Il rilancio di Messina e i Trattati di Roma: percorsi di ricerca e chiavi interpretative

 

Introduzione

Dopo il fallimento nell’agosto 1954 della Comunità Europea di Difesa (CED) e della Comunità Politica Europea (CPE), per la mancata ratifica dell’Assemblea nazionale francese, il rilancio di Messina e i Trattati di Roma, con la nascita del Mercato Comune Europeo (MEC) e della Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM), hanno costituito un tornante fondamentale del processo di integrazione[1].

Nonostante lo scetticismo della stampa internazionale[2], il biennio compreso tra la Conferenza di Messina dell’1-2 giugno 1955 e la firma dei Trattati di Roma del 25 marzo 1957 ha segnato in maniera durevole la costruzione europea, con un impatto di lungo periodo sistematizzato dalla ricerca storica e dal dibattito storiografico[3].

Il lavoro del “Gruppo di collegamento degli storici europei presso la Commissione”[4], il superamento nella storiografia italiana delle tradizionali scuole di appartenenza, la pubblicazione dei documenti del Ministero degli affari esteri su «Il “rilancio dell’Europa” dalla Conferenza di Messina ai Trattati di Roma (1955 -1957)»[5] spingono tuttavia a riflettere ancora su uno snodo decisivo dell’integrazione europea.

Nella cornice di una storiografia ormai consolidata e di alcuni saggi più recenti, l’articolo si propone di individuare alcune chiavi interpretative che, proiettate oltre gli anni cinquanta, possono contribuire all’evoluzione degli studi europei, con attenzione particolare al ruolo dell’Italia e della Francia tra Europa e Mediterraneo, alle culture politiche, alle istituzioni e al modello sociale europeo, alle connessioni tra la decolonizzazione, la CEE e le sue relazioni esterne.

 

  1. Il ruolo dell’Italia e della Francia tra Europa e Mediterraneo

La storiografia ha sottolineato l’apporto dell’Italia e della Francia nell’elaborazione delle politiche sociali e di sviluppo regionale della CEE, nell’associazione dei paesi d’oltremare e nelle politiche di aiuto allo sviluppo, con un gioco di sponda competitivo che può essere messo in luce attraverso la chiave interpretativa delle “interazioni, scambi e prestiti” tra i due paesi nell’ambito dei negoziati, dal rilancio di Messina ai Trattati di Roma.

Gli studi di Antonio Varsori, Piero Craveri e Pier Luigi Ballini hanno mostrato la capacità dell’Italia di legare gli obiettivi del “Piano di sviluppo decennale” del ministro Vanoni alla prospettiva del Mercato Comune Europeo, con la priorità di ancorare lo sviluppo del Mezzogiorno, la modernizzazione del sistema economico, la formazione professionale dei lavoratori alla creazione di nuovi strumenti operativi, quali la Banca Europea degli Investimenti (BEI) e il Fondo Sociale europeo (FSE), dai quali si sarebbero sviluppate le politiche regionali e sociali della CEE[6].

Le indagini di Jean Baptiste Duroselle, René Girault e Gerard Bossuat hanno rimarcato il superamento della riluttanza della Francia in seguito alla formazione del governo Mollet, la scelta francese di privilegiare dapprima l’EURATOM rispetto al MEC, la decisione di percorrere la strada dei Trattati di Roma per ritrovare uno status di media potenza dopo lo smacco di Suez, rinsaldare l’asse politico con la Germania, affrontare il problema dell’Algeria con il sostegno della CEE e la creazione di un Fondo speciale per lo sviluppo dei territori d’oltremare[7].

In tale quadro di riferimento, i verbali degli incontri al Quay d’Orsay del 25 aprile 1956 tra i Ministri degli Esteri Martino e Pineau e del vertice all’Eliseo del 26-27 aprile 1956 tra i Presidenti della Repubblica Gronchi e Coty, alla presenza dei ministri degli Esteri e del presidente del Consiglio Mollet, offrono la possibilità di mettere a confronto la posizione italiana e francese sul Rapporto Spaak dell’11 marzo 1956.

Nell’incontro bilaterale tra i ministri degli Esteri, le riserve di Pineau sul Rapporto Spaak, per aver spinto “troppo avanti” l’integrazione su basi sovranazionali e le “gravi difficoltà” che una ratifica parlamentare avrebbe incontrato in Francia, sono accolte da Martino segnalando che alcuni “gravi problemi, a cominciare da quello dell’Algeria”avrebbero potuto essere risolti“con molta maggiore facilità” nell’interesse della Francia, attraverso “una forma di effettiva integrazione tra i sei paesi dell’Europa occidentale”[8].

Nonostante il monito del Presidente Mollet sul fatto che se in Parlamento “per l’Euratom c’è qualche chance, per il Mercato Comune non ce n’è nessuna, […] non ci può essere Mercato Comune senza prima una parificazione del carico fiscale e sociale. […] Solo dopo che sarà risolto il problema dell’Africa del Nord, con tutte le sue incidenze economiche […] si potrà cominciare ad esaminare più a fondo il problema del Mercato Comune”[9], le osservazioni di Martino sembrano influenzare la strategia del governo francese dopo le dimissioni del 23 maggio 1956 di Pierre Mendès France, in dissenso sulla guerra d’Algeria.

Alla Conferenza di Venezia del 29-30 maggio 1956, il via libera del ministro Pineau al Rapporto Spaak come base di discussione tra i Sei è emblematicamente fondato sull’affermazione “qu’il est impossibile de ne pas prévoir l’inclusion dans le marché commun des territoires d’outre-mer”, nei confronti dei quali “les pays participants assument des responsabilités”[10].

Sono evidenti le analogie con il legame tra il Piano Vanoni, il MEC e lo sviluppo del Mezzogiorno ribadito da Martino a Venezia, con un riferimento esplicito alla necessità di “un fonctionnement régulier des fonds d’investissements et de réadaptation”[11], per la crescita delle regioni arretrate e la convergenza delle economie europee.

È un passo avanti importante, che consente l’insediamento a Bruxelles il 26 giugno 1956 di una Conferenza presieduta da Spaak per la redazione dei trattati, con un modello di lavoro che alterna la riunione dei tavoli tecnici alla verifica dei capi delegazione e affida alla sensibilità politica di Spaak lo scioglimento dei nodi irrisolti riguardanti sia il Mercato Comune Europeo che l’Euratom.

Il gioco di sponda competitivo tra l’Italia e la Francia continua alla Conferenza di Bruxelles, basti pensare alla richiesta del sottosegretario Faure di inserire nel trattato sul Mercato Comune un protocollo speciale[12]sulle condizioni economiche della Francia e alla comunicazione del ministro Martino alle maggiori ambasciate italiane sulla determinazione del governo ad ottenere una speciale menzione sul Piano Vanoni, “già riconosciuto d’interesse europeo in varie istanze internazionali”[13].

