Il Computer come oggetto e come strumento della storia

La riflessione storica che ha per oggetto i media si sofferma, di solito, nel ricostruire la storia particolare di ciascun mezzo, dando così origine ad un insieme di storie biografiche (storia della fotografia, della radio, della televisione, etc.) che raramente riescono a restituire la complessità delle connessioni tra media e storia e a descrivere l’importanza di questo rapporto.

Il medium computer, considerato nel suo duplice ruolo di oggetto e di strumento, ci conduce ad un grande crocevia di prospettive: riflettere sul rapporto tra computer e storia comporta una grande varietà di pensiero in relazione ai differenti punti di vista che si possono adottare.

Considerando il computer dal punto di vista tecnologico e analizzandolo per le sue qualità fisiche e tecniche è possibile ritenerlo una traccia del proprio tempo: il computer è a tutti gli effetti un artefatto, frutto del combinarsi della conoscenza umana in determinati ambiti e in un preciso momento, proprio come può esserlo un reperto archeologico. Racchiude nella propria natura tecnica le stesse caratteristiche del mutamento e la stessa velocità delle innovazioni tecnologiche della società che lo ha realizzato. Come prodotto è parte di un marketing mix che, per segmentare il proprio target di mercato, recepisce il momento storico in cui viene progettato, costruito e distribuito. È quindi possibile considerare il computer come fonte storica, oltre che per la sua componente progettuale, anche per il suo essere un “oggetto culturale”[i] . (1)

Da questa connessione dell’oggetto tecnico con il proprio contesto nasce una prima declinazione del rapporto tra storia e computer: la Storia dell’informatica, intesa come studio dell’evoluzione delle macchine da calcolo e dei primi automatismi per il trattamento di dati e delle operazioni aritmetiche.

In Italia esistono numerose dimostrazioni di questo tipo di approccio e molti sono gli esempi di museificazione dell’esperienza informatica: un caso è il Museo degli Strumenti per il Calcolo a Pisa, nato nel 1995 dopo sei anni di attività del “Centro per la Conservazione e lo Studio degli Strumenti Scientifici” del Dipartimento di Fisica dell’Università di Pisa, la cui gestione è affidata alla Fondazione Galileo Galilei[ii].

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Altro esempio è il Museo dell’Informatica Funzionante a Palazzolo Acreide in provincia di Siracusa. Nato nel 1994 da un’idea di Gabriele Zaverio, prima come collezione di vecchi computer restaurati e rimessi in funzione, ora si propone di raccogliere gli hardware obsoleti allo scopo di preservare il più possibile la storia dell’informatica. Il progetto è stato inserito nell’elenco delle attività culturali riconosciute dall’UNESCO ed è frutto esclusivo di volontariato. Oltre all’attività di conservazione dei computer, il gruppo di volontari tiene corsi di formazione e organizza workshop e convegni su diversi temi connessi all’informatica, come la programmazione, la storia, la sicurezza informatica, la libertà d’informazione. Simile è il caso di Mateureka, il Museo del Calcolo di Pennabilli in provincia di Rimini, nato dall’intenzione del prof. Renzo Baldoni a coinvolgere i propri studenti in un progetto scientifico che si proponeva di custodire la memoria delle invenzioni e delle idee che hanno fatto grande la storia del calcolo matematico. Oggi il museo è diventato una vera e propria collezione di materiale che si sviluppa sui quattro piani dell’antico palazzo comunale; (3)

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al suo interno possiamo trovare ricostruzioni di antiche macchine, sale-laboratorio, fino ad arrivare all’esposizione di robot e caschi per la realtà virtuale, internet e visione in 3D. [iii]

Queste esperienze guardano al computer come fonte, ovvero come latore di informazioni di un periodo storico specifico e per questo testimone di uno zeitgeist, di uno spirito del tempo.

