La resistenza italiana e la persecuzione degli ebrei: una questione storiografica?

Dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre e l’occupazione militare tedesca dell’Italia, le autorità naziste cominciarono ad applicare anche nel territorio italiano i loro piani di “soluzione finale” della questione ebraica. Fin dal settembre 1943 e poi nei mesi successivi, le forze del Reich, in particolare la polizia di sicurezza, effettuarono rastrellamenti nell’Italia settentrionale, uccisero persone di origine ebraica e organizzarono le prime deportazioni da alcune principali città italiane: Milano, Verona, Bologna, Firenze, Trieste, Roma. In questo contesto, il ministero dell’Interno della RSI stabilì, tramite l’ordinanza n. 5 del 30 novembre 1943, di arrestare tutti gli ebrei presenti nel suo territorio e di rinchiuderli in campi di concentramento. Tra settembre 1943 e aprile 1945 le autorità fasciste e le forze di occupazione tedesche procedettero dunque all’arresto e all’internamento di migliaia di ebrei: fu soprattutto nell’autunno del 1943, nell’inverno e nella primavera successivi che la caccia alle persone di origine ebraica si manifestò con maggiore violenza. Nei 600 giorni di esistenza della RSI e di occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale furono deportati circa sette mila  ebrei, pari a un quinto circa della popolazione ebraica presente nel territorio italiano. La maggior parte di loro, dunque, riuscì a sfuggire alla persecuzione, vivendo in clandestinità o trasferendosi nel sud d’Italia occupato dalle forze angloamericane e in Svizzera. In molti casi, le speranze di salvezza di chi si nascondeva o scappava agli arresti erano strettamente legate al sostegno ricevuto per così dire dall’“esterno”, ovvero da parte della popolazione civile italiana e di entità politiche e religiose come i gruppi della Resistenza o gli istituti ecclesiastici.

Il seguente contributo intende soffermarsi sullo stato della ricerca riguardo l’atteggiamento della Resistenza italiana di fronte alla persecuzione nazifascista degli ebrei. Si prenderanno come punto di riferimento alcuni saggi di carattere generale comparsi negli ultimi anni e che costituiscono una prima ricognizione sulla produzione scientifica sull’argomento: S. Peli,  Resistenza e Shoah, in «Passato e presente», n. 70, gennaio-aprile 2007, pp. 83-93; E. Collotti,  La Resistenza europea di fronte alla Shoah, in M. Cattaruzza, M. Flores, S. Levi Sullam, E. Traverso (a cura di), Storia della Shoah, vol. I, Utet, Torino 2006, pp. 1051-1075; B. Maida, La Resistenza di fronte alla persecuzione degli ebrei, in M. Flores, S. Levi Sullam, M.-A. Matard-Bonucci, E. Traverso (a cura di), Storia della Shoah in Italia, vol. I Le premesse, le persecuzioni, lo sterminio, Utet, Torino 2010, pp. 507-524. Ci soffermeremo in particolare su tre nodi tematici che emergono in questi saggi: 1- i motivi  del ritardo con il quale la storiografia si è interessata al rapporto tra Resistenza e Shoah; 2- la partecipazione degli ebrei alla Resistenza; 3- le operazioni dei partigiani indirizzate a salvare gli ebrei perseguitati.

1- La partecipazione di persone di origine ebraica all’interno della Resistenza italiana è ormai un fenomeno conosciuto e quantificabile da un punto di vista numerico. Personalità del mondo ebraico ricoprirono ruoli dirigenziali importanti nel CLNAI e di responsabilità politiche e militari; gli studi più recenti hanno accertato che furono circa mille gli ebrei che parteciparono al movimento partigiano[1]. Tuttavia, se si sposta il discorso sul comportamento della Resistenza, in particolare quella armata, nei confronti della politica antiebraica, ci si trova davanti a lacune e aspetti da approfondire e sui quali riflettere ulteriormente. Come afferma lo storico Santo Peli, infatti:

le storie generali della Resistenza italiana, da quella ormai classica di Roberto Battaglia (1953) fino alla sintesi da me pubblicata nel 2004, non hanno riservato alcuna specifica attenzione alla Shoah[2].