Alla Conferenza dei ministri degli Esteri di Parigi del 20-21 ottobre 1956, alle insistenze del ministro Pineau su uno statuto speciale per la Francia, sia a causa della guerra di Algeria che per il cronico deficit della bilancia dei pagamenti[14], corrisponde il traguardo raggiunto dal ministro Martino di “annexer au traité une déclaration commune” di sostegno al programma decennale di sviluppo del governo italiano, con l’impegno dei Sei a garantire “un emploi adéquat des ressources du Fonds d’investissement et du Fond de réadaptation”[15] a favore delle regioni del Mezzogiorno.

Mentre la Conferenza di Parigi si conclude con divergenze di peso sul passaggio dalla prima alla seconda tappa del MEC e sulle modalità di inclusione dei territori d’oltremare, la ripresa dei negoziati è facilitata dalla svolta europeista della Francia dopo la crisi di Suez e dalla consapevolezza dei Sei di dover accelerare l’integrazione europea, anche di fronte alla scarsa reazione degli Stati Uniti all’invasione sovietica dell’Ungheria[16].

L’incontro di Palais Matignon del 6 novembre 1956 tra il presidente Mollet e il cancelliere Adenauer pone le basi per l’accordo della Conferenza di Bruxelles del 16 novembre 1956 sulla progressiva liberalizzazione degli scambi in tre tappe intermedie di quattro anni, sull’adozione di alcune misure a favore delle importazioni e delle esportazioni della Francia e l’associazione dei territori d’oltremare al Mercato Comune Europeo[17].

Al di là della modalità già seguita per l’Italia di un protocollo annesso al trattato, la graduale apertura dei territori d’oltremare agli investimenti e capitali privati dei partner europei è subordinata a una politica comune di investimenti pubblici, attraverso uno speciale fondo di investimenti (o una sezione dell’analogo Fondo europeo)[18], a favore del loro sviluppo economico e del loro inserimento nei circuiti commerciali europei ed internazionali.

Dopo le Conferenze dei ministri degli Esteri, tenutesi a Bruxelles dal 26 al 28 gennaio 1957 e il 5 febbraio 1957, con gli accordi sull’architettura istituzionale della CEE, l’adozione di una tariffa esterna nei confronti dei paesi terzi e di una politica agricola comune, lo sblocco definitivo dei negoziati è raggiunto dalle Conferenze dei ministri degli Esteri del 18 febbraio 1957 e dei capi di Governo e dei ministri degli Esteri del 19 e 20 febbraio 1957, convocate a Parigi su impulso del presidente Mollet[19].

Grazie alla mediazione del presidente Spaak con le posizioni più liberiste del Benelux e della Germania, è il momento nel quale il ruolo dell’Italia e della Francia nei negoziati si concretizza con la convergenza dei Sei su un Mercato Comune Europeo nel quale si condensano l’esperienza del Benelux nella liberalizzazione degli scambi, il modello tedesco dell’economia sociale di mercato, l’elaborazione italiana sul Piano Vanoni e l’esigenza di affiancare al MEC politiche sociali e regionali di tipo comunitario, l’attenzione della Francia per l’associazione dei territori d’oltremare e le dinamiche della decolonizzazione[20]. La formazione del Mercato comune europeo non si configura quindi come una semplice liberalizzazione degli scambi commerciali, improntata a una visione liberista della crescita economica, ma come un incontro dinamico tra apertura dei mercati, programmazione dello sviluppo, armonizzazione delle politiche economiche e sociali, proiezione della CEE nell’area geopolitica del Mediterraneo e nel campo degli aiuti allo sviluppo[21].

L’articolo 2 del Trattato che istituisce la Comunità economica europea racchiude bene la complessa operazione messa in campo dai Sei nell’ambito politico, economico e sociale ed affida alla CEE il compito di “promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e il graduale ravvicinamento delle politiche economiche degli stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita e più strette relazioni fra gli Stati che ad essa partecipano”[22].

Gli obiettivi dei Trattati di Roma sono peraltro completati dall’articolo 129 sull’istituzione della Banca Europea degli Investimenti (BEI) e dall’articolo 123 sulla formazione del Fondo Sociale Europeo (FSE), che rappresentano innovazioni qualitativamente significative nelle dinamiche economiche e sociali dei Sei.

La BEI costituisce una leva comunitaria, dotata di prestiti, garanzie e finanziamenti senza scopo di lucro, a favore dello sviluppo equilibrato e senza scosse del mercato comune, a disposizione degli Stati membri per la valorizzazione delle regioni meno sviluppate, l’ammodernamento o la riconversione delle imprese, la creazione di nuove attività richieste dalla graduale realizzazione del mercato comune, che per la loro ampiezza o natura non possono essere interamente assicurati dai mezzi di finanziamento esistenti nei singoli Stati[23].

Il FSE configura un organismo comunitario per promuovere le possibilità di occupazione e la mobilità geografica e professionale dei lavoratori attraverso forme di rieducazione professionale e indennità di nuova sistemazione, onde rendere sostenibile la ristrutturazione degli apparati produttivi in atto alla metà degli anni cinquanta nei maggiori paesi dell’Europa occidentale[24].

L’associazione dei paesi d’oltremare è garantita dalla parte quarta del Trattato, che nell’articolo 131 definisce come scopo dell’associazione “promuovere lo sviluppo economico e sociale dei paesi e territori e l’instaurazione di strette relazioni economiche tra essi e la Comunità nel suo insieme”, al fine di “favorire gli interessi degli abitanti […] e la loro prosperità, in modo da condurli allo sviluppo economico, sociale e culturale che essi attendono”[25].

La Convenzione d’applicazione allegata al Trattato segnala fin dall’articolo 1 la creazione di un “Fondo per lo sviluppo dei paesi e territori d’oltremare”, cofinanziato in proporzioni diverse dagli Stati membri, affida negli articoli 2 e 3 alla concertazione tra le autorità dei paesi e territori d’oltremare, la Commissione e il Consiglio della CEE il compito di elaborare progetti riguardanti il finanziamento di scuole, ospedali, istituti per le ricerche tecniche, l’orientamento delle attività professionali o per “investimenti economici di interesse generale, direttamente connessi con l’esecuzione di un programma che implichi progetti di sviluppo produttivi e concreti”[26].

Pur limitando l’analisi del Trattato ad alcuni degli articoli principali, è possibile affermare che oltre a porre le basi per gli alti tassi di crescita del miracolo economico degli anni sessanta,la CEE affianca alla programmazione degli Stati nazionali strumenti originali come la Banca Europea degli Investimenti (BEI) e il Fondo Sociale Europeo (FSE), vara forme di solidarietà come il Fondo per lo sviluppo dei paesi e territori d’oltremare, che proiettano la CEE nell’area del Mediterraneo e stimolano la sua azione esterna.

 

  1. Le culture politiche, le istituzioni, il modello sociale europeo

Superando lo stereotipo ideologico della “piccola Europa” di matrice puramente cattolica e liberale, subalterna alle logiche dell’atlantismo e della modernizzazione capitalista, la storiografia ha individuato nella convergenza tra le culture politiche cattoliche, liberali e socialiste uno degli assi portanti dei Trattati di Roma e ha approfondito il contributo dei movimenti, dei sindacati, dei partiti e dei gruppi di pressione al processo di integrazione europea[27].

