Un terreno di applicazione per la Public History: il calendario civile repubblicano

Nel momento in cui la Public History tende a promuovere un “senso pubblico” della storia, è indubbio che ciò comporta una forte responsabilità civile e culturale nell’affrontare il tema conflittuale delle memorie (comunitarie, nazionali, transnazionali ed europee, ecc.). Nelle trasformazioni del conflitto simbolico seguito al superamento della guerra fredda e alla costituzione dell’Unione Europea, l’originario corredo simbolico e rituale delle memorie repubblicane fu esposto a tensioni molteplici. Con la caduta della “Repubblica dei partiti” entrò in crisi la narrazione pubblica della storia italiana, costruito lungo l’asse che collegava il Risorgimento alla Resistenza, i cui valori erano stati rifusi nei principi della Costituzione repubblicana e che le feste nazionali del 25 aprile (la Liberazione dal nazi-fascismo) e del 2 giugno (la nascita della Repubblica) avevano rappresentato, agli occhi almeno della maggioranza degli Italiani. Nel calendario civile trovarono una collocazione memorie culturali e politiche rimosse, fondate su eventi dalla forte carica emotiva, in nome e nel ricordo delle vittime della violenza: la Shoah in primo luogo nel Giorno della memoria (sulla scorta di un indirizzo promosso dall’Unione Europea), le foibe e l’esodo forzato nell’immediato II dopoguerra di centinaia di migliaia di Italiani dalla costa giuliano-dalmata al confine tra Italia e Iugoslavia (10 febbraio), le vittime del terrorismo politico tra fine anni ’60 e ’80 (9 maggio), le vittime innocenti delle stragi e degli omicidi di mafia (21 marzo)[1].

Del resto, grazie soprattutto al ruolo propulsivo esercitato dai presidenti della Repubblica (a partire da Carlo Azeglio Ciampi, quindi con Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella), quello che potremmo definire l’orizzonte del patriottismo repubblicano perseguì una interrelazione con l’altrettanto discussa religione civile europea; nel momento in cui dopo la crisi finanziaria del 2008 e le sfide dell’integrazione poste dall’immigrazione extracomunitaria, in diversi paesi europei crescevano l’euro-scetticismo e le manifestazioni di nazionalismo “sovranista-populista”[2]. Quando insomma parve sempre più evidente che un qualsivoglia progetto europeo, facendo rifluire nella UE “due Europe” con vissuti e storie nazionali alquanto differenziati – prima e dopo il 1989 – poteva crescere solo in presenza di reti culturali e umane, nonché dialoghi di memorie, che fossero effettivamente transnazionali.

Rifondendo anniversari istituzionali ed altri più legati alla memoria popolare, Il calendario civile repubblicano è quindi assai mutato nell’ultimo ventennio[3], con ulteriori fattori di tensione e di conflitto, che la Public History, proprio perché aiuta a superare il distacco tra formalismi celebrativi e vissuto comunitario, può contribuire a sciogliere. È quanto ha proposto Alessandro Portelli, con lo scopo di «intensificare il tempo e ribadire il senso delle regole condivise che rendono possibile la convivenza di diversità che costituisce la democrazia»[4]. Il progetto, in collaborazione tra l’editore Donzelli e il Circolo “Gianni Bosio”, oltre a corredare ogni data di fonti di varia natura (orale, letteraria, musicale, ecc.), contempla la promozione di eventi e spettacoli dal vivo. Dobbiamo effettivamente chiederci «cosa transita dall’ufficialità di gesti e cerimonie nel tessuto collettivo di una comunità», in primo luogo nella didattica della storia[5]. Abbiamo dunque un possibile programma di “storia applicata” da promuovere e fa crescere, dentro e fuori le università, nelle comunità locali e territoriali, nella stessa proiezione transnazionale di culture politiche e religioni civili.

Se la “storia” dei rituali civili e laici muove dalle memorie del Risorgimento e della Resistenza, così come delle due guerre mondiali, fu indubbiamente nella ricorrenza dei 150 anni dell’Italia unita. «Si è così verificata – in generale, ha osservato Massimo Baioni – un’adesione spontanea, sentita e molto diffusa all’evento “festivo” […] L’anniversario ha rinforzato la coscienza collettiva di una (buona) parte dei cittadini ha ristabilito alcuni “quadri sociali della memoria”»; sebbene, «a questo livello al sua azione si è probabilmente arrestata, senza riuscire a tradursi in una consapevolezza più matura del rapporto con la storia».[6]. Emerse lungo l’anno 2011 una circostanza nuova, non a caso divenuta una ribalta importante per lo sviluppo anche in Italia di una verosimile Public History, ovvero la ricezione della ricorrenza in numerose realtà comunitarie (città e paesi lungo tutta la penisola).

