L’Europa in Italia: spunti per un’agenda di ricerca sulla storia della costruzione europea

Gli studi storici sulla costruzione europea hanno rappresentato per lungo tempo una nicchia ristretta rispetto ai lavori degli economisti, dei giuristi, dei politologi. È soprattutto a partire dagli anni Settanta che gli storici hanno cominciato ad occuparsi in maniera significativa delle questioni concernenti il processo di unificazione europea. Nonostante il notevole apporto della scuola federalista italiana, fino agli anni Settanta il contributo degli storici alla ricostruzione delle tappe dell’integrazione europea è rimasto molto limitato per una serie variegata di ragioni: la mancanza di fonti d’archivio; il carattere in progress del percorso di integrazione comunitaria; la preferenza accordata ad altri temi di studio come il periodo tra le due guerre mondiali, le origini e la storia della seconda guerra mondiale, i caratteri della guerra fredda[i].

A partire dagli anni Ottanta, il lavoro degli studiosi – incentivato anche dal ruolo propulsivo della Commissione europea che nel 1984 sostiene la creazione di un “groupe de liaison” degli storici dell’integrazione europea – ha conosciuto un grande sviluppo. I principali temi di studio riguardavano inizialmente gli eventi fondativi delle prime Comunità e le personalità più importanti, i cosiddetti “padri fondatori dell’Europa”. Tali ricostruzioni delle vicende dell’integrazione comunitaria erano in larga parte impostate secondo il metodo della storia diplomatica classica. Questa prospettiva analitica era assecondata dalla convinzione che il processo di costruzione europea fosse un problema concernente esclusivamente la politica estera e diplomatica degli Stati. Si riteneva quindi che esso potesse essere ricostruito ed interpretato solo con la metodologia e i criteri propri della storia delle relazioni internazionali. Tale impostazione, benché stimolante, ha limitato la storia dell’integrazione europea all’analisi delle politiche europee degli Stati[ii].

Accanto a tale approccio, gli studi condotti negli ultimi due decenni collocano il processo di integrazione europea in un contesto storico più ampio, tenendo conto dei risultati della storia delle relazioni internazionali e degli sviluppi politici interni agli Stati, utilizzando contemporaneamente un nuovo punto di vista storiografico, quello “europeo” o sovranazionale[iii]. Come ha affermato incisivamente Sonia Lucarelli, “l’Unione europea è una polis (…) la cui natura varia e progredisce nel corso del tempo attraverso un processo graduale ma non costante, in cui gli elementi propulsori di nuove fasi di sviluppo sono sia di natura internazionale (…) sia di natura interna (…). Inoltre, nel caso della CE/UE il processo di integrazione (…) è portato avanti anche attraverso involontarie e largamente imprevedibili conseguenze di accordi tra gli Stati membri circa il coordinamento delle loro politiche in alcuni settori[iv]”. Le peculiarità della realtà europea fanno sì che essa non possa essere interpretata unicamente come la risultante dei rapporti interstatuali, ma come un processo storico in divenire che propone nuovi modelli statuali, relazioni politiche inedite, forme di collaborazione economica che producono significative ricadute sul versante dei diritti[v]. Da un lato, dunque, le strategie politiche seguite dai singoli paesi nelle diverse tappe del processo di integrazione europea possono essere maggiormente articolate e approfondite, adottando un approccio peculiare della storia contemporanea che permette di valutare il ruolo svolto, oltre che dai governi, anche da altri attori come i partiti, i sindacati, le associazioni, i gruppi di pressione, i gruppi di esperti, sempre più attivi sullo scenario europeo. Da un altro lato, i cambiamenti delle strutture economiche, politiche, sociali e culturali che si verificano nelle società nazionali a partire dagli anni Settanta sono tanto il riflesso della costruzione europea quanto una fonte di cambiamenti per il processo di integrazione. In tale contesto, lo studio delle istituzioni sovrananzionali della Comunità/Unione europea e lo studio delle politiche europee, come atti politici che danno contenuto e senso a valori comuni e che contribuiscono a modificare gli ordinamenti giuridici, le strutture economiche nonché la cultura interna agli Stati, forniscono una inedita autonomia alla storia della costruzione europea.