La persecuzione e la deportazione degli ebrei rimane ad esempio un tema marginale anche nella fondamentale opera di Claudio Pavone sulla Resistenza[3]. Ci si chiede così perché gli storici della Resistenza abbiano considerato marginale il soggetto della persecuzione antiebraica nelle loro ricerche. Loro “distrazione”, per utilizzare ancora le parole di Santo Peli, e loro incapacità di vedere le cose o piuttosto «un’effettiva mancanza d’interazione tra due fenomeni [Resistenza e Shoah] che pure sembrano naturalmente destinati a fecondarsi e a interagire, a partire quantomeno dalla ovvia constatazione di un comune nemico, il nazifascismo?»[4]. All’interno delle fonti utilizzate dalla storiografia risulta infatti essere decisamente scarsa l’attenzione da parte degli organi dirigenziali della Resistenza verso la politica persecutoria che colpiva gli ebrei (arresto, concentramento e deportazione), così come sono rare le prese di posizione ufficiali, salvo ovviamente alcune eccezioni.

Se dagli atti ufficiali si sposta l’attenzione alla sterminata produzione memorialistica o ai documenti delle principali formazioni partigiane (Garibaldi, GL e Autonome), si può verificare quanto l’attenzione dei protagonisti della resistenza armata sia fatalmente concentrata sui problemi “interni” alla guerra partigiana, problemi militari e politici, problemi di tattica e di strategia, di educazione politica, di proselitismi confliggenti , di rapporti con le popolazioni civili, di espansione e di sopravvivenza delle formazioni[5].

Già fin dalle prime settimane dopo l’8 settembre, gli ambienti antifascisti sembrarono in realtà consapevoli del pericolo che correvano con l’occupazione tedesca dell’Italia determinate tipologie di persone, schedate dalle autorità fasciste nel corso degli anni precedenti: oppositori politici e antifascisti, ma anche ebrei, colpiti dalla legislazione razziale del 1938 e da successivi provvedimenti varati dal governo fascista allo scoppio del conflitto[6].  I primi documenti prodotti dal CLN nel settembre-ottobre 1943, che riguardarono per lo più il dibattito istituzionale sulla presenza della monarchia nell’Italia liberata o sul rapporto tra i comandi del CLN in Italia settentrionale e il Regno del sud di Badoglio, accennavano così anche alla condizione di coloro che venivano perseguitati o ricercati[7]. Alcuni giornali clandestini, quali l’«Unità», l’«Avanti» e l’«Italia Libera», denunciarono i provvedimenti antisemiti di Salò[8]. Questa attenzione alla vittime delle persecuzioni, tuttavia, prendeva le mosse da un punto di vista più generale: la repressione nazifascista ora avrebbe colpito con violenza tutti coloro che erano stati schedati dalle questure fasciste, oppositori politici, antifascisti e, quindi, anche ebrei.. Solo il 14 settembre 1944, il CLNAI promulgò un decreto che abolì ufficialmente nel nord Italia la legislazione razziale[9].

Enzo Collotti interpreta questa scarsa attenzione alla persecuzione degli ebrei negli studi sulla Resistenza non soltanto come la conseguenza del ritardo con cui la storiografia italiana è avanzata nella ricerca sulla politica antiebraica fascista: in realtà è legata a un insieme di fattori più complesso che investe direttamente, ad esempio, la questione della consapevolezza che i singoli movimenti partigiani ebbero del processo di sterminio degli ebrei[10]. Lo studio delle carte porta dunque ad ipotizzare che al vertice, le istituzioni della Resistenza erano più attente a obiettivi di ordine organizzativo e politico, «in uno sforzo di omogeneizzazione, di pedagogia politica, e di prefigurazione del ruolo e dei partiti nel dopo-liberazione»[11]; alla base, invece, erano piuttosto questioni strettamente operative a interessare le singole formazioni partigiane, quali ad esempio i problemi di sopravvivenza quotidiana[12]. In questo contesto, poco è lo spazio riservato alla persecuzione degli ebrei.