Qui va individuato il vero fattore di novità, per molti versi sorprendente: a livello locale è emerso un impegno che ha marcato il desiderio di ricordare l’evento, di farne uno strumento di intensa partecipazione, caricandolo di significati che trascendevano con tutta evidenza il richiamo specifico al Risorgimento e all’unità d’Italia[7].

Occorre evitare una troppo rigida distinzione tra quelli di origine popolare e le manifestazioni invece promosse dalle istituzioni: la scena è pubblica, gli attori e i protagonisti sono diversi, ma spesso anche le celebrazioni ufficiali possono alimentare sensi identitari e sentimenti popolari di partecipazione. È il caso, per esempio, delle celebrazioni e delle manifestazioni nell’anniversario, ogni 2 giugno, della nascita della Repubblica.

Una diversa narrazione si è aggiunta inoltre nel primo decennio del nuovo secolo: il crollo del Muro di Berlino, l’allargarsi dell’Europa unita ai paesi degli ex regimi comunisti, l’impegno nella scrittura di una Costituzione europea (anche se alla fine non approvata) offrirono una prospettiva nuova e un valido sostituto al protagonismo dei partiti nel racconto del dopoguerra, spostando l’attenzione sul patto costituente (e sulle culture politiche che l’hanno ispirato tra 1945 e 1948). Si tratta di una lente storico-culturale grazie a cui, ripensando l’anno 1946, rendere vivi i caratteri identitari della Repubblica (le libertà individuali, il genere e le generazioni, i diritti e i doveri dei cittadini, la giustizia sociale, l’apprendistato e l’educazione repubblicani, il rifiuto della guerra come fondamento delle relazioni internazionali)[8]. La ricostruzione storica e la narrazione pubblica inducono sempre più a far interagire i fattori sia nazionali sia europei, transnazionali sarebbe ancor meglio dire, laddove reti relazionali e scambi socio-culturali fanno rivivere la presenza di Italiani e Italiane.

Ne è conseguito un ampio progetto di ricerca[9], volto a ripensare e mettere in correlazione le memorie delle culture politiche con le narrazioni civili, istituzionali, letterarie e comunicativo-mediatiche. Così facendo, l’incrocio tra le fonti (scritte e orali, audio-visive e digitali) potrà sviluppare anche sensibilità e istanze di conoscenza proprie della Public History, facendo della Repubblica e dei suoi caratteri democratici oggetto di narrazioni e linguaggi capaci di sensibilizzare non solo ricercatori e studiosi ma anche un ampio raggio di cittadini, studenti e insegnanti[10].

La data del 2 giugno può ritornare ad essere il centro di un interesse più largo verso le radici e gli ideali della cittadinanza repubblicana[11]. Occorre ripensare e mettere in correlazione le diverse memorie delle culture politiche con le narrazioni civili, istituzionali e popolari insieme. La storiografia ha ben riflettuto sull’eredità della guerra e sul culto dei caduti come momento rifondativo di una coscienza civile democratica[12]. Possiamo ripartire dalla storia di quel 2 e 3 giugno 1946, giorni in cui si ebbe l’“invenzione” della democrazia italiana. Le pratiche elettorali sancirono gli esiti di una transizione democratica tutt’altro che scontata e negli anni successivi garantirono autorevolezza alla “repubblicanizzazione” di territori e periferie della penisola.

Un primo terreno di ricerca concerne la ricostruzione della festa del 2 giugno, le sue ritualità e i discorsi pubblici che l’accompagnano[13]. Occorre verificare modi e tempi del processo di istituzionalizzazione del 2 giugno come festa nazionale: l’affermarsi di una prassi celebrativa, la ricezione che la festa ha avuto nei diversi ambienti, il rapporto e la comparazione con la festa del 25 aprile, il ruolo delle forze armate e al loro interno dei diversi corpi, nella organizzazione della parata e dei festeggiamenti, ovvero la maggiore o minore militarizzazione della festa civile[14]. Nel II dopoguerra i rituali civili repubblicani seguirono del resto fasi diverse (1946-1960, 1961-1975; 1975-2000; 2000-2019)[15], con l’affermarsi e le trasformazioni della prassi celebrativa, in contesti nei quali, di volta in volta, la festa venne dapprima declassata e quindi riabilitata.

