In primo piano. L’esordio della fotografia nelle elezioni politiche italiane (1913)

Le elezioni politiche del 1913 (26 ottobre e 2 novembre) hanno rappresentato un momento importante nella storia della partecipazione politica[1]. L’applicazione della riforma elettorale dell’anno precedente avrebbe comportato l’estensione del diritto di voto a tutti i cittadini di sesso maschile aventi più di 30 anni, compresi gli analfabeti; al punto tale che si parla solitamente dell’introduzione di un suffragio “quasi” universale. In effetti, fu una circostanza avvalorata anche sul piano quantitativo: il corpo elettorale passò da quasi tre a oltre otto milioni di aventi diritto, il che valse un aumento considerevole della partecipazione politica (dall’8,3% al 23,2% sul totale della popolazione maschile). Emerse il problema di come parlare ai tanti potenziali elettorali ancora analfabeti; ciò avrebbe influenzato in modo profondo le forme e i linguaggi delle campagne elettorali prebelliche[2]; tanto sul piano dei linguaggi (con il primo utilizzo di immagini dei candidati e simboli partitici) che su quello di una prima contaminazione tra la propaganda e la comunicazione (secondo i codici intanto affermati dalla pubblicità commerciale).

Dobbiamo agli studi storico-sociali di Alessandro Schiavi un moderno approccio metodologico all’indagine sulle elezioni e sulle campagne elettorali nell’Italia del primo Novecento (dal 1904 al 1920); ciò, tramite un accorto lavoro di ricerca indirizzato verso sia le fonti statistiche e ministeriali ufficiali che la stampa di diverso orientamento[3]. In generale, Schiavi evidenziò un fecondo intreccio tra suggestioni di sociologia elettorale, analisi delle prime formazioni partitiche – e del Psi in particolare – e storia dei fenomeni sociali e culturali (le campagne elettorali, le forme della propaganda e della mobilitazione politica, la conformazione territoriale e sociologica dei collegi, la nascita di precise identità geo-politiche) attraverso i quali prendeva corpo e si manifestò il processo di modernizzazione politica in Italia. In particolare, Schiavi sarebbe stato l’osservatore più attento tra i contemporanei verso la rappresentazione iconografica dei simboli partitici e la riconoscibilità dei candidati[4].

Una volta ricordate le innovazioni della legge elettorale nel merito ed evidenziate le tendenze emerse nella loro applicazione sulla nuova configurazione delle schede elettorali[5], ci serviremo di alcuni rimandi agli studi di Schiavi per contestualizzare le novità del voto del 1913 sul piano dell’iconografia elettorale: le fotografie in primo luogo, ma anche i simboli e i contrassegni, spesso colorati, concorsero a marcare l’esordio di moderne campagne elettorali in Italia.

 

 

Le novità della legge elettorale

 

Con la “quasi” universalizzazione del voto maschile, tanto la presentazione che la visibilità dei candidati avvennero attraverso un primo, largo utilizzo, sia di contrassegni elettorali sia di fotografie, in diversi casi a colori (i primi soprattutto)[6]. Divenne pertanto possibile “vedere” l’immagine dei candidati e divulgarne il programma tramite i simboli di volta in volta chiamati a condensarne gli indirizzi.

Una prima importante innovazione fu l’introduzione della scheda con busta elettorale. Al Segretario comunale ogni candidato doveva presentare un “tipo di scheda”, in numero di copie sufficiente per ognuno dei presidenti di seggio. La scheda doveva essere di colore bianco, con al centro il nome del candidato in color nero. Bianco e nero dovevano avere un equilibrio ben definito.

 

Il tipo della scheda deve essere di carta consistente bianca […].

La dimensione della scheda è fissata in centimetri dodici in larghezza, per dodici in altezza, ed è condizione assoluta che porti stampato nel centro, con inchiostro nero, in carattere tipografico uniforme e di uso comune, il nome e il cognome del candidato, tanto sulla faccia anteriore quanto sulla posteriore. […].