2- Il secondo aspetto riguarda la partecipazione degli ebrei all’interno del movimento partigiano. Come detto all’inizio, questo fenomeno è ormai noto: osserva Santo Peli che i risultati più importanti della ricerca sono stati raggiunti a partire dagli anni ’70 e ’80 non dagli storici della Resistenza bensì da studiosi della questione ebraica, quali Gina Formiggini, Liliana Picciotto Fargion e Michele Sarfatti[13]. La storiografia è sostanzialmente d’accordo oggi nel definire quella ebraica non una partecipazione “degli ebrei” ma “di ebrei” alla Resistenza italiana, per mettere così in evidenza il carattere individuale delle scelta e della adesione alla guerra partigiana, che in Italia non assunse, come invece avvenuto in altre parti d’Europa, una connotazione ebraica collettiva[14]. Certamente, la scelta dei singoli fu non soltanto espressione di idee antifasciste e del senso di appartenenza alla comunità nazionale italiana, maturato negli anni dell’emancipazione, ma anche una conseguenza dei provvedimenti razziali presi dal fascismo dal 1938 in poi[15]. Tuttavia, questa ampia e importante presenza di ebrei nel movimento di liberazione non sembrò contribuire a mettere la persecuzione antiebraica al centro degli obiettivi della Resistenza[16]. In questo discorso rientra del resto anche la questione della percezione del pericolo che si stava correndo. Sebbene le notizie di ciò che avveniva nell’Europa orientale a opera dei nazisti si stavano diffondendo ormai da qualche anno in molti ambienti,[17] persino tra alcuni ebrei che si impegnarono nella lotta resistenziale non vi era una precisa coscienza delle conseguenze che potevano derivare dall’occupazione tedesca della penisola e dai provvedimenti antiebraici presi dalla RSI. È nota ad esempio la vicenda di Primo Levi, il quale, catturato durante un rastrellamento nazifascista sui monti della Val d’Aosta, preferì dichiararsi  “ebreo” alle autorità per paura delle conseguenze che sarebbero derivate dall’essere scoperto “ribelle”[18]. Gli unici episodi che sembrano attestare un collegamento tra la presenza di ebrei nei gruppi partigiani e le decisioni di agire in favore dei perseguitati riguardano esperienze locali. La più nota azione militare contro un campo di concentramento, ad esempio, è quella avvenuta a Servigliano nelle Marche e condotta dall’ebreo Haim Vito Volterra, fondatore e comandante del presidio del gruppo autonomo partigiano di Monte San Martino, sopra Ascoli Piceno. Ma questo rimane un episodio isolato .

3- L’azione di Servigliano introduce così il terzo nodo tematico: le azioni messe in pratica dalla Resistenza  per salvare gli ebrei perseguitati. In un recente contributo sul caso francese, Renée Poznanski stabilisce una differenza tra l’attività propagandistica e di soccorso portata avanti dalla Resistenza dalle operazioni militari che avrebbero dovuto avere lo scopo di liberare le persone arrestate e internate nei campi, nonché di evitare la loro deportazione nei lager dell’Europa orientale. Queste operazioni, secondo la studiosa francese, in realtà mancarono quasi del tutto: il salvataggio degli ebrei, cioè, non fu messo tra i compiti militari della Resistenza, ma rimase nell’ambito di azioni, per così dire, “umanitarie”[19].  Anche nel caso italiano, bisogna distinguere gli interventi militari dall’attività che singoli gruppi partigiani misero in pratica per aiutare gli ebrei a nascondersi o a scappare oltre confine in Svizzera. Poche furono le iniziative militari intese a liberare gli ebrei arrestati e rinchiusi nei campi di concentramento o a evitare loro la deportazione: queste «hanno per teatro piccoli campi gestiti dalle prefetture italiane e scarsamente difesi», portano alla liberazione di pochi ebrei, mentre «i terminali italiani della concentrazione, Fossoli e Gries, direttamente gestiti e difesi dai tedeschi, non riceveranno disturbo di sorta»[20]. Osserva Collotti:

 

nell’ottica della Resistenza italiana non vi fu generalmente una accentuazione di obiettivi specificamente rivolti a risarcire gli ebrei delle violazioni dei loro diritti e a proteggerli dalle minacce recate alla loro vite. Questi obiettivi erano riassorbiti negli scopi più generali della lotta di liberazione del popolo italiano dai vincoli della dittatura fascista e dall’oppressione dell’occupazione tedesca[21]

Oltre all’irruzione al campo di Servigliano, si possono citare altre testimonianze di incursioni, come quella raccontata da Giorgio Nissim nelle sue memorie, indirizzata a evitare la deportazione degli ebrei concentrati in un campo di concentramento vicino Lucca[22]. Di recente, inoltre, lo studioso Luigi Boscherini ha riportato alla luce l’episodio del salvataggio degli ebrei internati nella provincia di Perugia e aiutati nella fuga dai partigiani locali al momento dell’arrivo degli anglo-americani[23].