Se la vicenda della CED riproduce le fratture della guerra fredda e provoca la divisione della famiglia socialista tra i partiti europeisti del Benelux, la contrarietà del laburismo inglese e della socialdemocrazia tedesca, le oscillazioni del socialismo francese fino alla spaccatura nel voto all’Assemblea Nazionale, l’opposizione dei socialisti italiani legati da un patto d’unità d’azione ai comunisti e alla politica estera sovietica[28], il rilancio di Messina e la ratifica dei Trattati di Roma sono caratterizzati da un mutamento di posizione della SPD, della SFIO, del PSI e dal manifestarsi di profonde divergenze tra il PCI e il PCF sullo sviluppo economico dell’Europa occidentale[29].

Sulla scia dell’esperienza compiuta nel Comitato consultivo della CECA, alla fine del 1955 il sostegno al Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa (CASUE) di Jean Monnet da parte di esponenti di primo piano del sindacalismo socialista, come Botherau, Bouladoux, Rosenberg, Freitag, Imig e Straeter svolge una funzione di battistrada per l’adesione del leader della Sfio Mollet e del Presidente della SPD Ollenahuer[30].

Considerando la partecipazione dell’olandese Burger, del belga Buset, del lussemburghese Fohrman e dell’italiano Matteo Matteotti, attraverso la dialettica tra partiti e sindacati si configura nella famiglia socialista un polo europeista, pronto a competere con il polo anticomunitario del Partito laburista e dai partiti scandinavi e a contribuire in maniera determinante alla ratifica dei Trattati di Roma nei rispettivi parlamenti nazionali[31].

La dialettica tra partiti e sindacati è confermata nelle sinistre italiane dalla CGIL di Di Vittorio e dall’apporto imprescindibile di intellettuali come Bruno Trentin, Silvio Leonardi e Vittorio Foa alla revisione del giudizio sulla CECA e all’apertura al Mercato Comune Europeo, ritenuto dalla risoluzione del Comitato Esecutivo del 19 luglio 1957 espressione delle esigenze obiettive dello sviluppo economico in Europa occidentale[32]. Ne deriva l’impegno del sindacato dei comunisti e dei socialisti italiani ad incoraggiare una politica di cooperazione economica europea, a salvaguardare il diritto degli Stati di operare, nelle economie di loro competenza, sostanziali riforme nella struttura produttiva e nella distribuzione del reddito, a sostenere il coordinamento delle politiche sociali dei paesi membri della CEE, in modo che l’integrazione si traduca, per i lavoratori di tutti i paesi, in un miglioramento delle condizioni salariali e di lavoro e delle prestazioni sociali[33].

Dopo la rottura con il PCI sull’invasione sovietica dell’Ungheria dell’autunno 1956, il voto del PSI a favore dell’EURATOM e l’astensione sul Mercato Comune Europeo, argomentati da Riccardo Lombardi e Giovanni Pieraccini nella seduta della Camera dei Deputati del 25 luglio 1957, aprono la difficile transizione dal centrismo al centrosinistra e prefigurano il dibattito sulla programmazione economica degli anni sessanta[34].

Malgrado l’allineamento alle diciassette tesi sovietiche contro il MEC e le dichiarazioni di voto di Giuseppe Berti e Giancarlo Pajetta contro la ratifica dei Trattati di Roma, la dialettica tra partito e sindacato costituisce una chiave di lettura utile anche per comprendere la traiettoria del faticoso avvicinamento del PCI all’integrazione europea[35].

Una ricostruzione comparata della parabola della CGIL e del PCI induce ad individuare nell’elaborazione della CGIL sul Mercato comune europeo una delle radici più profonde dei convegni dell’Istituto Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano ed europeo nel triennio 1962-1965, dell’ingresso della pattuglia comunista guidata da Giorgio Amendola e Nilde Iotti al Parlamento europeo nel 1969, dell’adesione della CGIL alla Confederazione europea dei sindacati nel 1974, del dialogo intessuto da Enrico Berlinguer con Altiero Spinelli nel corso degli anni settanta[36].

La realizzazione del MEC costringe in definitiva tutte le culture sindacali e politiche a fare i conti con l’interdipendenza dei processi economici e sociali, a ricercare forme di coordinamento inedite su scala sovranazionale, ad articolare gli spazi della politica in Europa occidentale.

Restringendo la ricostruzione storica al versante sindacale, all’interno dell’International Confédération of Free Trade Union (ICFTU), la formazione nel 1958 di un segretariato sindacale europeo (ETUS), sotto la guida del leader della DGB Buiter, si propone di coordinare l’azione dei sindacati dell’Europa dei SEI e di favorire il confronto con i sindacati dei paesi dell’Area di Libero Scambio (EFTA), promossa dalla Gran Bretagna in competizione con la CEE[37].

Nell’ambito della Federazione Sindacale Mondiale (FSM), la costituzione nello stesso 1958 di un Comitato sindacale di coordinamento e azione (CSCA) tra la CGIL e la CGT inaugura una fase di confronto serrato tra le due organizzazioni sul rapporto con le istituzioni europee, con la CGIL favorevole al dialogo con la CEE e la CGT arroccata su posizioni filo-sovietiche e di critica radicale al processo di integrazione.

Dinamiche analoghe possono del resto riscontarsi tra il PCI e il PCF dai Trattati di Roma alle segreterie di Longo e Rochet, di Berlinguer e Marchais, con la breve stagione dell’eurocomunismo, destinata ad esaurirsi rapidamente per le divergenze tra i due partiti rispetto al rapporto con Mosca, al giudizio sulla CEE e al dialogo con i partiti del socialismo europeo.

Per quanto riguarda la famiglia socialista, il sostegno della SFIO, del PSI e della SPD alla ratifica dei Trattati di Roma ha conseguenze significative sulla storia del processo di integrazione, sullo spostamento a sinistra del baricentro politico di Italia e Germania, sull’articolazione dei rapporti transatlantici negli anni sessanta.

L’azione politica del governo Mollet e il voto favorevole della SFIO si rivelano decisivi per il successo del rilancio di Messina e per la ratifica dei Trattati di Roma da parte dell’Assemblea Nazionale, ma non possono evitare l’esplosione della crisi algerina e il ritorno al potere di De Gaulle, l’avvento della V Repubblica e il declino del socialismo francese, fino alla rifondazione del PSF al Congresso di Épinay del 1971 ad opera di Mitterrand[38].

Nel quadro dell’esaurimento del centrismo, il voto del PSI sui Trattati di Roma ha come corollario il successivo riconoscimento dell’appartenenza dell’Italia al Patto Atlantico e della sua piena partecipazione all’integrazione europea, consentendo ai socialisti di entrare nell’area di governo con il sostegno esterno al Ministero Fanfani del 1962 e poi con il centrosinistra organico presieduto da Moro nel 1963.