La apposizione del nome e cognome nel preciso centro della scheda è pur indispensabile, per evitare che una diversa disposizione costituisca segno di riconoscimento, ma principalmente perché sia tolto il pericolo che un qualsiasi, anche piccolo spostamento, impedisca di leggere agevolmente il nome e cognome del candidato[7].

 

La seconda e forse più significativa novità riguardava la facoltà data al candidato di affiancare il proprio nome sulla lista con un contrassegno. Lo scopo era insieme politico e civile: «rendere agevole agli analfabeti di distinguere in modo positivo la scheda del candidato da loro prescelto»[8]. La tipologia del contrassegno era lasciata alla scelta del candidato, secondo criteri indicati comunque circoscritti. «Il contrassegno può consistere nella riproduzione grafica impressa in modo meccanico, in tutte le schede, di un oggetto o simbolo qualsiasi, che può essere anche una figura o specificamente il ritratto del candidato». Si ritornava quindi sulla correlazione tra i colori bianco e nero nella configurazione della scheda, in base a requisiti tali da non permettere la riconoscibilità della scheda e quindi da tutelare la segretezza del voto. Il contrassegno «può essere a colori: ma non può essere di tale ampiezza da quella di essere di carta bianca». Del resto, il 22 maggio 1912, nel corso della discussione parlamentare, Bertolini aveva sottolineato: «le schede non possono essere tutte colorate, perché, per poco che l’elettore, uscendo dalla cabina, non abbia chiusa bene la busta e lasci intravedere un momento la scheda, si potrebbe benissimo dai rappresentanti comprendere per quale candidato l’elettore abbia votato»[9]. Per non dire della riconoscibilità di una scheda, tutta o troppo colorata, solo mettendo in controluce la busta che la conteneva.

 

 

Occhio al candidato, ma anche ai contrassegni e ai colori

In un’inedita condizione di voto con dimensioni di massa, l’applicazione della riforma sul piano delle candidature e della loro riconoscibilità avvenne nel quadro di una ancor più estesa articolazione delle forze politiche. In un paese segnato da crescenti conflitti sociali e dagli effetti dirompenti della guerra di Libia nel radicalizzare le contrapposizioni politiche sul terreno del nazionalismo montante, le elezioni si svolsero nel segno del cosiddetto “Patto Gentiloni”: tanto sui rapporti tra liberali e cattolici ormai scesi in campo[10], come nel campo plurale della sinistra, radicale (ormai filo-governativa), repubblicana (ufficiale e dissidente) e socialisti (di varia gradazione). Esse registrarono una spasmodica ricerca di visibilità ad opera dei candidati, secondo la tendenza a competere attraverso la caratterizzazione tanto dei candidati (tramite le fotografie) quanto delle identità partitiche (con figure allegoriche, simboli e colori). Sebbene nel solco della prassi personalistica propria di elezioni svolte sulla base di piccoli collegi di natura uninominale e maggioritaria, ciò avrebbe comportato anche un primo sviluppo di forme di coordinamento e di organizzazione del voto.

Si può intanto segnalare un doppio registro di lettura dei nuovi linguaggi della comunicazione politica in ambito elettorale. Un’osservazione impressionistica offre indicazioni generiche e in fondo abbastanza scontate circa i contrassegni che accompagnarono le fotografie dei candidati. Rivolgendosi alla conquista di un nuovo elettorato di estrazione popolare e spesso analfabeta, non mancarono intanto gli strumenti del lavoro, sia contadino (falci, vanghe, rastrelli, carriole, scuri, aratri, trebbiatrici) ) che manifatturiero (martelli, incudini, ruote dentate). Si fece uso quindi del richiamo agli animali (aquile, galli, cavalli, buoi, api e mosche) come ai mezzi di trasporto (locomotive e tramvai, navi e ancore, ruote alate); e ancora ai frutti della terra (grano e granturco, uva), piante (trifogli, edere) e fiori (rose, garofani, gigli). Si guardava pure alle figure geometriche, in particolare a cerchi e anelli, spesso attraverso configurazioni triangolari ovvero di tre esemplari, secondo una diffusa tradizione cabalistica popolare (e forse anche di influenza massonica). Non marginale fu il numero di candidati che, rimanendo in una sfera meno distinta sul piano politico, adottavano segni e immagini riconducibili alla tradizione locale e cittadina; il fiore del giglio a Firenze, il simbolo insulare per la Sicilia (la Trinacria per il candidato Giuseppe Di Stefano, non eletto), il castello o il monumento storico, ecc.. Si poteva persino incontrare qualche buontempone che, in mancanza di fantasia e di identità certe da ostentare, confidando sulla memoria onomastica degli elettori, adottava simboli che si limitavano a tradurre in immagine il nome del candidato. I casi sarebbero diversi: la pera per Giacomo Peroni (candidato a Oleggio), gli occhi per Adamo Degli Occhi (collegio di Rho), la spada per Giuseppe Spadafora (collegio di Caccamo), ma anche il tamburo per Vincenzo Tamborino (candidato a Maglie) o il ferro da cavallo per Alfonso Marescalchi (un candidato non eletto).