Feconda si sta dimostrando una riflessione specifica sul ruolo svolto durante il loro mandato dai Presidenti della Repubblica nel forgiare la trasformazioni del patriottismo repubblicano e nella costruzione di un immaginario della Repubblica[16]: sulla base di temi quali i rapporti tra cittadini e Capo dello Stato[17], le retoriche e i linguaggi del Capo dello Stato[18], le iniziative rituali e commemorative, gli impulsi e i freni alla svolgimento delle celebrazioni nel contesto dell’evolversi del quadro politico e socio economico. Contestualmente, occorre considerare lo spazio pubblico della festa, i simboli e le pratiche della memoria che si manifestano nella toponomastica, nei monumenti, nei luoghi scelti per le ricorrenze e nel loro allestimento. Le nuove tecnologie permettono di applicare alle ricerche i metodi della storia digitale; si sta lavorando alla costruzione di un archivio multimediale geo localizzato della toponomastica e dei luoghi della memoria che permetterà di comprendere come l’evento della festa si incorpora nelle città, geo referenziando immagini, voci, documenti della festa[19].

Occorre guardare anche a come il cinema ed i media abbiano rappresentato le vicende e le emozioni che accompagnarono la transizione democratica e la nascita della Repubblica[20]. La memoria pubblica non ha immediati riferimenti in tal senso; si pensi forse all’eccezione di un popolare film – Una vita difficile (1961) –; quando  la scena di un banchetto aristocratico in attesa dell’esito del voto referendario vede l’intrusione di due malcapitati avventori – interpretati da Alberto Sordi e Lea Massari –, chiamati  a personificare quel cambio di prospettiva (e di storia) attraverso un’inaspettata libagione (metafora di una Repubblica a cui affidare le speranze di una migliore qualità della vita).[21] Occorre guardare con maggiore sistematicità alle fonti cinematografiche – documentaristiche e di fiction –, allo scopo di rafforzare il ricordo e il significato dell’evento del referendum del 2 giugno. Si tratta di un immaginario ancora da ricostruire, non solo attraverso le narrazioni del cinema e della letteratura, ma allargando l’orizzonte alle rappresentazioni più significative proposte dalla radio e dalla televisione. Anche in questo caso è possibile articolare fecondi percorsi di ricerca su tipologie diverse di fonti. In primo luogo i documentari di propaganda e i cinegiornali relativi alla fase referendaria in altrettanti paesi e città dell’Immediata Italia postbellica: i filmati Luce e Incom. In secondo luogo le fonti cinematografiche, sia quelle coeve per ricostruire la temperie sociale e culturale, sia quelle successive in cui vi sia un riferimento al 1946. In terzo luogo i prodotti radio televisivi, attraverso una ricerca approfondita nelle Teche Rai[22]: i telegiornali con relativi servizi (osservando come la notizia viene data e cambia nel corso degli anni); gli speciali televisivi dedicati all’argomento (con una ricostruzione per decenni); le trasmissioni storiche in cui si narra la campagna referendaria (per comprendere come l’argomento viene presentato al grande pubblico); eventuali fiction in cui il tema sia stato trattato. Non possiamo inoltre dimenticare le raccolte di materiale fotografico, tramite gli archivi sia degli enti pubblici che dei fotografi professionali; si pensi alla ricostruita storia di Anna Iberti[23], la bella ragazza milanese di 24 anni che da oltre 70 anni è l’immagine dell’Italia democratica, colta in uno scatto dal fotografo Federico Patellani sulla terrazza del quotidiano socialista “l’Avanti!”, mentre si festeggiava la vittoria della Repubblica sulla Monarchia.

Le ricerche e le indagini scientifiche rimarrebbero patrimonio di pochi se esse non fossero collocate nel “vissuto” di esemplari storie comunitarie, laddove la conoscenza delle persone, le generazioni e le famiglie, i gruppi sociali e le culture politiche territoriali, possa effettivamente ridestare il senso di una più grande Storia[24]. La data del 2 giugno sta tornando ad essere il centro di un interesse più largo verso le radici e gli ideali della cittadinanza repubblicana. Occorre ripensare e mettere in correlazione le diverse memorie delle culture politiche con le narrazioni civili, istituzionali e popolari insieme. Possiamo ripartire insomma dalla storia di quel 2 e 3 giugno 1946, giorni in cui si ebbe l’“invenzione” della democrazia italiana. Il rinnovato calendario civile ravviva un patrimonio di memorie che le istituzioni repubblicane ben compendiano. Declassata nel 1977 e quindi ripristinata dal presidente Ciampi nel 2001, la data del 2 giugno in realtà non è mai venuta meno nel “vissuto” di molte comunità e regioni dell’Italia repubblicana. La sfida è quella di ritrovare una più larga sintonia tra le istituzioni e i cittadini, come pure negli anni fondativi della Repubblica si era avuto. Il 2 giugno ha una sua ricca storia, ma deve tornare a parlare al presente, divenendo parte di una “storia pubblica” capace di incontrare e suscitare nuove passioni civili e culturali.

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[1] A. Portelli (a cura di) Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani.