Nel caso della SPD, il voto favorevole ai Trattati di Roma apre la strada alla piattaforma atlantista ed europeista del Congresso di Bad Godesberg del 1959, all’assunzione di responsabilità di governo in coalizione con la CDU dal 1966 al 1969 e dal 1969 al 1974 con il Partito Liberale, alla nomina di Brandt a ministro degli Esteri e poi a cancelliere della Repubblica Federale Tedesca.

Nello scontro con gli Stati Uniti disegnato dalla V Repubblica di De Gaulle, il neoatlantismo del centrosinistra italiano e la Ostpolitik di Brandt hanno il merito di articolare i rapporti transatlantici nell’area del Mediterraneo e di aprire importanti varchi nel dialogo con i paesi dell’Europa Orientale e con l’Unione Sovietica, contribuendo alla distensione internazionale.

Nonostante la critica dei movimenti federalisti, l’importanza dei Trattati di Roma si esprime anche nell’architettura istituzionale della CEE, dando vita a una governance multi-livello tra Commissione, Consiglio, Assemblea parlamentare e Corte di giustizia, che merita di essere analizzata come una caratteristica peculiare dell’integrazione europea[39].

Fermo restando l’impatto sulle istituzioni europee della “crisi della sedia vuota” e del diritto di veto degli Stati nazionali affermato dal Compromesso di Lussemburgo, la Commissione, l’Assemblea Comune e la Corte di Giustizia esercitano una funzione non trascurabile nel governo del MEC, nella proiezione esterna della CEE, nella graduale formazione di un sistema politico transnazionale, nell’implementazione di una giurisprudenza di stampo comunitario.

La levatura politica della Commissione Hallstein, la rappresentanza unitaria della CEE nei negoziati del Kennedy Round sul commercio internazionale, l’influenza dei commissari Sicco Mansholt sulle politiche agricole, Levi Sandri sulle politiche sociali, Jean Rey sulle relazioni esterne, la continuità della struttura di lavoro assicurata per quasi un trentennio dal segretario generale Émile Noel, sono soltanto alcuni esempi della spinta impressa dalla Commissione all’integrazione europea[40].

Riprendendo la prassi politica e istituzionale dell’Assemblea comune della CECA, l’Assemblea parlamentare ha stimolato con la sua articolazione in gruppi transnazionali la graduale creazione di un sistema politico europeo, ha alimentato una rete di esperti in politiche comunitarie, ha svolto una battaglia di avanguardia a favore dell’elezione diretta del Parlamento europeo[41].

Basandosi sul preambolo del Trattato CEE circa le obbligazioni e i diritti conferiti dalla legge comunitaria ai cittadini degli Stati membri, la Corte di giustizia ha contribuito ad affermare il principio della legislazione comunitaria come quadro normativo di un nuovo ordine legale internazionale, al fine di rafforzare il coordinamento politico, economico e sociale interno all’Europa dei Sei[42].

In continuità con il Comitato consultivo della CECA, il varo del Comitato economico e sociale (CES) per la rappresentanza delle organizzazioni imprenditoriali, dei sindacati e dei consumatori induce a considerare più da vicino il circuito istituzionale prefigurato dai Trattati di Roma tra la CEE, i governi nazionali e i soggetti sociali degli Stati membri.Malgrado poteri soltanto consultivi, il CES si è a lungo battuto per l’armonizzazione delle politiche economiche e sociali, ha contribuito alla Conferenza sulla sicurezza sociale del dicembre 1962, ha stimolato la riforma del FSE a favore dello sviluppo regionale, ha rivestito un ruolo centrale di  sperimentazione per il dialogo sociale europeo, destinato a svilupparsi compiutamente negli anni ottanta con la Commissione Delors[43].

La convergenza tra le culture politiche cattoliche, liberali e socialiste, l’originalità dell’architettura istituzionale, le strategie economiche effettivamente adottate dalla CEE inducono a riscoprire il carattere programmatico dei Trattati di Roma, come fondamento del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro alla base del modello sociale europeo.

La combinazione tra la liberalizzazione degli scambi commerciali all’interno del MEC, l’adozione di una tariffa esterna nei confronti dei paesi terzi, la programmazione economica degli Stati membri, la politica comunitaria nel settore dell’agricoltura sono poste al servizio dell’espandersi dell’intervento dello Stato nello sviluppo economico e nella protezione dei diritti sociali, basti pensare alla nazionalizzazione di importanti settori strategici della produzione industriale, all’esaltazione delle imprese pubbliche o a partecipazione statale, al rafforzamento dei sistemi nazionali di welfare nei paesi membri della CEE[44].

Il processo di integrazione appare allora il terreno privilegiato di una sintesi inedita tra liberalismo, intervento statale nell’economia, redistribuzione del reddito, implementazione dei diritti sociali, secondo la formula “Adam Smith + J.M. Keynes” già individuata da Robert Gilpin come volano della golden age del capitalismo occidentale, dal Piano Marshall alla crisi del sistema di Bretton Woods e all’impennata dei prezzi del petrolio, all’emergere dei limiti dello sviluppo e della questione ambientale nei primi anni settanta[45].

La crescente interdipendenza dei mercati, il successo del MEC in campo economico, la proiezione della CEE nell’arena internazionale obbligano ad ampliare lo sguardo alle dinamiche della decolonizzazione e alle relazioni esterne della CEE, dalla prima associazione dei paesi e territori d’oltremare alla convenzione di Yaoundè del 1963 e alla Convenzione di Lomé del 1975.

 

  1. La CEE, la decolonizzazione, le relazioni esterne

Nonostante l’assenza di una politica estera congiunta nel Trattato istitutivo, la CEE è riconosciuta immediatamente come un potenziale soggetto delle relazioni internazionali, in una fase contraddistinta dalla distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica e dall’accelerazione della decolonizzazione nel continente africano e nella sponda sud del Mediterraneo[46].

Come mostra la visita del vice presidente Nixon al presidente della Repubblica Gronchi e al ministro degli Esteri Martino alla vigilia della firma dei Trattati di Roma, gli Stati Uniti sono ben attenti ai riflessi politici dell’integrazione economica, alle osservazioni di Martino sull’associazione tra la CEE e i paesi d’oltremare in funzione di un “più intimo legame politico tra il Nord Africa e l’Europa”[47], alla rimodulazione dei rapporti transatlantici nell’area geopolitica del Mediterraneo.

La nascita della CEE e l’associazione dei territori d’oltremare sono del resto giudicate dall’Unione Sovietica una offensiva sul terreno economico al blocco comunista dell’Europa orientale, un tentativo insidioso di frenare la decolonizzazione e di prefigurare interdipendenze inattese tra Europa e Africa, a detrimento della penetrazione sovietica nel continente africano[48].