Se poche sono le tracce delle azioni propriamente militari della Resistenza, al contrario viene riconosciuta l’importanza del contributo “non armato”e “umanitario”[24]. Anche Peli, non lontano da quanto afferma Collotti, non intravede insomma un rapporto diretto e consapevole tra la Resistenza organizzata e la persecuzione degli ebrei:

Ma se invece pensiamo alla Resistenza non armata e al rifiuto della guerra e delle sue logiche allora il legame si fa  visibile quanto difficile da quantificare e da analizzare. Delle molteplici attività di soccorso, di nascondimento, di aiuto nell’espatrio, la memorialistica conserva numerose tracce ancora prive di un’accettabile sistemazione e quantificazione, come accade ogni qualvolta si passa dalla dimensione prettamente militare e politica a quella di un impegno umanitario; qui i confini tra resistenza organizzata e preziosi sacrifici individuali o comunitari originati da scelte spontanee tendono a sfumare e a confondersi […] Ed è qui, soprattutto in questi territori di confine, che la ricerca ha ancora molto da esplorare e da portare alla luce[25].

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] M. Sarfatti, La partecipazione degli ebrei alla Resistenza italiana, in «Rassegna mensile di Israel», vol. LXXIV, n. 1-2, gen-ago 2008, pp. 165-172;  L. Picciotto Fargion, Sul contributo di ebrei alla Resistenza italiana,  in «La Rassegna mensile di Israel», vol. XLVI, n. 3-4, pp. 132-146; V. Ravaioli, Gli ebrei italiani nella Resistenza. Prima indagine quantitativa sui partigiani del Piemonte, in «La Rassegna mensile di Israel», vol. LXIX, n. 2, maggio-agosto 2003, pp. 571-574; M. Sarfatti, Ebrei nella Resistenza ligure, in Istituto storico della Resistenza in Liguria, La Resistenza in Liguria e gli Alleati: atti del convegno di studi, La stampa, Genova, 1988, pp. 75-92; Id., Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino, 2007, pp. 305-306.

[2] S. Peli, Resistenza e Shoah, in «Passato e Presente», n. 70, gen-apr 2007, p. 83.

[3] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

[4] S. Peli, Resistenza e Shoah cit., p. 83.

[5] Ivi, p. 84.

[6] Come ad esempio le misure di internamento per gli ebrei stranieri e per gli italiani considerati pericolosi per motivi bellici, cfr. G. Antoniani Persichilli, Disposizioni, normative e fonti per lo studio dell’internamento in Italia (giugno 1940 – luglio 1943), in «Rassegna degli archivi di Stato», n. 1-3, 1978, pp. 77-96; P. Carucci, Confino, soggiorno obbligato, internamento: sviluppo della normativa, in C. Di Sante (a cura di), I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), FrancoAngeli, Milano 2001, pp. 15-39.M. Toscano, L’internamento degli ebrei italiani, in C. Di Sante (a cura di), I campi di concentramento in Italia cit., pp. 95-112.

[7] R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1964, pp. 153-154. Si veda anche  G. Grassi (a cura di), “Verso il governo del popolo”. Atti e documenti del CLNAI 1943/1946, Feltrinelli, Milano 1977.

[8] Una breve analisi della stampa clandestina in E. Collotti, La Resistenza europea di fronte alla Shoah cit., pp. 1054-1056; M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista cit., p. 305 (nota 172).

[9] G. Grassi (a cura di), “Verso il governo del popolo” cit., p. 174.

[10] E.  Collotti, La Resistenza europea di fronte alla Shoah cit., p. 1051.

[11] S. Peli, Resistenza e Shoah cit., p. 84.

[12] Ivi, 84-85.

[13] Ivi, p. 88.

