 2000; Il filo sottile. L’Ostpolitik vaticana di Agostino Casaroli, a cura di A. Melloni, il Mulino, Bologna 2006.

[74] Cfr. G. Rulli, Una “carta” per i cristiani d’Europa, in CC, 1976, vol. II, pp. 293-301.

[75] Cfr. La Santa Sede e l’Europa, in CC, 1972, vol. I, pp. 367-381.

[76] Cfr. G. Rulli, Una “carta” per i cristiani d’Europa, p. 300.

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    By: Luca Barbaini

    Luca Barbaini ha conseguito il dottorato di ricerca in storia presso l’Università di Pavia. Le sue ricerche si sono concentrate sulla formazione delle classi dirigenti cattoliche fra Ottocento e Novecento nei suoi risvolti culturali, associativi e politici. È autore, fra l’altro, di diversi contributi sul ruolo esercitato dalle diverse anime del movimento cattolico italiano nel processo di integrazione europea.

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