Connesso alla prospettiva che vede il computer come un’espressione del proprio tempo è anche la sua dimensione simbolica: proprio perché è un oggetto culturale, il computer dovrebbe essere studiato insieme ai significati che racchiude come oggetto sociale perché questi, soprattutto nelle evoluzioni più recenti, hanno molto influito nella definizione della sua stessa forma, facendo del computer uno strumento per la socialità. Questo apre una serie di prospettive anche sulla dimensione etica: il computer è un particolare oggetto tecnico il cui possesso è vincolato a particolari condizioni che sono a vantaggio di parte della popolazione e ne escludono un’altra parte, dato il suo essere legato a peculiari variabili come l’utilizzo di energia elettrica, della translitterazione latina, del coordinamento occhio-mano.

Cambiando la prospettiva con la quale ci si accinge a considerare questo particolare medium, cambia anche il tipo di riflessione sul suo rapporto con la storia: se consideriamo il computer come strumento, emergono tutte le considerazioni sulle applicazioni del mezzo di elaborazione al mestiere dello storico.

L’ingresso dell’informatica nel territorio della ricerca storica è avvenuto per il trattamento di grandi quantità di dati: a partire dagli anni Cinquanta si utilizza il computer per il trattamento delle fonti seriali e statistiche[iv]. Naturalmente questa possibilità ha comportato anche conseguenze metodologiche che sono state entusiastiche, riguardo le opportunità che il mezzo elettronico offriva per la storia quantitativa, ma a volte hanno sollevato anche alcuni scetticismi dovuti alla possibilità di poter trattare con il mezzo tecnico solo alcuni tipi di dati e solo per specifici aspetti. (5)

Non vanno dimenticate, infatti, le difficoltà e le limitazioni della digitalizzazione dei dati nei primi tempi di applicazione della tecnologia informatica alla ricerca: l’uso dei grandi elaboratori presenti nei centri di calcolo presupponeva la necessità di affiancare allo storico del personale tecnico ed informatico, poiché difficilmente lo studioso aveva le necessarie competenze per comunicare con lo strumento.

Dopo le prime significative esperienze dell’applicazione di elaborazioni di tipo statistico alla ricerca storica, grazie a calcolatori in grado di riorganizzare immense serie quantitative, si ebbe un’ulteriore evoluzione connessa al mutamento delle caratteristiche stesse del computer come oggetto. (6)

La svolta nel rapporto tra storico e computer si ebbe nel periodo compreso tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, in connessione con il diffondersi del personal computer: lo studioso non deve più dialogare con un tecnico ma può avvalersi di software dotati di un’interfaccia utente che rende possibile l’utilizzo anche a chi non possiede conoscenze informatiche specifiche. Lo storico, nell’utilizzo del computer, deve quindi sviluppare particolari competenze che non sono più legate a tecnicismi ma sono frutto di una maggiore consapevolezza dello strumento e dei metodi della ricerca[v], grazie al quale può semplicemente elaborare testi e quindi scrivere articoli, saggi e libri, avvalendosi di aiuti preziosi come gli strumenti di revisione e di ricerca all’interno dei documenti o può memorizzare dati, sfruttando le possibilità catalogative e riordinative del computer. Questa possibilità mette lo studioso nella condizione di dover fare delle scelte per seguire un principio di catalogazione che renda possibile un ordine dei dati: è necessario individuare quali domande porgere alle proprie fonti per evitare di rendere inutilizzabili i dati e per evitare che la disponibilità del materiale documentario crei una sovrabbondanza caotica. È necessario, per lo storico che intenda privilegiare il rapporto diretto con le fonti, definire un proprio archivio, individuando dei criteri di memorizzazione dei documenti che ne consentano il ritrovamento selettivo attraverso una corretta tassonomia dei dati.

Ora il computer non è più solo un medium che contribuisce al lavoro dello storico eseguendo una quantità di procedure complesse o ripetitive, ma è uno strumento valido per ampliare gli orizzonti della ricerca.