L’invio agli ambasciatori dei Sei di una nota formale contro i Trattati di Roma, responsabili di mettere in discussione la distensione internazionale, aggravare la divisione dell’Europa,asservire i paesi del MEC al capitale monopolistico americano, convogliare la decolonizzazione entro i limiti angusti del disegno neocoloniale francese dell’Eurafrica, è sintomatico della consapevolezza sovietica delle possibilità di espansione economica della CEE e del suo potere di attrazione nei confronti dei paesi del Sud del mondo[49].

Riprendendo gli studi di Odd A. Westad, Giuliana Laschi, Elena Calandri e Giuliano Garavini, la proiezione internazionale della CEE deve in effetti essere interpretata lungo le faglie dell’interazione tra guerra fredda, integrazione europea e decolonizzazionee deve essere analizzata nella duplice direzione della sua politica verso l’Africa e i paesi della sponda sud del Mediterraneo[50].

Come hanno rimarcato Marie Therese Nitsch e Gerard Bossuat, l’associazione tra la CEE e i paesi e territori d’oltremare, la rottura dei rapporti unilaterali con i singoli Stati europei e l’avvio del Fondo europeo per lo sviluppo hanno l’effetto di accelerare la decolonizzazione e di favorire nel tornante del 1960 la conquista dell’indipendenza nazionale di Senegal, Mali, Costa d’Avorio, Niger, Congo, Gabon, Ciad, Madagascar, Camerun e di tanti altri paesi del continente africano[51].

Non è un caso che proprio durante “l’anno dell’Africa”, i rapporti tra la CEE e i paesi di nuova indipendenza nazionale siano al centro di una risoluzione dell’Assemblea parlamentare europea (APE) del 31 marzo 1960, tesa ad intensificare il dialogo con gli Stati africani per una nuova Convenzione di associazione, in vista della scadenza del 31 dicembre 1962[52].

Attraverso una fitta rete di contatti promossa dal presidente dell’APE, Hans Furler, e dal presidente dell’Assemblea nazionale del Senegal, Lamine Gueye, la  Conferenza parlamentare euroafricana di Strasburgo del 19-24 giugno 1961 costituisce uno snodo importante della proiezione della CEE nel continente africano, affronta i temi delle forme politiche e istituzionale dello sviluppo economico, dell’assistenza tecnica e degli scambi commerciali, fino alla sottoscrizione di alcuni principi di base per una cooperazione paritaria tra la CEE e gli Stati associati.[53]

Mentre la Convenzione di Yaoundè del 20 luglio 1963 tra la CEE e diciotto paesi africani rimane per oltre un decennio il principale impegno di politica estera della Comunità e contribuisce ad accrescere la sua azione nell’arena internazionale, la politica della CEE verso i paesi della sponda sud del Mediterraneo risente maggiormente delle contraddizioni della decolonizzazione, della guerra civile algerina, dell’affermarsi di una ideologia panaraba fortemente conflittuale nei confronti dell’Europa e degli interessi nazionali degli Stati membri della CEE[54].

Il riconoscimento tardivo da parte della Francia dell’indipendenza della Tunisia e del Marocco, la prospettiva panaraba interpretata dal leader dell’Egitto Nasser prima e dopo la crisi di Suez, le ferite persistenti della guerra civile in Algeria anche dopo l’indipendenza nel 1962 rappresentano ipoteche pesanti rispetto a un rapporto organico tra la CEE e i paesi della sponda sud del Mediterraneo[55].

Data l’impossibilità di siglare accordi di associazione unitari con l’insieme dei paesi rivieraschi, i trattati di associazione con la Grecia nel 1962 e con la Turchia nel 1964, gli accordi commerciali con la Tunisia, il Marocco e lo Stato di Israele negli anni sessanta, l’intesa commerciale non preferenziale con la Jugoslavia e l’intesa preferenziale con la Spagna nel 1970, il trattato di associazione con Cipro nel 1973 testimoniano l’andamento rapsodico della politica mediterranea nella CEE[56].

Nel contesto della fine della golden age del capitalismo, l’interdipendenza politica ed economica tra la CEE e i paesi associati mediante la seconda Convenzione di Yaoundé del 1968, l’intensificarsi degli scambi commerciali tra la CEE e i singoli paesi della sponda sud del Mediterraneo forniscono comunque la base di partenza per una ambiziosa iniziativa della Commissione a sostegno di una politica mediterranea globale, comprendente le “politiche economiche, finanziarie, tecnologiche e anche, per la prima volta, la protezione dell’ambiente”[57].

Nel triennio 1970-1973, la Commissione presieduta da Franco Maria Malfatti e poi da Sicco Mansholt, il commissario alle relazioni esterne Ralf Dahrendorf e quello allo sviluppo Jean-François Deniau mostrano la capacità di guidare la CEE verso un maggiore protagonismo nelle relazioni internazionali, nei rapporti con i paesi africani e la sponda sud del Mediterraneo[58].

Le comunicazioni della Commissione al Consiglio del 27 luglio 1971 e del 2 febbraio 1972 sulla politica di cooperazione allo sviluppo racchiudono le grandi linee di una politica mediterranea globale, che si propone di dar vita a uno spazio economico e politico regionale tra Europa e Mediterraneo, di porre la CEE al centro di interdipendenze innovative tra il Nord e il Sud del mondo nei settori dello sviluppo sostenibile e delle risorse energetiche[59].

Si tratta di una prospettiva fortemente avversata dagli Stati Uniti e ridimensionata nel 1973 dall’ingresso della Gran Bretagna, della Danimarca e dell’Irlanda nella CEE, interessate ad estendere la cooperazione ai paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, senza approfondire le distanze e le divergenze con Washington.

Combinandosi con la priorità della Francia a mantenere inalterata la sua influenza sulle politiche europee di aiuto allo sviluppo e con l’impennata dei prezzi del greggio in seguito alla guerra del Kippur, l’offensiva americana all’unità della CEE nella Conferenza di Washington sull’energia del febbraio 1974 raggiunge l’obiettivo di disarticolare la proiezione internazionale della CEE e di neutralizzare le conseguenze sistemiche della sua azione mediterranea[60].

Espressione della rinuncia della CEE all’accesso privilegiato ai mercati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico e della sponda sud del Mediterraneo, in cambio della fine dell’opposizione degli Stati Uniti agli accordi commerciali europei con queste due aree, l’intesa tra il nuovo commissario alle relazioni esterne Christopher Soames e il sottosegretario americano agli affari economici William J. Casey sancisce nel 1974 l’ennesima fase di dissociazione tra la politica della CEE verso i paesi ACP e i paesi della sponda sud del Mediterraneo[61].

Mentre la firma della Convenzione di Lomé nel febbraio 1975 tra la CEE e 46 Stati d’Africa, dei Caraibi e del Pacifico prosegue l’impegno europeo nelle politiche di aiuto allo sviluppo, l’azione mediterranea della CEE continuerà a seguire un andamento altalenante, basti pensare alla mancata applicazione degli accordi di associazione con i paesi del Maghreb e del Mashreq firmati tra il 1976 e il 1978[62].