In sede più approfondita si dovrà invece privilegiare l’indagine sul processo di politicizzazione di segni e immagini della tradizione popolare prebellica[11], con profonde trasformazioni di significato quando non della stessa forma. Nelle schede elettorali del 1913 abbondarono infatti i contrassegni più propriamente politici ovvero declinati in chiave partitica, come nel caso dell’uso dello stemma sabaudo e del tricolore, ma anche della croce e soprattutto della stella (bianca a cinque punte[12], ma non solo), simbolo della penisola italiana da tempo immemore; per non dire dell’uso di altri segni astrali:, anche se più di rado, come il sole splendente e la stella dei venti. In molti casi erano il colore utilizzato (rosso, azzurro, nero, verde, bianco) oppure l’enfasi posta, ora sul tricolore nazionale nel mondo liberale, ora su un contrassegno di colore rosso (una bandiera, un drappo, un garofano) nell’universo socialista, a marcare il senso delle distinte identità e quindi di riconoscibili immagini politiche[13]. Sotto questo profilo, tanto per fare un esempio, attraverso l’impronta politica datane dai socialisti, il tradizionale simbolo solidaristico della stretta di mani, rinvenibile con varie declinazioni nell’universo tanto laico-massonico che cattolico[14], diveniva una mano tesa che stringeva un martello[15].

In questa occasione si insiste soprattutto sull’uso della fotografia nella promozione dei candidati, che pure si avvalevano spesso di simboli e contrassegni, quando essi stessi non divenivano oggetto di vignette e caricature, le quali accompagnarono la popolarizzazione dei personaggi politici su numerosi periodici (quotidiani, riviste, pubblicazioni apposite). A giudicare dall’ampio campione di schede elettorali di candidati prese in esame in via preliminare (oltre trecento), un grande numero di essi si avvalse della possibilità di mettere un proprio ritratto fotografico; sebbene in numero minore di quanti privilegiarono invece l’uso di contrassegni e simboli, quando non si accontentarono del semplice nome e cognome. In quest’ultima circostanza, in molti casi, più che le presumibili spese elettorali, può darsi contasse la notorietà indiscussa del candidato oppure la sicurezza di una quasi scontata rielezione: come certamente sarebbe stato il caso di personaggi come Giovanni Giolitti o Napoleone Colajanni.

 

foto1

1. Roma 1913: comizio del candidato nazionalista, il marchese Luigi Medici del Vascello

Durante la campagna elettorale l’uso della fotografia ebbe diversi riscontri.. Intanto, le fotografie dei candidati venivano riprodotte in grandi manifesti affissi sui muri delle sedi di partito e dei luoghi dei comizi pubblici, inaugurando una prassi che da allora avrebbe contraddistinto le moderne campagne elettorali (foto 1 e 2).

 

foto2

2. Prato 1913: comizio con in evidenza grandi manifesti elettorali (Archivio di Stato di Prato, Archivio Fotografico Toscano, fondo Meucci).

