Vestire la Storia

Il costume era già riconosciuto nello spettacolo scespiriano come mezzo atto a dare risultati drammatici, a mettere in rilievo certi effetti, a caratterizzare i personaggi (le giarrettiere incrociate di Malvolio nella “Dodicesima notte”). Polonio, nel I atto di “Amleto”, dichiara che l’abito rivela ben sovente l’uomo perchè “una delle sue principali caratteristiche è  l’espressività”. A teatro, il costume è fatto per essere visto da lontano: non importa la qualità o la consistenza del materiale. Perchè l’uomo dovrebbe essere vestito di ferro, cuoio, pelli se si appoggerà ad un albero dipinto di carta? L’attore non è, pittoricamente, che un elemento mobile in un quadro. L’abito cinematografico, invece, deve vestire uomini e donne che si muovono, spesso, a contatto con la natura: cavalcano, nuotano, sudano, si impolverano, ecc. A teatro, il corpo dell’attore conta in quanto massa, al cinema, il corpo, il viso, riempono lo schermo. Se si può, forse, immaginare un film senza scenografia (navi, mare, cielo), è, invece, impossibile concepire un film senza costumi. Nella materia complessa del film, c’è sempre un elemento drammatico ed è in questo che il costume ha la sua parte preponderante. Se un personaggio del film indossa un costume sbagliato, il carattere rimane irreale, la scena risulta male, l’edificio drammatico crolla: lo spettatore non vede più un condottiero valoroso o un’amante abbandonata ma il tal attore e la tale attrice, perde il filo dell’azione e si distrae. Viceversa, se il regista modella il personaggio dall’esterno, per mezzo del costume, prima ancora di crearlo per mezzo degli atteggiamenti o delle intonazioni, il risultato finale sarà convincente: l’aspetto fisico dell’attore coinciderà in maniera completa con il personaggio. Il costume non è un semplice accessorio decorativo, ma un elemento del racconto stesso del film: non si tratta di vestire gli attori con ciò che meglio si addice loro, bensì di creare “qualcuno”, di partecipare all’elaborazione di un fantasma. Nel film, c’è qualcosa da dire e il costume serve a dirlo, come la mimica o il dialogo. Nell’ideare gli abiti per gli attori, il costumista non deve limitarsi a cercare un’eleganza o un’estetica formale, bensì deve concorrere a creare un essere vivente, un’anima, un carattere al quale il pubblico possa credere. Un personaggio, sullo schermo, apre la porta ed entra in scena: se, prima ancora che abbia pronunciato una parola, il suo abbigliamento ci dà informazioni sul suo stato e sul suo carattere, si può dire che il costume sia stato ben scelto. L’abito rappresenta sempre uno stato d’animo. Attraverso di esso, nel cinema e nella vita, ciascuno rivela la propria personalità, i  propri gusti, ciò che ha fatto, ciò che si prepara a fare, ciò che farà. E’ per questo che il costume cinematografico rappresenta, anzitutto, una preziosa indicazione psicologica. Il disegnatore-costumista, se prende interesse all’opera in corso di realizzazione, e la comprende, si trasformerà nella “mano” stessa del regista sugli attori: sarà presente, non solo per appuntare un vestito o aggiustare una parrucca, ma per caratterizzare l’attore, seguendo le circostanze drammatiche e psicologiche della scena. In tal caso, l’apporto di questo tecnico non si limiterà ad un mestiere artigianale complementare ma  avrà altrettanto valore di quello degli altri collaboratori artistici: il costumista ideale è quello che, partecipando all’elaborazione della sceneggiatura, può, grazie alle sue doti personali e ai mezzi di cui dispone, influire sulla messa in scena!

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