Negli anni ottanta, l’ingresso di Spagna, Grecia e Portogallo nella CEE e l’adozione di misure protezionistiche a difesa della loro produzione agricola non migliorerà i rapporti con i paesi della sponda sud del Mediterraneo, fino al lancio da parte dell’Unione Europea della cosiddetta Partnership euro-mediterranea nel 1995, con aspettative rinnovate e medesime illusioni[63].

 

Conclusioni 

Nella storiografia sull’integrazione europea, le dinamiche internazionali e le interazioni tra gli Stati, le culture politiche e sindacali, le istituzioni e il modello sociale europeo, le relazioni esterne della CEE e i rapporti con l’area geopolitica del Mediterraneo sono stati indagati da traiettorie di ricerca parallele, che hanno condotto a una forte maturazione degli studi europei nel quadro della guerra fredda e nello scenario globale successivo alla caduta del muro di Berlino del 1989 e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica del 1991[64].

Nella prospettiva di una riconsiderazione del ruolo della CEE e dell’UE nel panorama della guerra fredda e della globalizzazione, intrecciare tali traiettorie può contribuire a rimarcare l’originalità del processo di integrazione come risposta alle trasformazioni del sistema internazionale, alle grandi questioni dello sviluppo economico e del welfare state, dei rapporti Nord-Sud oltre la contrapposizione bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica[65].

Le chiavi interpretative delineate nel saggio sul rilancio di Messina, la nascita della CEE e la sua proiezione nel Mediterraneo possono fornire alcune indicazioni di metodo, al fine di rileggere in maniera unitaria la storia dell’integrazione europea, almeno nella fase della golden age del capitalismo e nel mutamento del sistema internazionale degli anni settanta[66].

La categoria delle “interazioni, scambi e prestiti” tra Italia e Francia, tra Europa e Mediterraneo consente di comprendere le origini delle politiche regionali e sociali della CEE, l’impatto dell’associazione dei territori d’oltremare sui rapporti tra i Sei e il continente africano, la spinta impressa all’azione esterna della CEE dentro e fuori le compatibilità con l’alleanza atlantica, con il risultato di rendere più dinamici i rapporti con gli Stati Uniti e di aprire nuovi terreni di competizione con il blocco comunista dell’Europa orientale e con la stessa Unione Sovietica[67].

La chiave interpretativa della dialettica tra partiti e sindacati può contribuire a ricostruire congiuntamente  la storia politica europea, delle istituzioni della CEE e del modello sociale europeo.Il sostegno della SPD e del PSI ai Trattati di Roma ha come corollario la loro legittimazione ad entrare nell’area di governo, prepara il terreno al centrosinistra in Italia e alla coalizione tra la CDU e la SPD nella Repubblica Federale Tedesca, attribuisce concretezza alla politica estera del neoatlantismo e della Ostpolitik, rafforzando lo spazio di manovra della CEE nella distensione internazionale degli anni sessanta[68].

L’evoluzione europeista dei partiti politici e dei sindacati cattolici, liberali e socialisti dialoga in maniera significativa con la costruzione del welfare state nei singoli Stati nazionali e con lo sviluppo delle politiche sociali della CEE. Contrariamente alla sottovalutazione che si ritrova ancora oggi negli studi storici su questo tema, è possibile riscoprire il valore fondativo del Trattato CEE per la graduale costruzione di un modello sociale europeo, basato sulla programmazione economica, il rafforzamento dei sistemi nazionali di welfare e la distribuzione del reddito, in un circuito al tempo stesso nazionale e sovranazionale[69].

Una considerazione analoga vale per la Commissione e l’Assemblea parlamentare, che si propongono di rafforzare le politiche comunitarie e individuano nel modello sociale europeo un campo privilegiato per reagire alla stagnazione politica della CEE, alla crisi del sistema di Bretton Woods e alle trasformazioni socio-economiche del passaggio dal fordismo al postfordismo, con esiti nel lungo periodo controversi ed attualmente oggetto di dibattito storiografico[70].

Come la storiografia ha già ampiamente dimostrato, “indagare le faglie tra guerra fredda,  decolonizzazione e integrazione europea” conferma le potenzialità della CEE sulla scena internazionale, con la duplice direzione  verso i paesi ACP e la sponda sud del Mediterraneo che può essere ritenuta una spia assai sensibile della crescita e dei limiti del suo ruolo regionale nel cambio di fase degli anni settanta, con l’aprirsi di una stagione di tensioni nei rapporti transatlantici e di questioni nuove per l’Europa dei Nove nel quadro della guerra fredda[71].

Pur in un quadro appena abbozzato e suscettibile di essere affinato ulteriormente, una riflessione organica sul rilancio di Messina e i Trattati di Roma induce ad intrecciare sempre di più traiettorie di ricerca apparentemente parallele ed invece strettamente connesse, con una proposta di metodo da estendere alle fasi successive dell’integrazione europea e delle relazioni internazionali.

 

 

 

[1] Cfr. D. Preda, Sulle soglie dell’Unione: la vicenda della Comunità politica europea (1952-1954), Jaca book, Milano 1994; M. Gilbert, Storia politica dell’integrazione europea, Laterza, Roma-Bari 2012.

[2] Cfr. La Conférence de Messina à travers la presse étrangère, in ‟La Documentation française”, 9 juin 1955, pp. 1-2.

[3] Messina quaranta anni dopo, a cura di V. Majocchi, Cacucci, Bari 1996; Il rilancio dell’Europa e i Trattati di Roma, a cura di E. Serra, Giuffrè, Milano 1989.

[4] Si vedano almeno, The European Integration from the Schuman Plan to the Treaties of Rome, G. Trausch ed., Bruylant, Bruxelles 1993;L’expérience européenne: 50 ans de construction de l’Europe 1957-2007; G. Bossuat, É. Bussière, R. Frank, W. Loth, A. Varsorieds, Bruylant, Bruxelles 2010.

[5] Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (d’ora in poi MAE), Documenti sulla politica internazionale dell’Italia, Serie A – Europa Occidentale e Unione Europea, Il “rilancio dell’Europa” dalla Conferenza di Messina ai Trattati di Roma 1955-1957 (volume e appendice documentaria a cura di A. Varsori e F.L. D’Ovidio), Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2017.

 

[6] L’Italia e l’Europa (1947-1979), a cura di P.L. Ballini e A. Varsori, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004; L’Italia nella costruzione europea. Un bilancio storico (1957-2007), a cura di P. Craveri e A. Varsori, FrancoAngeli, Milano 2009; A. Varsori, La Cenerentola d’Europa? L’Italia e l’integrazione europea dal 1947 a oggi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010.

[7] Europe brisée, Europe retrouvée. Nouvelles réflexions sur l’unité européenne au XX siècle, a cura di R. Girault et G. Bossuat, Publication de la Sorbonne, Paris 1994.

[8] MAE, Documenti sulla politica internazionale dell’Italia, cit., D. 170, Incontro italo-francese. Appunto sulla conversazione tra il Ministro on. Martino e il Ministro degli Esteri di Francia, Pineau (Parigi, Quay d’Orsay, 25 aprile 1956), pp. 386-392.