 

I candidati apposero sulla scheda il proprio ritratto in bianco e nero, in spazi ovali o quadrati. Qualcuno volle comunque marcare ancor più la propria visibilità: colorando in tono rosso lo sfondo dell’immagine (foto 3), contornandola con bordi di colore rosso (foto 4), apponendola sullo sfondo di una stella colorata (foto 5). Nella combinazione tra ritratto fotografico e simbolo colorato – un doppio tricolore – risaltò la scheda elettorale proposta dal candidato fiorentino Gerino Gerini (foto 6).

 

foto3

3. Nunzio Nasi, candidato eletto (in prima battuta) nei collegi di Trapani, Palermo I e Caltanissetta

 

foto4

4. Giulio Masini, candidato socialista eletto nel collegio di Empoli.

 

foto5

5. Enirco Amaturo, scheda elettorale, candidato non eletto

 

foto6

6. Gerino Gerini, candidato liberale eletto nel collegio fiorentino di Borgo San Lorenzo

È possibile approfondire il discorso a proposito dei candidati socialisti (di varia gradazione), tra i quali si registrò una diversa sensibilità verso i nuovi linguaggi fotografici e iconografici della propaganda. Diversi tra di essi si avvalsero di un loro ritratto fotografico sulla scheda: per esempio, Ettore Ciccotti, Giacomo Ferri, Ivanoe Bonomi, Arturo Labriola, Pietro Chiesa, Guido Podrecca, Giovanni Merloni, Giuseppe Pescetti, lo stesso Benito Mussolini, presentandosi (senza essere eletto) nel collegio di Forlì. Tanti altri invece scelsero un contrassegno: chi la mano tesa con un pugno un martello (Claudio Treves, Lodovico D’Aragona, Osvaldo Maffioli e altri), laddove era preesistente una tradizione operaista, come tra Piemonte e Lombardia; altrove invece, dal nord al sud, chi una bandiera, un drappo o un garofano rosso (Giuseppe Modigliani, Antonio Graziadei, Giuseppe Canepa, Arturo Caroti, Nicola Barbato e altri ancora). Una volta eletti, i deputati socialisti fiorentini (Pescetti, Caroti e Carlo Corsi) vollero ricordare la vittoria con una cartolina celebrativa munita dei loro ritratti fotografici (foto7).

 

foto7

7. I deputati socialisti di Firenze, cartolina ricordo (1913)

 

Al contrario, un pioniere del movimento operaio e socialista come Costantino Lazzari (classe 1857), candidato e non eletto, si avvalse di diverse schede elettorali, senza riportare – a quanto è dato di riscontrare – un proprio ritratto fotografico e invece privilegiando i diversi linguaggi della tradizione iconografica internazionalista: il dorso nudo di un giovane che alza la fiaccola accesa, una mano tesa che impugna un martello, il garofano di colore rosso.

Pur rinunciando a un proprio ritratto, alcuni candidati si avvalsero comunque del linguaggio fotografico allo scopo di rendere più accattivante la propria scheda elettorale. Fu il caso di candidati – nessuno di essi tra gli eletti – che misero al centro della scheda, accanto al nome, chi l’immagine di una statua con figura di guerriero (Giuseppe Macaggi), chi la fotografia di un veliero (Federico Maresca) (foto. 8) o di una nave (Gustavo Orsini), o ancora l’arco di trionfo della capitale (Arturo Vecchini).

 

foto8

8. Federico Maresca, scheda elettorale, candidato non eletto.

La rappresentazione iconografiche sulle schede elettorali

 

Quale fu l’impatto dell’uso tanto della fotografia, così come dei contrassegni e dei colori, nella campagna elettorale? Possiamo ripartire dalle acute osservazioni di Schiavi, come primo momento di un’indagine che andrà estesa sin varie direzioni.