Le relazioni che sono state presentate nell’ambito del panel L’Europa in Italia: snodi e temi della partecipazione italiana all’integrazione europea, tenuto nel corso dei Cantieri di Storia 2013 della Società italiana per lo studio della Storia contemporanea (SISSCO) svoltisi presso l’Università degli studi di Salerno (10-12 settembre 2013), illustrano proprio questo ri-orientamento metodologico e tematico nei lavori storici sull’integrazione europea. In particolare, emergono due aspetti centrali che non sempre in passato sono stati adeguatamente considerati dalla storiografia italiana, che in generale non ha offerto fino a tempi piuttosto recenti un quadro organico dell’azione italiana nel processo di integrazione[vi]. In primo luogo, i lavori che hanno animato il panel hanno messo in luce come l’evoluzione della politica italiana nel contesto comunitario rappresenti un aspetto rilevante della storia dell’Italia repubblicana. In secondo luogo, è stato rilevato come la storia della politica europea dell’Italia sia divenuta uno degli aspetti imprescindibili della storia dell’integrazione europea.

Per quanto riguarda il primo aspetto, lo studio diacronico della politica europea dell’Italia contribuisce ad un arricchimento, ad un ampliamento degli studi di storia contemporanea superando la visione a lungo dominante che ha assimilato le scelte europee degli Stati ed in particolare le strategie adottate nel secondo dopoguerra nel quadro del processo di integrazione europea unicamente alla loro politica estera e diplomatica. Come è stato efficacemente dimostrato da studi recenti, come quelli condotti sulle nascita e l’evoluzione delle politiche comunitarie[vii], le scelte europee degli Stati racchiudono spesso una combinazione di politica estera, scelte nazionali di crescita, sovranazionalità. Nel caso dell’Italia, come dimostra la recente ricostruzione di Antonio Varsori[viii], la politica europea del nostro paese si caratterizza tanto come un aspetto della più generale politica estera del secondo dopoguerra, orientata sul doppio binario atlantismo/europeismo, quanto come un quadro privilegiato dei processi di modernizzazione interna e di costruzione nazionale. Le trasformazioni giuridiche e sociali introdotte sul piano interno dalle dinamiche comunitarie vengono chiaramente messe a fuoco nel settore specifico delle politiche concernenti la parità tra i generi, come illustra il lavoro di Federica Di Sarcina, che ricostruisce il passaggio da un approccio garantista (parità di salario) a una politica più globale a tutela dei diritti delle donne. L’impatto dell’integrazione europea sugli attori e sulla vita politica interna agli Stati, anche negli anni a noi più vicini, emerge invece dai saggi di Massimo Piemattei e Sante Cruciani sui partiti e sui sindacati.

Nel caso specifico dell’Italia, della quale è stata spesso notata la difficoltà ad inserirsi in maniera efficace nei rapporti di forza della politica comunitaria, l’integrazione europea è stata interpretata anche come un “vincolo esterno” che avrebbe innestato nella società e nella politica italiana ordinamenti e scelte che altrimenti non si sarebbero prodotti oppure per creare consenso verso cambiamenti non sempre graditi presso l’opinione pubblica. Sebbene la chiave interpretativa del vincolo esterno sia stata originariamente applicata in riferimento all’adesione italiana al processo di unificazione economica e monetaria[ix] e assuma significati diversi che vanno indagati caso per caso, essa costituisce comunque un valore euristico per spiegare la vicenda dell’adesione dell’Italia agli accordi di Schengen, come messo bene in luce nel contributo inedito di Simone Paoli. I lavori presentati durante il panel che delineano alcuni tratti salienti della storia dell’“Europa in Italia” aiutano a comprendere come le trasformazioni economiche, giuridiche, politiche e sociali prodottesi a seguito delle scelte europee siano parte integrante della storia dell’Italia repubblicana.