[14] L. Picciotto Fargion, Sul contributo di ebrei alla Resistenza italiana cit., pp. 132-146; si veda anche N. Tec, La resistenza ebraica: definizioni e interpretazioni storiche, in M. Cattaruzza, M. Flores, S. Levi Sullam, E. Traverso (a cura di), Storia della Shoah, vol. I, Utet, Torino 2005, pp. 1023-1049.

[15] B. Maida, La Resistenza di fronte alla persecuzione degli ebrei, in M. Flores, S. Levi Sullam, M.-A. Matard-Bonucci, E. Traverso (a cura di), Storia della Shoah in Italia, vol. I Le premesse, le persecuzioni, lo sterminio, Utet, Torino 2010, pp. 520-521.

[16] S. Peli, Resistenza e Shoah cit., p. 89.

[17] Cfr.  D. Bankier, La conoscenza dell’Olocausto e le reazioni in Europa, negli Stati Uniti e nelle comunità ebraiche, in M. Cattaruzza, M. Flores, S. Levi Sullam, E. Traverso (a cura di), Storia della Shoah cit., pp. 1121-1153; si veda anche W. Laqueur, Le Terrifiant Secret. La Solution Finale et l’information étouffée, Gallimard, Paris 1981 (trad. italiana W. Laqueur, Il terribile segreto, La Giuntina, Firenze 1983).

[18] P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 2003, p. 11: «Negli interrogatori che seguirono [l’arresto], preferii dichiarare la mia condizione di “cittadino italiano di razza ebraica” poiché ritenevo che non sarei riuscito a giustificare altrimenti la mia presenza in quei luoghi troppo appartati anche per uno sfollato e stimavo (a torto, come si vide poi) che l’ammettere la mia attività politica avrebbe comportato torture e morte certa». Alcuni anni dopo ritornò su questo particolare: «essere ebrei era peggio che essere partigiani – io allora non me ne rendevo conto – i tedeschi erano talmente impregnati dalla follia hitleriana  che per loro il fatto che qualcuno fosse ebreo era proprio il nemico da… da sterminare; peggio, peggio che fosse stato veramente un… politico. Forse sarebbe stato molto meglio dichiararsi partigiani», in A. Bravo, D. Jalla, La vita offesa: storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, F.rancoAngeli, Milano 1986, p. 98.

[19] R. Poznanski, Propagandes et persécutions. La Résistance et le “problème juif”, 1940-1944, Fayard, Paris, 2008; sul caso francese si vedano anche M. Baudrot, Le mouvement de Résistence devant la pérsécution des juifs, in  S. Messinger (a cura di), La France et la question juive 1940-1944, Acte du colloque, Cdjc, Paris 1981, pp. 265-295 e in generale tutta la terza parte del volume sotto il titolo Les mouvements de Résistance, pp. 361-406.

[20] S. Peli, Resistenza e Shoah cit., p. 86

[21] E.  Collotti, La Resistenza europea di fronte alla Shoah cit., p. 1054.

[22] L. Picciotto Fargion, Giorgio Nissim. Memorie di un ebreo toscano dal 1938 al 1948, Carocci, Roma 2005, pp. 122-123.

[23] L. Boscherini,  La persecuzione degli ebrei a Perugia. Ottobre 1943-luglio 1944, Le Balze, Montepulciano 2005.

[24] Si veda ad esempio S. Antonini, L’ultima diaspora. Soccorso ebraico durante la seconda guerra mondiale, De Ferrari, Genova 2005; Id., Delasem: storia della più grande organizzazione ebraica italiana di soccorso durante la seconda guerra mondiale, De Ferrari, Genova 2000. Si vedano anche M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista cit., pp. 295-308; K. Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, La Nuova Italia, Firenze 1993-1996, vol. II, pp. 491-511; L. Picciotto Fargion, Gli interventi del mondo libero in favore degli ebrei in Italia, 1943-1945, in «Rassegna mensile di Israel», numero speciale a cura di L. Picciotto Fargion, Saggi sull’ebraismo italiano del Novecento in onore di Luisella Mortara Ottolenghi, LXIX, maggio-agosto 2003, pp. 495-516.

[25] S. Peli, Resistenza e Shoah cit., pp. 87-88.

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