[9] MAE, Documenti sulla politica internazionale dell’Italia, cit., D. 172, Incontro italo – francese. (Parigi 26-27 aprile 1956). Riunione del 26 aprile all’Eliseo (ore 10). Riunione del 27 aprile all’Eliseo (ore 12), pp. 393-400.

[10] MAE, Documenti sulla politica internazionale dell’Italia, cit., Appendice documentaria, D. 4, Project de Procès – verbal de la Conférence des Ministres des Affaires Étrangères des États membres de la CECA tenue à Venise, les 29 et 30 mai 1956, pp. 95-110.

[11] Ibidem.

[12] Ivi, D. 211, Il Capo della delegazione presso il Comitato intergovernativo di Bruxelles, Benvenuti, al Ministero degli Affari Esteri (Bruxelles, 14 settembre 1956), pp. 477-478.

[13] Ivi, D. 221, Il Ministro degli Affari Esteri, Martino, alle ambasciate a Bruxelles, Parigi, Bonn, l’Aja e Lussemburgo (Roma, 16 ottobre 1956), pp. 496-497.

[14] Ivi, D. 223, La Direzione Generale degli Affari Economici, Ufficio IV. Relazione sulla riunione del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri dei Sei Paesi membri della Conferenza di Bruxelles sul Mercato Comune e Euratom (Roma, 24 ottobre 1954), pp. 500-504.

[15] Ivi, Annexe III, Projet Déclaration conjointe des Ministres des Affaires Étrangères de Belgique, France, Luxembourg, Pays-Bas, République Fédérale d’Allemagne (Annexée au Traité instituant le Marché Commune). (Document présenté par la délégation italienne) (Paris, le 20 octobre 1956), p. 151.

[16] M.T. Bitsch, Histoire de la construction européenne de 1914 à nos jour, Complexe, Bruxelles 1998.

[17] P. Gerbet, La construction de l’Europe, Imprimerie nationale, Paris 1992.

[18] MAE, Documenti sulla politica internazionale dell’Italia, cit., D. 230, La Direzione generale degli Affari Economici, Ufficio IV. Conferenza di Bruxelles sul Mercato Comune ed Euratom. Riunione dei Capi Delegazione (16 novembre 1956), pp. 512-514.

[19] A. Varsori, F. L. D’Ottavio, Introduzione, in MAE, Documenti sulla politica internazionale dell’Italia, Serie A – Europa Occidentale e Unione Europea, Il “rilancio dell’Europa” dalla Conferenza di Messina ai Trattati di Roma 1955-1957, cit., pp. XI – XLII.

[20] MAE, Documenti sulla politica internazionale dell’Italia, cit., Appendice documentaria, D. 6, Projet de procès-verbal de la Conférence des Ministres des Affaires Étrangèrs des État membres de la CECA (Bruxelles, 26-27 – 28 janvier et 4 février 1957), pp. 157-187.

[21] B. Belassa, The Theory of economic integration, Allen & Unwin, London 1973, ripreso da Grande mercato e diritti sociali nell’Europa del Novecento, a cura di B. Curli, in “Memoria e Ricerca”, n. 14, settembre-dicembre 2003.

[22] Una versione completa del Trattato che istituisce la Comunità Economica Europea è disponibile on line sul sito dell’Università di Lussemburgo www. cvce.eu (consultazione del 15 giugno 2018).

[23] Ibidem.

[24] Ibidem.

[25] Ibidem.

[26] Ibidem.

[27] E. Calandri, M.E. Guasconi, R. Ranieri, Storia politica e economica dell’integrazione europea. Dal 1945 ad oggi, EdiSES, Napoli 2015; L’altra via per l’Europa: forze sociali e organizzazione degli interessi europei (1947-1957), a cura di A. Ciampani, FrancoAngeli, Milano 1995; Inside the European Community. Actors and Policies in the European Integration 1957-1972, A. Varsori ed., Bruylant, Bruxelles 2006.

[28] La gauche en Europe depuis 1945: invariants et mutations du socialisme européen, sous la direction de M. Lazar, PUF, Paris 1996; D. Sassoon, One hundred  years of socialism. The West European Left in the Twentieth Century, Tauris, London 1996.

[29] K. Featherstone, Socialist Parties and European Integration: a Comparative History, Manchester University Press, Manchester 1988; M. Lazar, Maisons rouges. Les partis communistes français et italien de la Libération à nos jour, Aubier, Paris 1992.

[30]A. Varsori, Jean Monnet e il Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa tra Mec ed Euratom (1955-1957), in I movimenti per l’unità europea 1954-1969, a cura di S. Pistone, Università di Pavia, Pavia 1996, pp. 349-371.

[31]G. Devin, L’Internationale socialiste. Histoire et sociologie du socialisme international (1945-1990), Presses de la Fondation Nationale des Sciences Politiques, Paris 1993.

[32]S. Cruciani, L’Europa delle sinistre. La nascita del Mercato comune europeo attraverso i casi francese e italiano (1955-1957), Carocci, Roma 2007.

[33]La posizione della CGIL sul Mercato Comune Europeo. Testo della risoluzione approvata dal Comitato Esecutivo confederale nella sessione tenuta a Roma il 19 luglio 1957, in “Rassegna Sindacale”, 1957, n. 14, pp. 420-421.

[34]S. Cruciani, La nascita del Mercato comune europeo e la ratifica dei trattati di Roma in Francia e in Italia, in “Memoria e Ricerca”, n. 23, settembre-dicembre 2006.

[35]M. Maggiorani e P. Ferrari, L’Europa da Togliatti a Berlinguer. Testimonianze e Documenti 1945-1984, Il Mulino, Bologna 2005.

[36] S. Cruciani, Le sinistre italiane e l’Europa da Togliatti e Nenni al Partito Democratico, in Il socialismo europeo e il processo di integrazione. Dai Trattati di Roma alla crisi politica dell’Unione (1957-2016), a cura di S. Cruciani, FrancoAngeli, Milano 2016, pp. 25-51.

[37] J. Moreno, E. Gabaglio, La sfida dell’Europa sociale. Trent’anni della Confederazione europea dei sindacati, Ediesse, Roma, 2007.

[38] R.A. Doro e A. Giacone, Il socialismo francese e la costruzione europea tra leadership e comunicazione politica, in Il socialismo europeo e il processo di integrazione cit.

[39] P.S. Graglia, L’Unione europea, Il Mulino, Bologna 2011; M. Brunazzo, Come funziona l’Unione Europea. Le istituzioni, i processi decisionali, le politiche, Laterza, Roma-Bari, 2009.

[40] La Commissione Europa (1958-1972). Storia e memorie di un’istituzione, a cura di M. Dumoulin, Ufficio delle pubblicazioni ufficiali delle Comunità europee, Lussemburgo 2007.