Già in occasione delle elezioni politiche del 1909 Schiavi si era dimostrato attento verso le innovazioni in atto nelle tecniche della propaganda politica. «Anche il cinematografo – egli aveva osservato – sembra sia entrato per la prima volta in Italia a far parte degli arnesi di propaganda elettorale, e fu adoperato da un prete nelle chiese di un collegio del Parmigiano per esaltare la condotta del candidato cattolico nell’opera di salvataggio dopo il terremoto calabro-siculo.»[16]. Fu però con le elezioni del 1913, allorquando l’introduzione del suffragio maschile “quasi” universale comportò l’avvento dei grandi numeri nella competizione elettorale, che Schiavi poté osservare le nuove tecniche della propaganda nella conquista del voto. Si giunse al voto sull’onda delle discussioni parlamentari e di una pur disomogenea mobilitazione di piazza promossa da repubblicani e socialisti a sostegno della riforma elettorale. Accanto alla galassia del mondo liberal-democratico, entrò in scena anche la nuova forza politica dei nazionalisti e si dispiegò il voto dei cattolici, radicati ormai nell’area lombardo-veneta con un tessuto associativo di natura sociale ed economica (attorno alle casse rurali) che si poneva in aperto antagonismo con quello alimentato dal movimento socialista.

Consuete e nuove tecniche di conquista del consenso si sommavano. Tra le pratiche tradizionali della campagna elettorale, il cui carattere nazionale si era affermato in modo ancora inespresso, Schiavi indicò il largo utilizzo di manifesti «riproducenti spesso l’effigie macroscopica del candidato» e con «le solite lotte fra attacchini dei diversi partiti per coprirsi a vicenda». «E’ questa una forma infantile di propaganda – continuava Schiavi – che coi colori, col gigantesco, colla ripetizione all’infinito dello stesso nome, vuole influire più sui sensi degli elettori che sulla loro ragione»[17]. Era però un costume che Schiavi avrebbe voluto bandire, nel nome di una auspicata razionalizzazione nelle forme della comunicazione politica, che si sarebbe gradita svincolata da compiacimenti personalistici, inopportuni scadimenti nell’alveo del sentimento e gratuite concessioni ai più grossolani gusti estetici. Si guardava invece fuori d’Italia, alla legislazione francese sulla pubblicità elettorale e alle campagne per il voto in Germania, dove «l’organizzazione elettorale dei partiti cerca di pervenire al domicilio degli elettori con la parola e con gli scritti, e di agire sulla loro intelligenza mercé le buone ragioni e le argomentazioni, documentate da cifre o da rappresentazioni grafiche»[18][i]. Su quest’ultimo piano però, vale a dire rispetto all’avvento della simbologia elettorale, anche in Italia c’era di che sbizzarrirsi, poiché l’introduzione della scheda elettorale contemplata dalla riforma giolittiana indusse i comitati a lavorare di fantasia; ovvero, come osservò Schiavi, a «sovrapporre al nome del candidato i simboli più strani e […] più compromettenti; dalla fotografia alla croce rossa, dalla carriola, per il rappresentante dei braccianti, al martello impugnato, per il partito socialista in Lombardia»[19].

A quelle prime ed illuminanti osservazioni in presa diretta non sono seguite indagini intese ad approfondire l’esordio della fotografia e della simbologia politica nelle pratiche elettorali dell’Italia contemporanea; ciò che oggi diviene possibile grazie alla disponibilità delle schede elettorali dei candidati presentatisi al voto nei quasi oltre 500 collegi in cui nel 1913 era suddivisa “l’Italia elettorale”[20].

 

 

Conclusioni

 

Le elezioni politiche nell’autunno del 1913 – e la prova generale amministrativa nella primavera del 1914 (quando città importanti, come Bologna e Milano, furono conquistate dai socialisti) – si confermano essere un osservatorio privilegiato per comprendere quali fattori stessero contribuendo a mutare le campagne elettorali: la forza di attrazione dell’immagine (grazie ai manifesti colorati e alla riproduzione delle foto dei candidati) e dell’eloquenza nei contraddittori pubblici, così come le capacità di veloce mobilità (anche tramite l’automobile) da un centro all’altro del collegio, nonché la riconversione del ruolo di coordinamento organizzativo nel graduale passaggio dalla centralità dei comitati “ad personam” alle strutture di natura partitica.

