Recensione: Fabrizio Loreto, L’unità sindacale (1968-1972). Culture organizzative e rivendicative a confronto, Roma, Ediesse 2009, di Luciano Osbat

Il sindacato, uscito da vent’anni di dittatura fascista, ha creduto che l’unità di tutti i lavoratori fosse lo strumento più efficace per la rinascita di un organismo di tutela dei lavoratori nei loro interessi economici e morali e fosse il migliore aiuto che i lavoratori potevano dare alla ricostruzione del paese. Questa è la premessa a molte storie del sindacato in Italia dopo il 1948 e fino alla metà degli anni Ottanta, periodo durante il quale una parte consistente dei dirigenti sindacali italiani ha pensato con  nostalgia a quell’unità e ha tentato in vario modo di ricostituirla., in particolare negli anni dal 1968 al 1972. Nel 1968 vi era stato un improvviso e sensibile avvicinamento tra le Confederazioni che da quel momento avevano lavorato per ricostituire quell’unità. Nel 1972 vi è stata la creazione della Federazione CGIL-CISL-UIL che, di fatto, ha significato la rinuncia ad una più compiuta e organica unità sindacale che dopo di allora non è stata più perseguita e che dopo il 1984, quando la Federazione di fatto ha cessato di esistere, si è definitivamente spenta.

Fabrizio Loreto studia il periodo 1968-1972 attraverso gli eventi che si succedettero e mettendo in campo le culture sindacali che si fronteggiarono. Anzi, questo confronto è “il cuore e l’obiettivo finale della ricerca”: si è inteso cioè cogliere quanto – in quelle accelerazioni e in quei rallentamenti tra il ’68 e il ’72 – abbiano giocato “quei valori e quelle idee, ma anche quei modelli pratici di azione e comportamento, che caratterizzano un soggetto collettivo e che sono il frutto sia di un lungo processo di elaborazione e sedimentazione, sia dell’influenza dell’ambiente circostante, dove operano soggetti diversi”: valori, idee e modelli che in quegli anni entrarono in rotta di collisione e che impedirono la prosecuzione del cammino verso l’unità organica[1].

L’”Introduzione” ricostruisce in brevi tratti la storia dei rapporti tra organizzazioni sindacali dall’Italia liberale all’avvento del fascismo e poi, nel secondo dopoguerra, dal 1944 alla fine degli anni Sessanta. Seguono poi tre capitoli che ripercorrono la parabola delle tensioni per l’unità (1968-1969), la gestione del cammino di costruzione dell’unità (1970), la ratifica del fallimento dell’unità organica e la firma del Patto federativo (1971-1972).

Di unità sindacale in effetti si era cominciato a parlare nel 1966 e per due anni i dialoghi tra le Confederazioni, tra alcune Federazioni e in alcune Unioni territoriali agirono nella direzione di creare una più diffusa volontà politica tesa a fare del sindacato un attore del cambiamento politico e della innovazione sociale. Ma furono i conflitti emersi nel corso del Sessantotto e l’incontro tra il movimento studentesco e una parte del mondo del lavoro che fecero passare il sindacato, dice Loreto, da oggetto della contestazione studentesca a soggetto del movimento che chiedeva più democrazia sui luoghi di lavoro  e che portò a significative vittorie in materia di abolizione delle “gabbie salariali” e di pensioni. Nel novembre 1968 ci fu la proclamazione dello sciopero generale unitario sul tema delle pensioni: era il primo dopo il 1948. Il 1969 si apriva sotto le migliori prospettive e, nonostante fosse segnato dallo svolgimento dei congressi del PCI (febbraio), della CISL (maggio), delle ACLI (giugno), della UIL (ottobre) che potevano rappresentare dei rallentamenti del processo, il cammino verso l’unità fece dei passi avanti al punto da preparare quelle fasi organizzative che avrebbero dovuto sfociare nello scioglimento delle vecchie strutture e nella creazione del sindacato unitario. Nella primavera del 1970 CGIL, CISL e UIL predisposero documenti comuni su politica agraria e sistema sanitario. Nell’ottobre a Firenze ci fu la prima riunione dei Consigli generali unitari delle tre Confederazioni durante la quale si fece un bilancio del percorso che aveva portato a quell’incontro e si invitò a proseguire nella sfida intrapresa anche con l’aiuto di riunioni periodiche congiunte degli organismi direttivi, la creazione di servizi condivisi, un comune rapporto dialettico con le forze politiche. Era il risultato della mediazione tra le punte più avanzate dei metalmeccanici e di alcuni unioni che avrebbero voluto tappe accelerate e coloro che avrebbero voluto passi più meditati e lo scioglimento di nodi complessi come quello dell’autonomia dai partiti e della incompatibilità tra incarichi sindacali e politici. Dopo la prima riunione di Firenze le forze sindacali, quelle politiche e quelle imprenditoriali che erano contrarie all’unità avviarono la loro controffensiva che si esplicitò già nella seconda riunione che si svolse a Firenze nel febbraio del 1971 (a livello di Segreterie generali e non di Consigli) che portò a rinnovare impegni per le successive convocazioni dei Consigli generali e poi dei congressi straordinari per completare il cammino verso l’unità ma che contemporaneamente  annunciava la creazione di un documento programmatico sul ruolo del sindacato nella società italiana che probabilmente avrebbe accentuato ulteriormente gli elementi di divisione già evidenziati e sui quali le forze politiche e quelle imprenditoriali facevano forza. Quando, nuovamente a Firenze, i Consigli generali si riunirono per tirare le ultime fila del progetto unitario e per decidere che il 21 settembre 1972 sarebbe stata la data per la celebrazione dei “congressi nazionali per l’Unità”, le opposizioni interne alle Confederazioni e quelle esterne si erano già pienamente manifestate. Dopo le elezioni del 7-8 maggio 1972 fu ufficializzata la proposta della costituzione di una Federazione tra le Confederazioni che si tradusse in realtà nei mesi successivi e prese il posto di quel cammino ulteriore che era stato previsto nell’ultimo incontro di Firenze: si realizzò qualcosa che significava di fatto l’abbandono di ogni ipotesi di unità organica tra le confederazioni, ipotesi che non è stata più ripresa nei decenni successivi.