Sul secondo aspetto – la storia delle scelte europeiste dell’Italia come parte della storia dell’integrazione europea – la politica europea dell’Italia contribuisce ad arricchire anche quello che, seppure con una certa difficoltà, si va affermando come un giovane ma sempre più fecondo settore disciplinare: quello della storia dell’integrazione europea tout court. Sebbene la costruzione comunitaria possa considerarsi una vicenda storica relativamente recente, infatti, si può ormai riconoscere quella sedimentazione del tempo storico necessaria alla pratica storiografica che, grazie alla disponibilità delle fonti archivistiche, rende sempre più percorribili le ricostruzioni diacroniche di tale processo come un processo inedito e distinto. Per citare solo alcuni esempi (anche se questi non sono stati strettamente al centro dei lavori del panel) si può ricordare il negoziato sui Trattati di Roma, dove l’Italia seppe giocare un valido ruolo propositivo, determinando scelte importanti per il futuro assetto della CEE – dalla nascita del Fondo sociale europeo all’istituzione della Banca europea per gli investimenti – oppure il ruolo di alcune personalità, da quelle più conosciute come Altiero Spinelli[x] a quelle a lungo ritenute minori come il commissario Lionello Levi Sandri (quest’ultimo peraltro al centro delle prime disposizioni sulla parità di salario)[xi]. Altri contributi hanno invece messo in luce la politica europea dell’Italia negli anni del centro-sinistra, quelli sulle origini e i caratteri del vincolo esterno, che facilitano la comprensione dell’azione italiana nel processo di integrazione.

Tale duplice caratterizzazione della storia della politica europea dell’Italia – e degli altri Stati che l’hanno condivisa – discende dalla peculiarità stessa del processo di integrazione europea in cui si è intrecciata l’azione reciproca tra costruzione istituzionale comunitaria, nuovo spazio economico regionale e trasformazione degli Stati europei contemporanei.

Dalla combinazione di questi elementi, che si può riscontrare in tutti gli studi esposti nel panel, discende una constatazione che riguarda gli strumenti e le fonti di indagine. Se il ricorso ai documenti degli Archivi dei Ministeri degli Affari esteri, che ha rappresentato in molti casi la base documentale di partenza (anche se nel caso italiano si riscontrano notevoli difficoltà nella disponibilità del materiale d’archivio presso il Ministero degli Affari Esteri) appare oggi certo ancora indispensabile, esso è tuttavia senza dubbio parziale. Soprattutto laddove si vogliano indagare i contenuti e le motivazioni delle scelte europee degli Stati, la loro partecipazione alle tappe salienti dell’integrazione europea ma anche alla realizzazione e alla gestione di una nuova area economica regionale (quella della CEE/UE) e con essa di nuovi spazi sociali, sono necessarie fonti aggiuntive. Questi elementi, che richiamano il carattere inedito e aperto del processo di integrazione europea, rendono indispensabile il ricorso ad altre fonti: in primis le fonti delle istituzioni comunitarie (gli Archivi della Commissione, del Consiglio, del Parlamento) che rendono possibile la ricostruzione fino all’inizio degli anni Ottanta. Accanto a queste fonti si pongono poi i documenti ufficiali, gli atti normativi pubblicati nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, i Bollettini, le Relazioni annuali che consentono di spingere la ricostruzione fino a tempi più recenti.

Come dimostrano gli studi illustrati in questo panel anche gli archivi di altri attori che si sono affacciati con diversi tempi e differenti modalità sulla scena europea risultano di particolare interesse per dare conto delle complesse interazioni tra piano internazionale, europeo e nazionale che si riscontrano nel processo di integrazione europea (il ruolo degli ambienti tecnocratici e economici ad esempio). In particolare, gli studi qui presentati mettono in luce il ruolo dei partiti, come nuovi attori politici nel contesto comunitario e la posizione delle forze politiche italiane verso il tema della costruzione europea. Si tratta di un terreno di ricerca che, come hanno osservato Antonio Varsori e Piero Craveri[xii], risultava pochi anni or sono ancora scarsamente indagato. Il filone di studi che intreccia la storia dei partiti con quella dell’integrazione europea è stato oggetto di una riscoperta proprio in questo ultimo decennio, dopo il periodo di stallo che ha segnato la storia dei partiti in seguito agli eventi post-1989 e alla dissoluzione delle ideologie novecentesche all’indomani della caduta del Muro di Berlino e del venir meno del bipolarismo della guerra fredda. In particolare, il processo di integrazione europea è stato assunto come punto di osservazione sulle risposte delle sinistre e delle destre europee all’evoluzione dello Stato nazione e del sistema di welfare e al rafforzamento dei meccanismi di interdipendenza.