Eppure l’impressione che si ricava anche in questa occasione è che nel 1913, nonostante la cultura organizzativa immessa dai socialisti nella lotta politica (con l’istituzione di federazioni sovralocali e specifici comitati per l’organizzazione delle campagne) e sociale (con il raccordo tra partito e reti associative economiche), su un piano generale i comportamenti elettorali ne risentissero solo in modo limitato. Rimane ancora non comprovato del tutto l’esordio in quella occasione di vere e proprie “macchine elettorali”[21]. Era stato grazie ai candidati dei partiti popolari che la forma dei comizi in contraddittorio – come nel caso del nazionalista Luigi Federzoni e del socialista Campanozzi a Roma [22]- aveva acquisito una forte rilevanza, dimostrando la crescente radicalizzazione politico-ideologica della competizione elettorale così come degli antagonismi sociali. In realtà però, le maggiori trasformazioni si ebbero nei linguaggi e nei contenuti della propaganda (la fotografia in primo luogo, ma anche l’iconografia simbolica) che non nelle modalità di organizzazione del voto, in larga misura ancora cadenzato secondo il modello notabilare, conforme non solo al mondo liberale e radicale ma anche a quello repubblicano e della maggioranza dei “notabili rossi” del socialismo riformista.

 

 

 


[1] Per la bibliografia relativa ai materiali preparatori della riforma elettorale e agli atti interni del Parlamento, si veda P. L. Ballini, Le elezioni nella storia d’Italia dall’Unità al fascismo. Profilo storico- stati- storico, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 400-401.

[2] Si vedano gli studi di Serge Noiret: Le campagne elettorali dell’Italia liberale: dai comitati ai partiti, in P. L. Ballini (a cura di), Idee di rappresentanza e i sistemi elettorali in Italia tra Otto e Novecento, Venezia, Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, 1997, pp. 383-454; L’organizzazione del voto prima e dopo la Grande Guerra (1913-1924), in P. L. Ballini e M. Ridolfi (a cura di), Storia delle campagne elettorali in Italia, Milano, Bruno Mondadori, 2002, pp. ?

[3] Si riprende qui il filo di un percorso di ricerca a suo tempo avviato: si veda il capitolo su “Elezioni, culture politiche e partiti. Gli studi di Alessandro Schiavi”, nel mio Nel segno del voto. Elezioni, rappresentanza e culture politiche nell’Italia liberale, Roma, Carocci, 2000, pp. 116-124; si aggiunga il capitolo “Il socialismo nell’urna. I Comuni e i collegi”, sempre in un mio volume: Il Psi e la nascita del partito di massa (1892-1922), Roma-Bari, Laterza, 1992, pp. 63-116.

[4] Per le varie parti dello studio, nella «Riforma Sociale», si vedano i seguenti articoli: Come fu triplicato il corpo elettorale, 1913, fasc. 12, pp. 873-886; La piattaforma dei partiti di maggioranza nella recente campagna elettorale politica, 1914, fasc. 1-2, pp. 30-54; Le forze e i programmi dell’opposizione nell’ultima campagna elettorale politica, 1914, fasc. 4, pp. 413-430 e infine I guadagni e le perdite dei partiti nelle elezioni politiche del 1913, 1914, fasc. 4, pp. 431-475. Gli articoli furono raccolti nel volume Come hanno votato gli elettori italiani: studio statistico sui risultati delle elezioni politiche del 1913, Milano, Soc. Editrice “Avanti!”, 1914 (da cui si cita).

[5] Ringrazio l’amico Franco Moschi, la cui ricca collezione di schede elettorali ha messo generosamente a disposizione, in vista di uno studio sistematico sui linguaggi della propaganda politica nelle elezioni del 1913. In tal senso risulta fondamentale la Raccolta completa delle schede elettorali dei candidati alle elezioni generali del 26 ottobre e 2 novembre 1913, conservata presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

[6] Cfr. La nuova legge elettorale politica nella sua pratica applicazione. Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1912. Trattavasi di un “Manuale ad uso delle Autorità e degli Elettori”, compilato da Camillo Montalcini e Annibale Alberti (rispettivamente segretario generale e segretario della Camera dei Deputati). Introduceva Pietro Bertolini, relatore del progetto di legge. Si può vedere anche P. E. Carbonera
La riforma elettorale e la nuova legge elettorale politica italiana, 30 giugno 1912, storia della legislazione, legislazione comparata, critica della nuova legge elettorale italiana, le riforme dell’avvenire,Torino : Zola, 1913 –

[7] A. Schiavi, Come hanno votato gli elettori italiani, cit., p. 55.