Loreto a questo punto chiude la sua ricerca con un capitolo su “Le culture sindacali e l’unità” per sottolineare come siano state proprio quelle culture sindacali così diverse ad impedire di fatto la realizzazione dell’unità. Egli sostiene che furono di tre ordini le cause della sconfitta:  le culture e i comportamenti delle classi dirigenti economiche, politiche e di governo; le culture dei partiti; le culture presenti nel sindacato italiano. Le classi dirigenti utilizzarono ogni strumento per svuotare di contenuti politici il ruolo del sindacato in nome della supremazia delle leggi del mercato che relegavano in un angolo la stessa funzione delle istituzioni che diventavano esecutrici di doveri imposti dalle politiche monetarie, dalle nuove regole legate alle ristrutturazioni produttive, dai nuovi indirizzi delle politiche economiche e di quelle sociali. I partiti politici non accettarono supinamente la concorrenza del nuovo soggetto, il sindacato unitario, e si divisero tra coloro che lo osteggiarono apertamente (come il PSDI e  il PRI) e coloro che lo accolsero con scetticismo (come la DC e il PCI). Anche il PCI che pur vedeva come un passo avanti l’unione delle Confederazioni, ebbe molti dubbi quando si giunse in prossimità dei passi finali perché temeva di perdere l’egemonia sino ad allora esercitata sulla CGIL. La terza causa del fallimento fu anche la più importante ed è quella che ha impedito nuovi tentativi nella stessa direzione dopo la fine della Federazione unitaria: è costituita dalla molteplicità di culture sindacali che impedirono che si giungesse ad una sintesi così efficace da far annullare le divisioni organizzative. Culture sindacali delle quali si scorge l’effetto nelle iniziative di alcune federazioni sindacali e di alcuni organismi territoriali, nelle visioni politiche e nei programmi delle strutture confederali del quinquennio 1968-1972. Ed è in particolare a quest’ultimo contesto che il Loreto fa riferimento per trovare la ragione più significativa che vale a spiegare l’insuccesso: a livello confederale si scontrarono una cultura sindacale che si stava costruendo “intorno all’idea del sindacato della classe (o dei Consigli)” e quella che propugnava  l’idea “del sindacato dei soci”.

La prima si caratterizzava per “la centralità della classe operaia, con il conseguente ruolo egemone svolto dal sindacalismo industriale; il valore dell’articolazione contrattuale, sia a livello aziendale, dove si contestava l’organizzazione scientifica del lavoro, sostituendo ad essa il sapere collettivo dei lavoratori, sia a livello nazionale, dove il contratto svolgeva la funzione non meno decisiva di unificazione delle condizioni economiche e normative; l’autonomia sindacale dalle controparti, dai governi e dai partiti, da realizzare attraverso l’elaborazione di un proprio progetto politico di cambiamento dell’economia e della società; la democrazia sindacale, da impiantare attraverso la diffusione dei delegati e dei Consigli di fabbrica, considerati le nuove strutture di base del sindacato” (pp. 362-363).