Oltre al contributo apportato da studi come quelli presentati nel panel SISSCO alla storia contemporanea e alla storia dell’integrazione europea, è importante richiamare anche il ruolo che tali ricerche possono svolgere per elaborare analisi dell’integrazione in senso ampio, in prospettive economiche e politiche globali di più lungo periodo e di maggiore respiro.

Interessante ad esempio la ricerca di Federica Di Sarcina che intreccia piano internazionale, europeo e nazionale, per indagare le origini del dibattito sulla parità salariale (questione sollevata nel primo dopo guerra in vari sedi internazionali e da vari studiosi) e i suoi sviluppi in sede comunitaria[xiii]. Tale ricostruzione, che mette in luce l’importanza di uno studio di lungo periodo per comprendere le reali origini di certi fenomeni presenti nell’esperienza comunitaria[xiv], amplia anche in avanti l’orizzonte temporale di analisi, spingendosi fino alla fine degli anni Settanta. Questa visione di lungo periodo, insieme all’analisi dei processi normativi interni alla Comunità, e alla reazione degli ambienti nazionali permette di tematizzare e contestualizzare l’effetto della normativa europea sul cambiamento giuridico e culturale del nostro paese. Di Sarcina sembra suggerire una lettura nella quale gli effetti delle normative europee in tema di parità salariale sembrano provocare una euro-coercizione piuttosto che una europeizzazione. Non sono tanto le difficoltà del recepimento de jure della normativa a rimarcare la tradizionale debolezza dell’Italia, ma è soprattutto la lentezza del cambiamento culturale e la tenacia dei modelli tradizionali a mettere in discussione l’impatto della normativa europea. Di Sarcina sottolinea la sfasatura temporale tra l’adozione della normativa comunitaria e l’adozione della legislazione italiana e, ancora di più, il gap tra il piano normativo e la predisposizione degli strumenti di applicazione nel campo delle pari opportunità.

Anche lo studio di Simone Paoli si focalizza su un momento importante della partecipazione italiana all’integrazione europea: l’adesione agli accordi di Schengen. Paoli mette in luce non solo le difficoltà strategiche dell’Italia ad uscire dall’isolamento in cui era stata relegata dagli altri partners, ma anche le difficoltà nell’adattare la normativa di attuazione degli accordi a una tradizione politica in materia di immigrazione che era ampiamente estranea a quella della maggioranza delle forze politiche italiane.

Sia il contributo di Paoli che quello di Di Sarcina, oltre a illustrare la posizione dell’Italia, forniscono un importante contributo alla definizione di due aspetti di quella dimensione sociale dell’integrazione europea che spesso risulta subordinata a esigenze di carattere economico e produttivistico. Risultano quindi importanti contributi per mettere in luce le modalità e le difficoltà di costruzione di uno spazio dei diritti nell’ambito di un nuovo spazio economico.

I lavori di Piermattei e Cruciani sono anch’esse decisamente stimolanti perché si inseriscono in un terreno di ricerca ancora scarsamente frequentato. Dalle loro analisi emerge come la trasformazione degli Stati nazionali e il rafforzamento dell’interdipendenza economica nel periodo del dopoguerra producano processi politici che spingono i partiti a rivedere le loro posizioni verso l’integrazione europea, che dunque diventa un punto prospettico dal quale analizzare le loro azioni. Il contributo di Cruciani si concentra sul dibattito sviluppatosi nell’ambito dei partiti e dei sindacati della sinistra italiana in relazione alle varie tappe dell’integrazione europea, ampliando un suo precedente studio comparato sui partiti della sinistra francese e italiana[xv]. Molto interessanti risultano inoltre le riflessioni sull’evoluzione della lotta politica a livello europeo dopo il 1989 (l’impatto della variazione delle formazioni transnazionali); sui rapporti e le reciproche influenze tra il livello nazionale e quello europeo di lotta politica; sulla collocazione di partiti nazionalisti (in particolare, le destre analizzate da Piermattei), etno-regionalisti o ambientalisti che dagli anni Novanta ricevettero nuovo impulso anche in seguito alle novità incluse nel trattato di Maastricht (sussidiarietà, valorizzazione del territorio, etc…)[xvi].