[41] S. Guerrieri, Un Parlamento oltre le nazioni: l’assemblea comune della CECA e le sfide dell’integrazione europea (1952-1958), Il Mulino, Bologna 2016; D. Pasquinucci, Uniti dal voto? Storia delle elezioni europee 1948-2009, FrancoAngeli, Milano 2013.

[42] N.M. Nugent, Organizzazione politica europea, Il Mulino, Bologna 2011; Encyclopedia of European Union Law, N.M. Hunnungs ed., Sweet & Maxwell, London 1996.

[43] Il Comitato Economico e Sociale nella costruzione europea, a cura di A. Varsori, Marsilio, Venezia 2000.

[44] E. Calandri, M.E. Guasconi, R. Ranieri, Storia politica e economica dell’integrazione europea, cit., pp. 126-128.

[45] R. Gilpin, Politica ed economia nelle relazioni internazionali, Il Mulino, Bologna 1990.

[46] L’Europa nel sistema internazionale: sfide, ostacoli e dilemmi nello sviluppo di una potenza civile, a cura di G. Laschi e M. Telò, il Mulino, Bologna 2009.

[47] MAE, Documenti sulla politica internazionale dell’Italia, cit., D. 304, Colloquio del Vice Presidente degli Stati Uniti d’America, Nixon, con il Ministero degli Esteri, Martino (Roma, 16 marzo 1957), pp. 635-637.

[48] F. Soglian, L’integrazione europea e il blocco sovietico, in Storia dell’integrazione europea, a cura di R.H. Rainero, Marzorati, Milano 1997.

[49] L. Piccardo, Tesi contro: il Niet sovietico ai Trattati di Roma, in I Trattati di Roma e l’unità europea, a cura di D. Preda, CEDAM, Padova 2013.

[50] Reviewing the Cold War: Approaches, Interpretations and Theories, O.A. Westad ed., Frank Cass, London 2000; G. Laschi, L’Europa e gli altri. Le relazioni esterne della Comunità dalle origini al dialogo Nord-Sud, Il Mulino, Bologna 2015; Il primato sfuggente. L’Europa e l’intervento per lo sviluppo, a cura di E. Calandri, FrancoAngeli, Milano 2009; G. Garavini, After Empires: European Integration, Decolonization and the Challenge from the Global South 1957-1986, Oxford, Oxford University Press 2012.

[51] L’Europe unie et l’Afrique. De l’idée de l’Eurafrique à la convention de Lomé 1, M.T. Bitsch e G. Bossuat éds., Bruylant, Bruxelles 2005.

[52] L. Pacifici, La conférence parlementaire eurafricaine (Strasbourg, 19-24 juin 1961), in ‟Journal of European Integration History”, n. 1, vol. 9, 2003, pp. 37-59.

[53] Ibidem.

[54] R.F. Betts, La decolonizzazione, Il Mulino, Bologna 2007.

[55] E. Calandri, L’Europa, l’Africa e il Mediterraneo dall’«Eurafrica» alla fine della guerra fredda, in L’Unione Europea e il Mediterraneo. Relazioni internazionali, crisi politiche e regionali (1947-2016), a cura di S. Cruciani e M. Ridolfi, FrancoAngeli, Milano 2017, pp. 149-175.

[56] G. Laschi, La CEE e il Mediterraneo: l’avvio delle politiche verso i paesi terzi della sponda sud, ivi, pp. 89-110.

[57] Ibidem.

[58] E. Calandri, L’Europa, l’Africa e il Mediterraneo dall’«Eurafrica» alla fine della guerra fredda, cit., pp. 149-175.

[59] Ibidem.

[60] Ibidem.

[61] E. Calandri, Understanding the EEC Mediterranean Policy: trade, security, development and the redrafting of Mediterranean boundaries, in European Integration in a Globalizing World 1970-1985, C. Hiepel ed., Nomos, Baden Baden 2014, pp. 165-184.

[62] J.M. Palayret, Mondialisme contre régionalisme: Cee et Acp dans les négotiations de la Convention de Lomé, in Inside the European Community. Actors and Policies in Union Integration 1957-1972, A. Varsori éd., Bruylant, Bruxelles 2006, pp. 369-398.

[63] F. Bicchi, European Foreign Policy Making toward the Mediterranean, Macmillan Palgrave, New York 2007.

[64] E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1918-1999, Laterza, Roma-Bari, 2000.

[65] European Union History. Themes and Debates, W. Kaiser and A. Varsori eds., Palgrave Macmillan 2014.

[66] Alle origini del presente. L’Europa occidentale nella crisi degli anni Settanta, a cura di A. Varsori, FrancoAngeli, Milano 2007.

[67] L’Unione Europea e il Mediterraneo. Relazioni internazionali, crisi politiche e regionali (1947-2016) cit.

[68] S. Cruciani, Il socialismo europeo e il processo di integrazione. Dai Trattati di Roma alla crisi politica dell’Unione (1957-2016), FrancoAngeli, Milano 2016.

[69] S. Cruciani, L’Europa delle sinistre. cit.

[70] E. Guasconi, L’Europa tra continuità e cambiamento: il vertice dell’Aja del 1969 e il rilancio della costruzione europea, Polistampa. Firenze 2004; Europe in the International Arena during the 1970s: Entering a different World, A. Varsori e G. Migani eds., Peter Lang, Bruxelles-Bern 2011; Integrazione europea e trasformazioni socio-economiche. Dagli anni Settanta a oggi, a cura di L. Mechi, D. Pasquinucci, FrancoAngeli, Milano 2017.

[71] Reviewing the Cold war: approaches, interpretations, theory, cit.; O.A. Westad, The Global Cold War. Third World interventions and the making of our times, Cambridge University Press, Cambridge 2005.

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    By: Sante Cruciani

    Sante Cruciani, ricercatore a tempo determinato (tipo b) in Storia delle relazioni internazionali all’Università della Tuscia. Si occupa del processo di integrazione, delle culture politiche e sindacali della sinistra europea, delle rappresentazioni mediatiche della guerra fredda. Tra le sue pubblicazioni: L’Europa delle sinistre. La nascita del Mercato comune europeo attraverso i casi francese e italiano (1955-1957), Carocci, 2007; Passioni politiche in tempo di guerra fredda. La Repubblica di San Marino e l’Italia repubblicana tra storia nazionale e relazioni internazionali (1945–1957), Università di San Marino, 2010. È curatore di: Bruno Trentin e la sinistra italiana e francese, École Française de Rome, 2012; Il socialismo europeo e il processo di integrazione. Dai Trattati di Roma alla crisi politica dell’Unione (1957-2016), FrancoAngeli, 2016.  Insieme a M. Ridolfi, ha recentemente curato i volumi L’Unione Europea e il Mediterraneo. Relazioni internazionali, crisi politiche e regionali (1947-2016), FrancoAngeli, 2017; L’Unione Europea e il Mediterraneo. Interdipendenza politica e rappresentazioni mediatiche (1947-2017), FrancoAngeli, 2017. È condirettore della rivista digitale www.officinadellastoria.eu.

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