La validità dell’introduzione di tecnologie informatiche in campo storico, anche a livello metodologico, risiede quindi non solo nei risultati quantitativi che possono essere ottenuti ma anche nelle nuove prospettive che il mezzo offre, grazie soprattutto all’ultima evoluzione che ha portato lo strumento computer in connessione con il web, aprendo una nuova fase dei rapporti tra computer e storia.

Come fonte, il web appare come un enorme giacimento documentario che custodisce la nostra memoria e la nostra identità, diventando una sorta di archivio della contemporaneità che demolisce le vecchie cattedrali della cultura a favore di un consumo domestico e personale delle fonti.

La migrazione digitale dei tradizionali strumenti di mediazione del sapere (cataloghi di biblioteche, inventari, pubblicazioni, etc.) ha ampliato e rinnovato la base documentaria a disposizione dello storico e non solo. Grazie al web il computer assume un ulteriore ruolo: quello di agente di storia[vi], dovuto al crescente peso nella società e alla sua capacità di costruire una comunità tendenzialmente illimitata. Da ciò nascono delle perplessità che non riguardano più soltanto la veridicità dei contenuti e la labilità delle informazioni, ma mettono in discussione l’utilizzabilità scientifica dei materiali portando, quindi, ad un vero e proprio paradosso delle fonti digitali: la pratica storiografica spesso non si avvale delle nuove fonti o vi guarda con diffidenza, in contrasto con la disponibilità di numerose testimonianze dirette fornite dai materiali caricati sul web attraverso i social network[vii].

Il computer non è più solo uno strumento di calcolo ed elaborazione, ma è soprattutto uno strumento di comunicazione, grazie anche alle evoluzioni tecniche che, ancora una volta, hanno trasformato il medium rendendolo sempre più a misura d’uomo, adatto ad essere portatile (fino a trasformarsi in tablet o smartphone) e ad essere utilizzato da tutti, anche coloro che possiedono una bassa alfabetizzazione informatica, grazie a interfacce intuitive e tecnologia touch .

Dal personal computer in poi, lo strumento non è più solo appannaggio di un uso accademico ma è diventato esperienza di ciascuno. Ne consegue un ulteriore modo di ripensare al rapporto tra computer e storia che ci porta a riflettere su un nuovo uso pubblico della storia, in cui ognuno può costruire delle narrazioni personali, approfondendo la conoscenza di determinati aspetti storici in modi completamente diversi dalle tradizionali esperienze di studio e ricerca, indagando fatti del passato e della contemporaneità, seguendo percorsi scientifici o di serendipity, restando nella propria sfera intima e domestica e senza vincoli temporali, permettendo a ciascuno di costruire propri percorsi di senso, proprie biografie e timeline e diventare consumatori e bricoleur della storia.[viii]

DIDASCALIE IMMAGINI

  1. La pubblicità dell’Apple II Personal Computer a pag. 16 del magazine Byte, Dicembre 1977. L’Apple II o Apple ][ è stato uno dei primi personal computer realizzati su scala industriale ed ebbe un enorme successo commerciale, essendo il primo computer user-friendly. Fu presentato il 16 aprile 1977 alla West Coast Computer Faire  di San Francisco.
  2. Logo del Museo dell’Informatica Funzionante a Palazzolo Acreide (SR).
  3. L’ingresso del palazzo comunale in cui ha la sua sede Mateureka, il Museo del Calcolo di Pennabilli.
  4. Piantina del quarto piano del museo Mateureka.
  5. ENIAC al Ballistic Research Laboratory (1947-1955). L’ENIAC (Electronical Numerical Integrator and Computer) è tra i primi calcolatori della storia e il primo dispositivo general purpose. Occupava circa 180mq e pesava oltre 30 tonnellate.
  6. Pubblicità dell’ IBM Personal computer 5150.  Fu presentato il 12 agosto 1981 e commercializzato fino all’aprile 1987. Il successo fu tale che venne presto “clonato” dando vita a numerosi modelli definiti PC IBM compatibili, generalmente più economici.