Da queste analisi risultano sicuramente confermati alcuni luoghi comuni sulla partecipazione dell’Italia all’integrazione europea e cioè la lentezza/debolezza dell’apparato amministrativo-istituzionale nel recepimento della normativa comunitaria – un dato che emerge con chiarezza proprio tra la fine degli anni Settanta e la fine del decennio successivo quando l’Italia (1988) è lo stato membro con il più alto numero di sentenze di condanna (110 su 265) a opera della Corte di Giustizia delle Comunità europee (CGCE) per inadempienze nell’attuazione della normativa comunitaria[xvii]. Da un lato, le difficoltà di implementazione della normativa comunitaria sono evidenti nel caso delle politiche di pari opportunità ma emergono, seppure con una natura diversa anche in occasione della firma degli accordi di Schengen. Ma più che la mancata trasposizione normativa, nel caso studiato da Di Sarcina è la mancata maturazione culturale delle forze politiche e del paese in generale a rimarcare la debolezza dell’Italia. Nel caso di Schengen ricostruito da Paoli invece viene da chiedersi se gli ostacoli corrispondessero anche a scelte-condizionamenti politici.

Ciò si ricollega probabilmente ad un secondo aspetto della debolezza della politica europea dell’Italia e cioè la mancata comprensione da parte delle forze politiche di quanto la costruzione europea condizionasse in maniera sempre più forte le questioni interne. Su questi aspetti gli studi di Cruciani sulle sinistre possono dare un contributo importante perché è proprio a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta che si esaurisce la formula del compromesso storico e si avvia l’esperienza del pentapartito, due fasi della vita politica italiani che vedranno protagonisti i due principali partiti di sinistra: il PCI e il PSI. Per gli anni Novanta, diventa invece fondamentale un approfondimento sulle destre come quello proposto da Piermattei. In particolare, il contributo di Piermattei che ha già offerto una ricostruzione del rapporto inscindibile che lega le culture politiche italiane, la storia nazionale e la dimensione europea, con particolare attenzione alla fase post-1989[xviii], si concentra sul tema di quelle culture politiche di destra che, mancando di una vocazione internazionale e transnazionale, in virtù della loro impronta nazionalista, erano state fino ad allora piuttosto estranee a qualsiasi ipotesi di rafforzamento istituzionale della CEE/UE.

A conclusione di questa panoramica e alla luce degli spunti offerti dai nuovi studi storici sulla politica europea dell’Italia si auspica dunque che tale rinnovato fermento possa avere una sempre maggiore eco tanto negli studi sulla storia dell’Italia repubblicana quanto negli studi di carattere generale sulla costruzione europea.

[i] A. Varsori, La storiografia sull’integrazione europea, in “EuropaEurope”, anno X, n. 1, 2001. Si veda inoltre la voce Historiographie, redatta da A. Varsori, in Y. Bertoncini et al., Dictionnaire critique de l’Union européenne, Paris, Armand Colin, 2008, pp. 218-223.

[ii] A. Landuyt (a cura di), Idee d’Europa e integrazione europea, Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 7-8.

[iii] Per una panoramica sui contributi e i cambiamenti nel campo della storiografia sul processo di integrazione europea si veda: A. Varsori, L’unificazione europea negli studi storici, in S. Lucarelli (a cura di), La polis europea. L’Unione europea oltre l’euro, Trieste, Asterios, 2003, pp. 165-189. Per una rassegna su alcuni nuovi filoni di studio cfr. L. Grazi, L’integrazione europea nelle ricerche storiche. Temi e approcci negli studi dei giovani ricercatori, in L. Piccardo (a cura di), Un’Università che cambia in un mondo che cambia. Nuove prospettive di ricerca negli studi europei, Milano, Ediplan, 2008, pp. 57-74.