La seconda era caratterizzata, come scrive Vincenzo Saba citato da Loreto, per la visione di “<un sindacato autonomo, libero da ideologia e da obbedienze partitiche, pronto al conflitto ma disponibile alla cooperazione>, dove era l’idea stessa di associazione che trasformava “gli individui in persone e la società in comunità>” (p. 371). Questa idea di sindacato sempre portata avanti dalla FISBA e in parte dalla FLAEI e intorno alla quale si venne a formare l’alleanza tra queste federazioni e il pubblico impiego (Marini) che trovò in Scalia il rappresentante CISL più autorevole nel momento della  resa dei conti nel maggio 1972,  questa cultura sindacale ebbe un unico teorico ispiratore (come afferma Loreto) che fu Mario Romani, responsabile dell’Ufficio studi della CISL dal 1950 al 1967, Preside della Facoltà di economia dell’Università cattolica di Milano dal 1959 al 1967  e poi primo presidente della Fondazione Giulio Pastore creata tra il febbraio e il giugno 1971 con lo scopo di “promuovere le ricerche e gli studi aventi per oggetto i problemi del lavoro e dell’esperienza sindacale dei lavoratori sia dal punto di vista delle singole discipline interessate sia da quello interdisciplinare” (art. 2 dello Statuto). E’ interessante sottolineare che Romani, mentre nel marzo del 1971 a Firenze discuteva con esponenti della CISL capeggiati da Paolo Sartori della FISBA un documento che rigettava l’ipotesi dello scioglimento della CISL equiparata ad un vero e proprio salto nel buio e riproponeva la differente concezione di sindacato che aveva segnato la CISL fin dalle origini, lavorava per dare obiettivi e programmi alla Fondazione Giulio Pastore che tendeva a creare una struttura di ricerca per dare continuità e contenuti alla stessa idea di sindacato che era stata alla base della nascita della CISL. Degli appunti che ci sono rimasti dell’intervento di Romani a Firenze nel marzo 1971, Loreto ha ripreso il riferimento all’idea originaria di sindacato e la necessità di opporsi all’unità organica tra i sindacati.  C’era un altro aspetto che Romani trattò in quell’occasione ed era la “interdipendenza elevatissima della realtà economica presente e futura, sia a scala interna che internazionale, e delle primarie sue esigenze di elevati e stabili livelli di occupazione, di redditi, di competitività, nonché di equilibrio monetario; che si fonda, quindi, su di una effettiva partecipazione (contrattuale ed istituzionale) ai processi di formazione delle decisioni economiche e sociali”[2]. Mentre una gran parte del movimento sindacale italiano era fermo sui problemi della democrazia sindacale e del ruolo politico del sindacato, Romani aveva percepito la trasformazione avviata nell’economia mondiale e i radicali mutamenti che avrebbe comportato nelle condizioni di lavoro, nei redditi, nella conservazione del posto di lavoro per milioni di lavoratori in tutto il mondo. E si preoccupava di avviare una nuova consapevolezza del suo sindacato, ma anche di tutto il sindacato italiano, nei confronti di questa nuova stagione dell’economia delocalizzata, globalizzata, sempre più legata ai processi finanziari su scala mondiale. Rispetto a questi problemi, l’unità organica dei sindacati italiani avrebbe rappresentato un salto indietro nel tempo: forse questa fu la previsione del futuro che rese rigida la posizione di Romani e che finì per provocare la riduzione del progetto di unione organica in quello più modesto di Federazione unitaria.

 

Letture di approfondimento:

 

Mario Romani, Il risorgimento sindacale in Italia. Scritti e discorsi 1951-1975, a cura di Sergio Zaninelli, Milano, FrancoAngeli, 1988.

Aris Accornero, La parabola del sindacato, Ascesa e declino di una cultura, Bologna, Il Mulino, 1992.

Sergio Zaninelli, Vincenzo Saba, Mario Romani. La cultura al servizio del “sindacato nuovo”, Milano, Milano, Rusconi, 1995.

Mondi operai, culture del lavoro e identità sindacali, a cura di Pietro Causarano, Luigi Falossi, Paolo Giovannini, Roma, Ediesse, 2008

 

 


[1] Fabrizio Loreto, L’unità sindacale (1968-1972). Culture organizzative e rivendicative a confronto, Roma, Ediesse 2009, p. 25.

[2] Mario Romani, Il risorgimento sindacale in Italia. Scritti e discorsi 1951-1975, a cura di Sergio Zaninelli, Milano, FrancoAngeli, 1988, p. 656.

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