 


[i] Il marketing è un’attività umana in cui confluiscono differenti discipline come la matematica, l’economia, la statistica, lo studio sociologico delle masse e dei consumi, la psicologia che analizza i bisogni dell’individuo, le sue motivazioni e le dinamiche del suo inconscio.Secondo Wendy Griswold un oggetto culturale può definirsi come un significato condiviso incorporato in una forma, ed è quindi un’espressione significativa che racconta una storia. Cfr. W. Griswold, Sociologia della cultura, Il Mulino, Bologna 1997, p.26

[ii] Museo degli Strumenti per il Calcolo a Pisa ( http://www.fondazionegalileogalilei.it ).

[iii] Museo dell’Informatica Funzionante a Palazzolo Acreide (http://museo.freaknet.org/it);

Mateureka, Museo del Calcolo di Pennabilli (http://www.mateureka.it).

[iv] Il computer è stato utilizzato per analizzare serie di dati particolarmente ampie e diverse tra loro negli studi nel campo della storia politica (storia dei comportamenti elettorali e delle classi dirigenti, prosopografia), della storia economica, della storia sociale quantitativa (storia del crimine, dei movimenti sindacali, delle agitazioni sociali, ecc. ) e nelle ricerche di demografia storica. Cfr. E. Shorter, The Historian and the computer. A practical guide, Prentice-Hall, Englewood Cliff (N.J) 1971, p. 15

[v] In tempi lontani dal diffondersi del personal computer, uno storico come Le Roy Ladurie aveva già intuito quale fosse il fulcro della problematica e avvertiva che ciò che soprattutto contava, nel lavoro dello storico che si avvaleva dello strumento informatico, era il problema storiografico e non il mezzo tecnico. Cfr. E. Le Roy Ladurie, Le frontiere dello storico, Laterza, Bari, 1973, p.7; anche in S. Soldani, L. Tomassini, Storia & Computer, alla ricerca del passato con l’informatica, Mondadori, Milano, 1996, pag. 8.

[vi] “da sempre, […]gli strumenti della comunicazione […] sono stati in grado di assicurare un’efficace narrazione storica, di restituirci una conoscenza profonda delle coordinate della nostra esistenza collettiva; oggi, […] essi associano a questa potenzialità la sterminata grandezza del loro pubblico. Nessuno degli altri agenti di storia che hanno operato in età contemporanea (lo Stato, la Chiesa, i Partiti unici degli regimi totalitari) è stato in grado di costruire una comunità così tendenzialmente illimitata; nessuno di essi può più considerarsi un macroportatore unificante degli eventi, titolare di una sovranità assoluta, planetaria, così da « far convergere e intrecciare le storie locali in un’unica storia universale».” Solo grazie al web ora possiamo affermare che, non solo i mezzi di comunicazione creano tutto questo, ma il computer, che racchiude in sé tutti gli altri media, è lo strumento che più di tutti realizza questo intreccio globale e locale. Cfr. G.De Luna, La passione e la ragione, Mondadori, Milano, 2004, p. 117.

[vii] Molti dei materiali presenti sul web non sono trascurabili per il dibattito storico, essendo testimonianze dirette e spesso preziose di fatti storici. Ne sono un esempio i video, le foto o i contributi vari rintracciabili sulla primavera araba, sugli attentati terroristici, sulle grandi manifestazioni; sono tutti casi nei quali l’utente web, consapevole di trovarsi di fronte ad un fatto storico, decide di diventare testimone e condividere ciò di cui fa esperienza.

[viii] Lo stesso web fornisce vari strumenti che consentono di costruire narrazioni personali agli utenti: un esempio è Storify (https://storify.com), uno strumento che permette di raccontare una storia attraverso i social media  come Twitter, Facebook e Instagram, grazie al quale è possibile scegliere, raccogliere, organizzare e commentare le informazioni web che consideriamo rilevanti ai fini della storia che vogliamo raccontare. La sua caratteristica più interessante è, però, la possibilità che offre di seguire l’evolversi di un evento o costruire rassegne stampa.

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