[iv] S. Lucarelli, La polis europea. Un’introduzione, in Id. (a cura di), La polis europea, cit., pp. 25-26.

[v] Sulle peculiarità del «grande mercato» europeo e sullo studio delle dinamiche rivolte ad affrontare le questioni politiche, sociali, culturali emergenti in questo nuovo spazio, si vedano le interessanti riflessioni di B. Curli, “Grande mercato” e nuovi percorsi storiografici sull’integrazione europea, in “Memoria e ricerca”, n.s., a. XI, n. 14, 2003, pp. 5-18.

[vi] Tra le ricostruzioni più importanti, comparse nell’ultimo decennio si segnalano: M. Neri Gualdesi, Il cuore a Bruxelles la mente a Roma. Storia della partecipazione italiana alla costruzione europea, Pisa, ETS, 2004; P. Craveri, A. Varsori (a cura di), L’Italia nella costruzione europea. Un bilancio storico (1957-2002), Milano, Franco Angeli, 2009; A. Varsori, La Cenerentola d’Europa? L’Italia e l’integrazione europea dal 1947 ad oggi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008.

[vii] A. Landuyt, Il “valore aggiunto” di un approccio storico allo studio delle politiche comunitarie, Numero monografico su Le politiche della Comunità/Unione europea. Origini e sviluppo storico, a cura di A. Landuyt, in «Memoria e Ricerca», n.s., a. XVI, n.30, gennaio-aprile 2009, pp. 5-15.

[viii] A. Varsori, La Cenerentola d’Europa?, cit., pp. 1-29.

[ix] Per una ricostruzione storica della concezione dell’Europa come “vincolo esterno” nell’Italia del dopoguerra si veda R. Gualtieri, L’Europa come vincolo esterno, in P. Craveri, A. Varsori (a cura di), L’Italia nella costruzione europea, cit., pp. 313-331.

[x] D. Pasquinucci, Europeismo e democrazia. Altiero Spinelli e la sinistra europea (1950-1986), Bologna, Il Mulino, 2000; P.S. Graglia, Altiero Spinelli, Bologna, Il Mulino, 2008.

[xi] A. Varsori, L. Mechi (a cura di), Lionello Levi Sandri e la politica sociale europea, Milano, Franco Angeli, 2008.

[xii] A. Varsori e P. Craveri, Introduzione, Id. (a cura di), L’Italia nella costruzione europea, cit., p. 29.

[xiii] Oltre al contributo presentato durante il panel, per un’analisi di lungo periodo si rinvia a F. Di Sarcina. L’Europa delle donne. La politica di pari opportunità nella storia dell’integrazione europea (1957-2007), Bologna, Il Mulino, 2010.

[xiv] Per una lettura di lungo periodo che consente di rinvenire negli anni tra le due guerre le origini teoriche del dibattito sui temi sociali che accompagnò gli inizi del processo di integrazione economica europea si veda L. Mechi, L’Organizzazione internazionale del lavoro e la ricostruzione europea. Le basi sociali dell’integrazione economica (1931-1957), Roma, Ediesse, 2012.

[xv] S. Cruciani, L’Europa delle sinistre. La nascita del mercato comune europeo attraverso i casi francese e italiano (1955-1957), Roma, Carocci, 2007.

[xvi] Oltre ai contributi presentato durante il panel, si rinvia a S. Cruciani, M. Piermattei, Destre e sinistre in Europa: crisi e ridefinizione delle famiglie politiche, in “Memoria e ricerca”, n. 41, settembre-dicembre 2012, pp. 101-120.

[xvii] A. Varsori, La Cenerentola d’Europa?, cit., p. 356.

[xviii] M. Piermattei, Crisi della Repubblica e sfida europea. I partiti italiani e la moneta unica, Bologna, Clueb, 2012.

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