[2] A. Bolaffi, G. Crainz (a cura di), Calendario civile europeo. I nodi storici di una costruzione difficile.

[3] M. Carli, 25 april 1994 – 17 march 2011: symbolic dates of the past and Italy’s transition, in “Journal of Modern Italian Studies”; M. Ridolfi, Feste civili e giorni della memoria. L’Italia nella crisi repubblicana (1994-2011),pp. 81-104.

[4] A. Portelli, Per un calendario civile, introduzione a Id. Calendario civile.

[5] U. Gentiloni, Celebriamo la storia. Al di là degli anniversari, “la Repubblica”, 26 luglio 2016.

[6] M. Baioni, Italia 2011. Un anniversario controverso, in Id., Le patrie degli Italiani. Percorsi nel Novecento, Pisa, Pacini, 2017, pp. 159. Alle celebrazioni, proprio in virtù dell’eco popolare da esse avuto, il Parlamento fece seguire la promozione di una legge che riconosce la data del 17 marzo quale “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”, «allo scopo di ricordare e promuovere, nell’ambito di una didattica diffusa, i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l’identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica» (legge 23 novembre 2012).

[7] Ivi, p. 152.

[8] M. Salvati (a cura di), 1946, la costruzione della cittadinanza, “Annale” dell’Irsifar (Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza).

[9] Il referendum del 2 giugno 1946. Nascita, storie e memorie della Repubblica, è il titolo del progetto triennale di ricerca (2018-2021) promosso dalla Società italiana per lo Studio della storia contemporanea (Sissco), finanziato dalla Struttura di Missione della Presidenza del Consiglio per gli anniversari di interesse nazionale. Esso raccoglie circa 40 ricercatori di oltre una ventina di università (italiane e non).

[10] L. Paggi (a cura di) Le memorie della Repubblica.

[11] R. Bodei, Il noi diviso. Ethos e idee dell’Italia repubblicana.

[12] L. Paggi, Il «popolo dei morti». La repubblica italiana nata dalla guerra (1940-1946); G. Schwarz, Tu mi devi seppellir. Riti funebri e culto nazionale alle origini della Repubblica.

[13] 2 giugno: la storia e la memoria, fasc. di “Storia e problemi contemporanei”, n. 41, gennaio-aprile 2006. Quindi D. Gabusi, 2 giugno. La festa della Repubblica, in “Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche”, n. 8, 2001, pp. 173-195; Y. Guaiana, Il tempo della Repubblica. Le feste civili in Italia (1943-1949).

[14] V. Ilari, La parata del 2 giugno. L’omaggio repubblicano all’esercito, in S. Bertelli (a cura di) Il teatro del potere, a S. Bertelli, Roma.

[15] M. Viroli (a cura di) Lezioni per la Repubblica. La festa è tornata in città.

[16] M. Ridolfi (a cura di) Presidenti. Storia e costumi della Repubblica nell’Italia democratica; S. Cassese, G. Galasso, A. Melloni I Presidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale nella storia della democrazia italiana, a c. di, 2 voll..

[17] T. Bertilotti, Caro Presidente. Gli italiani scrivono al Quirinale (1946-1971).

[18] M. A. Cortellazzo, A. Tuzzi, Messaggi dal Colle. I discorsi di fine anno dei presidenti della Repubblica.

[19] M. Ridolfi, Il nuovo volto delle città. La toponomastica negli anni della transizione democratica e della nascita della Repubblica, in «Memoria e Ricerca», n. 20, 2005, pp. 147-168; sul mutamento dei riferimenti identitari, M. Ravveduto, La toponomastica della seconda Repubblica. Falcone e Borsellino, vittime della mafia, in “Memoria e Ricerca”, vol. 57, 1/2018, pp. 157-174.

[20] Cfr. E. Taviani, L’immagine della nazione nella cinematografia tra fascismo e repubblica, in 1945-1946 Le origini della Repubblica, I, cit., pp. 264-267.

[21] Una vita difficile, 1961, regia di Dino Risi. Cfr. P. Cavallo e G. Frezza (a cura di), Le linee d’ombra dell’identità repubblicana. Comunicazione, media e società in Italia nel secondo Novecento, Napoli, Liguori, 2004.

[22] F. Anania, La Rai scrive la storia dell’Italia repubblicana, in “Memoria e Ricerca”,  n.2, 1997, pp. 71-94.

[23] G. Lonardi, M. Tedeschini Lalli, Storia di Anna, la ragazza simbolo della Repubblica Italiana, http://www.repubblica.it/cultura/2016/04/24/news/storia_di_anna_che_fece_l_italia-138343580/.

[24] Si veda A. Bertolotti (a cura di), 2 giugno. Storia e memoria della Repubblica. Il caso di Viterbo tra storia locale e storia nazionale.

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