[8] Ibid., pp. 55-56.

[9] Ibid., p. 56.

[10] Per il quadro di riferimento su candidati e collegi, cfr. G. Formigoni, I cattolici deputati (1904-1918), Roma, Studium, 1988.

[11] E. Mana, La “democrazia” italiana. Forme e linguaggi della propaganda politica tra Ottocento e Novecento, in M. Ridolfi (a cura di), Propaganda e comunicazione politica. Storia e trasformazioni nell’età contemporanea (secoli XIX-XX), Milano, Bruno Mondadori, 2004, pp. ?

[12] Cfr. G. Lista, La stella d’Italia, Milano, Mudima, 2011.

[13] Per un personale e preliminare percorso di ricerca a proposito dell’Italia liberale, si vedano: “Neri” e “rossi”: i colori della politica nell’ultimo trentennio del secolo XIX, in Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, Direzione scientifica di Mario Isnenghi, Volume II: Le «Tre Italie »: dalla presa di Roma alla Settimana Rossa (1870-1914), A cura di Mario Isnenghi e Simon Levis Sullam, Torino, UTET editori, 2009, pp. 53-63; Rossi e neri: opposizione e integrazione nel consolidamento dello Stato liberale, in A. Roccucci (a cura di), La costruzione dello Stato-nazione in Italia, Roma, Viella, 2012, pp. 211-230.

[14] Cfr. B. Gera e A. Malerba (a cura di), Una stretta di mani, Torino, Regione Piemonte e Centro Studi Piemontesi, 1997.

[15] Sulla “preistoria” del simbolismo socialista prebellico, cfr. M. Ridolfi, La falce e il martello, in Simboli della politica, a cura di Franco Benigno e Luca Scuccimarra, Roma, Viella, 2010, pp. 99-105.

[16] A. Schiavi, Programmi, voti ed eletti nei comizi politici del 1909, in “La Riforma Sociale”, fasc. 3, 1909, p. 31.

[17] A. Schiavi, Come hanno votato gli elettori italiani, cit., p. 59.

[18] Ibidem.

[19] Ibidem.

[20] Cartina

[21] In questo senso, cfr. M.S. Piretti, La giustizia dei numeri. Il proporzionalismo in Italia (1870-1923), Bologna, il Mulino, 1991, pp. 152 sgg. A proposito dei “partiti organizzati” all’inizio del secolo, H. Ullrich, La classe politica nella crisi di partecipazione dell’Italia giolittiana. Liberali e radicali alla camera dei deputati (1909-1913), vol. I, Roma, Archivio storico della Camera dei Deputati, 1979, pp. 24-26, fece riferimento a Psi, Pri e Partito Radicale (un “tipico partito di comitato”), non senza rilevare come “pur senza poter assumere la forma regolare di partito, aveva raggiunto un notevole livello di organizzazione il movimento cattolico” (p.25). Oggi occorrere aggiungere alcune realtà urbane laddove il movimento nazionalista attecchì, con riguardo alle strategie propagandistiche e allo stile politico emersi proprio a Roma in occasione delle elezioni del 1913: E. Papadia, Nel nome della nazione. L’Associazione Nazionalista Italiana in età giolittiana, Roma, Archivio Guido Izzi, 2006.

[22] Si veda sempre A. Mancini, Le elezioni generali politiche del 1913 nel Comune di Roma, Roma, 1914. Com’è noto, si tratta del primo, moderno studio elettorale dedicato in Italia ad una grande realtà urbana.

Print Friendly, PDF & Email

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *