Narrare il Mediterraneo: lo spazio mediterraneo contemporaneo visto dalla cinepresa

La mediterraneità, carattere mediterraneo

“Mediterraneità” è un termine che descrive l’insieme incredibilmente ricco di significati e sfumature del carattere mediterraneo. Nelle nostre menti evoca il mare e le terre che su questo mare si affacciano, i differenti popoli che le abitano, le loro culture, le loro religioni, le tradizioni. È un condensato ricco che crea un immaginario costruito grazie a suoni, colori, profumi, sapori e, naturalmente, immagini. È la sintesi di un portato storico, sociale, culturale, emozionale e sensoriale complesso da restituire.

Interrogarsi su come il Mediterraneo sia stato raccontato implica perciò il confronto con una estrema varietà di forme espressive e culturali che spaziano dal racconto popolare, al teatro, alla letteratura, alla poesia, alla musica e al cinema. Indagare le forme espressive mediterranee per ritrovare l’esistenza di un carattere mediterraneo, di un denominatore comune alle diverse popolazioni che si affacciano sul mare nostrum, può quindi portare ad un iniziale senso di smarrimento, dovuto al patrimonio ricchissimo ed eterogeneo di espressioni artistiche nel quale si incontrano le passioni e le ragioni degli scambi e dei conflitti che caratterizzano la frontiera mediterranea.

Per tentare di descrivere questo carattere mediterraneo è utile, quindi, individuare gli elementi che fanno parte dello stesso discorso conflittuale che anima questi scambi e queste interazioni: come in un grande mosaico, la mediterraneità si rivela non osservando la singola tessera, ma attraverso la visione d’insieme che compone l’immaginario al quale attinge.

Fra tutte le espressioni umane, il cinema e la musica sono le forme di comunicazione che si percepiscono come più efficaci nel ruolo di mediazione e, pertanto, quelle più utili ai fini della costruzione di una coabitazione pacifica e costruttiva fra i gruppi umani che si trovano a vivere insieme sulla sponda mediterranea proprio per la possibilità che offrono di mutuare uno scambio di valore fra culture differenti.[i] I film svolgono un’importante funzione di mediazione in quanto creano legami emotivi con lo spettatore, lo informano mostrandogli cose che non ha mai visto e rivelandogli prospettive diverse; hanno la possibilità di spiegare, diffondere idee, aiutare la comprensione facendo conoscere ciò che prima non esisteva, aprendo una grande finestra sul mondo. Quello che offrono non è solo uno sguardo, ma un interlocutore attivo che offre una propria interpretazione e incoraggia il dialogo. Il cinema, proprio perché stimola la diffusione della cultura e la circolazione d’idee, si rivela di estrema importanza sociale perché contribuisce a formare un’interculturalità che sia alla base della cooperazione fra i popoli delle sponde del mediterraneo e della mutua comprensione tra civiltà diverse.

Questo carattere mediterraneo è un sentire comune che viene avvertito e reso esplicito anche nelle contaminazioni musicali. La mediterraneità è ciò che spinge a percepire l’unità nella diversità di voci, sentimenti, stati d’animo e timbri strumentali, riscontrando tratti comuni in stili e generi diversi, grazie all’uso di strumenti musicali che testimoniano la vitalità degli scambi e delle interazioni tra le sonorità dell’area mediterranea.

Per questo loro valore culturale, la musica e il cinema possono essere strumenti transnazionali in grado di annullare le distanze ed avvicinare le persone, veicolando valori comuni tra le varie culture, per opporsi al diffondersi del pregiudizio e del conflitto, traducendosi così in una migliore conoscenza e comprensione degli altri.

 

Festival come esperienze mediterranee

A seguito della Dichiarazione di Barcellona[ii], documento guida della Conferenza Interministeriale Euro-Mediterranea del 27/28 novembre 1995, si assiste ad una spinta propulsiva che porta alla crescita di alcuni festival e alla nascita di nuovi che hanno come oggetto il Mediterraneo e la cultura mediterranea.

Questi festival sono spesso occasione di promozione e diffusione della cultura mediterranea: privilegiano il rispetto e la conservazione di valori diversi, mettono in contatto operatori del settore e costituiscono punti di incontro fondamentali di tutte le espressioni artistiche di culture locali. Sono il legame ideale fra autori, produttori e pubblico e spesso consentono visibilità a opere ed artisti grazie all’innescarsi di  circoli virtuosi di diffusione culturale.

Per quanto riguarda il cinema in particolare, va ricordato il Festival International du Cinéma Méditerranéen di Montpellier, (http://www.cinemed.tm.fr), giunto con la prossima edizione, che si svolgerà dal 25 ottobre al 1 novembre, alla trentaseiesima edizione; il Festival International du Cinéma Méditerranéen di Tetuan, la cui ventesima edizione ha avuto luogo dal 29 marzo al 4 aprile 2014; Il Mittelmeer-Filmfestival di Colonia; particolare il caso del Festival mediterraneo dei nuovi Film-Maker di Larissa, festival cinematografico indirizzato ai nuovi operatori del settore di età compresa tra i 22 e i 29 anni, che costituisce un importante fattore di promozione della città e per questo è supportato in modo importante dalle istituzioni (http://culture.larissa-dimos.gr/article.php?article_id=27&topic_id=37&level=2&belongs=9&area_id=1&lang=en); il festival di Bruxelles, nato nel 1989, che dichiara tra i suoi obiettivi quello di “contribuire allo sviluppo degli incontri e degli scambi Nord-Sud e favorire i contatti tra le professionalità del cinema Belga e mediterraneo”. Inoltre il festival Cinéma Méditerranéen de Bruxelles si definisce come “uno spazio di dialogo, un posto dove regna la passione delle scoperte, il desiderio di incontro e una serenità necessaria in un momento in cui un vento di follia soffia su certe sponde del mediterraneo”. Il festival si pone sotto il segno della scoperta e dello scambio: evoca nello stesso luogo più di venti paesi del bacino mediterraneo e si pone al servizio della tolleranza, dell’interculturalità, della cultura e dell’educazione grazie al cinema (http://www.cinemamed.be/2014/fiche.php?id=3).

Altro esempio eccellente è il MedFilmFestival di Roma, fondato proprio nel 1995, unica competizione internazionale di Roma riconosciuta fra più di quaranta paesi, che promuove collaborazioni tra nazioni vicine attraverso progetti di cinema di alta qualità con l’obiettivo di incoraggiare le relazioni sociali e umanistiche tra i paesi Euro – Mediterranei, concentrandosi in maniera particolare su film e lavori televisivi che provengono da quest’area. L’edizione di quest’anno (4 – 11 luglio) è dedicata al concetto di famiglia, specialmente attraverso il punto di vista dei giovani. Lavori partecipativi sono inoltre dedicati al tema: “Il dialogo interculturale tra i paesi Euro-Mediterranei attraverso il cinema e gli strumenti audiovisivi” (http://www.medfilmfestival.org).

 

Storie comuni di gens mediterranea

 

 

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Locandina del film Terraferma di E. Crialese, 2011.

Film: Terraferma, di Emanuele Crialese, 2011.

Trailer Ufficiale: http://www.youtube.com/watch?v=834BqSkTy_c

Premio speciale della Giuria alla 68 a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Ad ispirare Emanuele Crialese per questo film è il viso di una delle protagoniste, Sara (Timnit T.).  Il regista, infatti, vede la foto di Timnit sui giornali: è una migrante eritrea e, proprio come la protagonista del film, ha attraversato il deserto e molta violenza prima di arrivare al Mediterraneo.

 

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Il Venerdì di Repubblica, 29 luglio 2011

 

La storia di Timnit colpisce Crialese profondamente per la sua tragedia e crudità: è l’unica donna sopravvissuta insieme a quattro compagni di viaggio fra i settantanove emigranti partiti dalla costa libica su un gommone senza benzina che ha impiegato ventuno giorni per raggiungere Lampedusa[iii]. Crialese contatta così Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), e grazie a lei riesce a rintracciare Timnit per chiederle di interpretare il suo film.

Terraferma però non è la storia di Timnit; è il racconto di una famiglia d’isolani, pescatori da generazioni. Come un’attuale versione dei Malavoglia, anche la famiglia Pucillo è divisa dalle diverse scelte dei suoi componenti: Ernesto (Mimmo Cuticchio), il nonno, ha settanta anni, vero uomo di mare, è pescatore da sempre e non vorrebbe rottamare il suo peschereccio. Il nipote Filippo (Filippo Pucillo), orfano di padre, è un ventenne sospeso tra il modo di vivere del nonno e quello dello zio Nino (Beppe Fiorello) che ha abbandonato l’attività di famiglia per dedicarsi ai turisti incarnando tutti gli stereotipi del progresso divulgati da pubblicità e propaganda politica. Giulietta (Donatella Finocchiaro), la madre, è una giovane vedova, che ha perso il marito in mare e che desidera una vita diversa per sé e per il figlio. (video) La vicenda si snoda attraverso fatti che sono diventati, purtroppo, una normale quotidianità per chi vive in un’isola qualsiasi del mare nostrum: mentre sono al largo durante una battuta di pesca, Filippo avvista un barcone di migranti.

 

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Filippo Pucillo in una scena del film

 

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Il barcone di migranti, scena tratta dal film Terraferma

 

Il nonno chiede istruzioni alla capitaneria di porto che si raccomanda di mantenere a portata ottica l’imbarcazione ma di non avvicinare per nessun motivo i clandestini. Di fronte a queste istruzioni il nonno preferisce ubbidire alla legge del mare: “Io genti a mari nun ne aju lassatu mai”. E si tuffa in soccorso di un bambino e della madre incinta che stanno per annegare, andando contro il divieto delle autorità che non permette di trarre in salvo i naufraghi[iv].

Contrariamente a quanto previsto dalla legge, Ernesto decide di prendersi cura di loro finché la donna non avrà la forza di provvedere da sola al loro destino, portando la partoriente e il figlio a casa dalla nuora. La convivenza forzata tra Giulietta e la clandestina Sara (Timint T.) nel garage, attrezzato per lasciare la propria casa ai vacanzieri, tre ragazzi “del Nord” che incarnano l’Italia del continente, è fatta di silenzi e sguardi, rotti solo dal pianto del neonato e dal flebile “grazie” della donna immigrata. “No! No grazie[…]tu adesso riposare, mangiare e poi andare” è la durezza della risposta di Giulietta, combattuta tra l’aiuto ad un’altra madre e il voler preservare se stessa e il figlio dal reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

La storia è giocata sulla battaglia morale per la crescita del giovane Filippo che deve scegliere chi essere, a chi credere, da quale parte stare. Affascinato dalla bella Maura, cerca di vivere normalmente nonostante il segreto di famiglia. Una sera, per far colpo su di lei, ruba una lampara per portarla a fare un bagno al largo. La ragazza si tuffa ma, invece di una parentesi romantica, la scena evolve in un’esperienza terrificante: attirati dalla luce della lampara, un’orda d’immigrati si lancia in mare e cerca di salire sulla piccola imbarcazione. Filippo lotta e colpisce le mani dei poveri disperati che cercano un appiglio, combattuto tra la legge morale del mare, la legge dello Stato che gli impedisce di aiutare quei naufraghi, il terrore di affondare con loro che si aggrappano con le braccia che sembrano i tentacoli di un gigantesco mostro marino facendo inclinare pericolosamente la piccola imbarcazione.

Filippo entra in una crisi che lo porterà a crescere con un atto di ribellione verso il nonno, la madre, la legge, seguendo quello che è il suo senso di giustizia e la sua voglia di riscatto.

Crialese dipinge un mediterraneo che è il luogo di infinite risonanze interiori, un mare che invade con il suo azzurro l’intera superficie dell’inquadratura e racchiude sotto il suo cielo differenti visioni del mondo, principi morali e considerazioni opportunistiche, realtà dicotomiche e distanti.  Nel film è forte la tensione causata dalle ferite dell’immigrazione e le politiche migratorie, ma in tutta la storia emergono non solo le differenze di due realtà (quella turistica che copre le tracce dei migranti e quella quotidiana degli isolani che, uniti, tentano in tutti i modi di far valere le loro tradizioni e il senso etico del diritto alla vita) ma anche le similitudini di un popolo, quello mediterraneo, unito dalle stesse speranze (entrambe le madri desiderano la terraferma per il bene ognuna dei propri figli).

La somiglianza tra turisti ed emigranti è resa anche visivamente dall’arrivo/invasione dello sbarco dei turisti con il traghetto e il parallelismo tra il barcone affollato di disperati che agitano le braccia in cerca d’aiuto e quello della barca guidata dallo zio colma di turisti che ballano al ritmo di “Maracaibo” per tuffarsi infine nello stesso mare.

 

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Scena ovattata del tuffo in mare del gruppo di turisti che affollano la barca di Beppe Fiorello

 

 

 

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Locandina del film Akadimia Platonos di Filippos Tsitos, 2009

 

Film: Akadimia Platonos, di Filippos Tsitos, 2009.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=RyLIUw1tirQ

Film vincitore del premio della giuria composta dagli Studenti di Scienze Politiche di Roma Tre MedFilm Festival 2010; finalista del Premio LUX 2010 del Parlamento Europeo.

Akadimia Platonos (l’Accademia di Platone) è un quartiere popolare di Atene in cui vive il protagonista della storia, Stavros (Antonis Kafetzopolous), non più giovanissimo greco figlio del suo tempo, cresciuto in una nazione dove il sentimento di appartenenza è molto forte. La vita del protagonista è scandita ogni giorno dalla stessa monotona routine: apre la saracinesca del suo emporio, appende su un filo i quotidiani e dispone le sedie sulle quali trascorrerà la giornata insieme ai suoi amici, anche essi proprietari di piccoli negozi che si affacciano sulla stessa piazzetta.

 

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Scena dal film. Il gruppo di amici nella loro monotona routine

 

Il loro tempo scorre tra bevute, sigarette e calci al pallone in mezzo alla strada. Orgoglio del gruppo di amici è il cane Patriot che, secondo il suo padrone, abbaia solo agli albanesi. La storia si svolge in un momento delicato della vita di Stavros: la sua ex fidanzata, che lui ama ancora, convive con un altro uomo, la madre ha da poco avuto degli episodi ischemici che l’hanno resa apparentemente assente dalla realtà e lui trascorre le sue notti insonne.

Durante una giornata tipica, mentre un gruppo di cinesi sta lavorando per allestire un negozio di prossima apertura, gli amici scommettono sul talento particolare di Patriot: secondo Stavros il cane abbaierebbe a chiunque, anche ad uno di loro, non solo agli albanesi. Quando gli si avvicina, il cane inizia ad abbaiare. Tutti restano stupiti finché non si accorgono che sta attraversando un albanese: Marenglen (il cui nome è formato dalle prime lettere di Marx, Engels e Lenin, come spiegherà lo stesso personaggio durante il film). Il gruppo di amici schernisce il malcapitato intonando “Albanese, non sarai mai un greco”, lo stesso coro cantato da alcuni gruppi fascisti infiltrati tra la folla festeggiante per la vittoria greca della Coppa UEFA 2004 e che impedivano ai non greci di partecipare[v].

 

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La madre del protagonista (Titika Sarigouli)

 

A interrompere il gruppo di amici è la madre di Stavros che scossa dal suo torpore si rivolge all’uomo chiamandolo “Remzi”. Da qui in poi la vicenda assume una sfumatura surreale per il povero protagonista: nello stesso giorno si ritrova Marenglen a pranzo e scopre che la madre si è finalmente rianimata ma, misteriosamente, parla un perfetto albanese.

Tutto questo è dovuto ad una vecchia foto che l’albanese porta con sé e che è l’unico ricordo che ha della sua famiglia scappata all’improvviso dall’Albania in Grecia quando lui era ancora piccolo. La madre sembra riconoscere nella foto di Marengel il figlio Remzi, un neonato Stavros e se stessa da giovane. Stavros non può accettare che questa sia la realtà delle cose perché farebbe di lui non un fiero greco ma, bensì, un albanese:

Stavros: Non voglio sentire niente, né sulla foto, né su ciò che ha detto la mamma. Niente!

Marenglen: La mamma mi ha raccontato la sua storia.

Stavros: Io non ti voglio qui!

Marenglen: Perché non posso farle visita qualche volta?

Stavros: È casa mia ok? Io non ti voglio in casa mia.

Marenglen: Perché?

Stavros: Non voglio albanesi in casa mia.

Marenglen: Sei un albanese anche tu.

Stavros: Io non lo sono.

Marenglen: Sì lo sei. Mamma parla albanese.

Stavros: E allora? Mamma parla albanese. E Allora? Lei può parlare albanese ma io non sono albanese. Questo è tutto! E anche se fossi albanese, non sarei come te. Noi siamo diversi, giusto?

Marenglen: Giusto.

Il gruppo di amici si ritrova a dover riflettere cosa renda Stavros greco: la sua nazione di nascita o il modo in cui ha vissuto finora. Soprattutto, una domanda su tutte li attanaglia: potranno ancora essere amici?

Il mare non è presente nel film, ma attraverso una storia verosimile a tante altre comuni della Grecia di oggi, come in tutte le realtà di confine e di migrazione, Akadimia Platonos fa emergere in modo diretto e ironico le contraddizioni connesse al pregiudizio, facendoci riflettere sulle nostre comuni radici, in cui “l’altro” non è che una differente versione di un “noi” mediterraneo.

 

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I protagonisti Stavros (Antonis Kafetzopoulos) e Marenglen (Anastasis Kozdine)

 

 

Suoni e immagini dal mediterraneo

Album: Fabrizio De Andrè – Creuza de mä (1984)

 

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Copertina dell’album Creuza de mä, F. De André, 1984

Creuza de ma (la via del mare[vi]), è uno degli album del cantautore Fabrizio De André, pubblicato nel 1984 e realizzato con la collaborazione di Mauro Pagani[vii]. Definito dalla critica come uno dei migliori dischi del decennio ottanta[viii], non è altro che la rappresentazione di un viaggio nel Mediterraneo, che ha come punto di partenza e di arrivo la città di Genova, ma i cui personaggi si muovono lungo tutto il bacino del Mediterraneo, Africa del Nord e Vicino Oriente compresi.[ix]

Attraverso sette canzoni (Creuza de ma, Jamìn-a, Sidùn, Sinàn Capudàn Pascià, A pittima, A dumenega, D’a me riva) l’albumparla di luoghi e persone del Mediterraneo. Particolare è il ritmo: la scansione musicale consente di raccontare storie e luoghi così diversi con un’unica unità musicale caratterizzata da differenti ritmi; il mare, il viaggio, la sofferenza e le passioni sono i soggetti fondamentali attorno ai quali sono costruiti i testi in dialetto genovese. Grazie alla capacità strumentale di Pagani e al suo lavoro di ricerca sulla musica etnica mediterranea, questi temi vengono espressi anche sul piano musicale, grazie all’apporto di strumenti tipici della tradizione popolare: l’uso dello shannaj in Jamin-a, dello zarb o darabouka, dell’Oud o ūd, della chitarra saracena o Saz, del bouzouki, delle mandole e dei mandolini, aggiungono all’arrangiamento musicale sonorità provenienti dalle coste del Nordafrica, dei Balcani, dalle sponde elleniche e mediorientali, per un’opera senza confini che rappresenta tutto il mondo del Mediterraneo; l’atmosfera mediterranea è resa non solo attraverso il ricorso alle sonorità degli strumenti tradizionali del mare nostrum, ma anche grazie all’aggiunta di contributi non musicali registrati in ambienti portuali o marinari come, ad esempio, le voci dei venditori di pesce del mercato ittico di Piazza Cavour di Genova[x].

Creuza de mä è un flusso continuo di suoni strumentali e vocali: non tanto canzoni, in cui la musica si adatta al testo e viceversa, quanto veri e propri incontri tra i fonemi dell’idioma genovese – con le sue tonalità basse e gutturali, le liaisons, le vocali modulate – e i suoni di strumenti etnici dell’area mediterranea, dalla gaida macedone alla chitarra andalusa, dallo shannaj turco al liuto arabo. È il frutto di una lunga e appassionata ricerca sulle affinità morfologiche che si ritrovano nel patrimonio musicale di tutti i popoli del bacino mediterraneo, siano africani, europei o asiatici, e non solo di quelli, poiché le strade di diffusione delle culture – del modo di raccontare i miti come di quello di fare musica – risalgono a tempi arcaici, travalicano, qualche volta, le vie dei commerci, e disegnano un atlante nuovo e insospettato delle forme della creatività umana[xi].

L’uso di una tale strumentazione fa intuire che l’album non parli solo di Genova, pur se è cantato in lingua genovese, ma di tutte le città di mare che affacciano sul Mediterraneo (Sidùn è la città di Sidone in Libano), delle differenti culture che si riuniscono tutte in ritmi, gesti, e vocaboli che si sono mischiati e uniformati per necessità di contatto e per affinità di culture.

Anche l’uso della lingua genovese, con la ricerca di termini arcaici spesso difficili da comprendere pure per i nativi, diventa una scelta naturale se si pensa a quante parole mutuate dall’arabo, dal greco, dal portoghese e dal catalano vi siano presenti e sopravvivano ancora oggi. Come afferma lo stesso De André: “Credo che il genovese sia fra gli idiomi neolatini quello che ha più importazione di fonemi arabi, che coinvolgono quindi tutto il Mediterraneo” [xii] .

 

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Locandina del film Il colore del vento. Un viaggio nel Mediterraneo sulle tracce di Creuza de mä, di Bruno Bigoni, 2011

 

Docu-film: Il colore del vento. Un viaggio nel Mediterraneo sulle tracce di Creuza de mä, di Bruno Bigoni, 2011.

Trailer ufficiale: http://www.youtube.com/watch?v=t5noKJwRDJI

 

Il colore del vento è un racconto per immagini della civiltà mediterranea che prende spunto dall’album Crêuza de mä realizzato da Fabrizio De André e Mauro Pagani. Il Colore del Vento è una produzione di Minnie Ferrara & associati patrocinato dalla Fondazione Fabrizio De André.

Il film racconta il viaggio di una nave mercantile nel Mar Mediterraneo, il cargo Onda Blu.

 

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Il cargo de Il colore del vento

 

Allarga volutamente i confini del viaggio di De André, individuando nei marinai di uno dei tanti cargo che solcano il mare, i protagonisti di questo film. La nave, nei quindici giorni del suo percorso, abbraccia tutto il Mare Mediterraneo, partendo da Barcellona, passando da Tangeri, Bari, la Tunisia, il Libano, Lampedusa e Dubrovnik, per approdare infine a Genova. In ogni porto racconta una storia diversa ed ogni storia è raccontata anche in un modo diverso; la cifra stilistica si adatta di volta in volta al personaggio che parla: dall’intervista classica alla donna albanese, al documentario reportage sul popolo lampedusano, alla docu-fiction con una giovane attrice che interpreta una bambina degli anni novanta a Dubrovnik durante la guerra del ‘91, all’utilizzo di materiale di repertorio per raccontare l’anarchia nella Barcellona del 1936  e l’importanza che ebbe in quella città di mare.

Il regista cerca così di raggiungere il pubblico attraverso formule diverse che comunque conservano una continuità visiva, proprio per rendere anche a livello espressivo la complessità del mediterraneo, delle sue storie, delle sue differenze, che però rivelano l’unità ad una visione d’insieme.  Il viaggio è così scandito dalle storie che vivono o sono state vissute sulle coste di questo mare, elemento di continuità narrativa.

 

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Conxa Pérez e Ariadna Fitos y Frutos in una scena dell’opera di Bigoni

 

La prima storia che incontriamo è una sorta di prologo: la protagonista è Concxa Pérez, l’ultima delle mujeres libres, combattenti anarchiche della guerra del trentasei[xiii], che attraverso il suo racconto ci dà una testimonianza unica quei giorni indimenticabili. Il viaggio prosegue poi per Tangeri, la “Porta d’Africa”, la città africana più vicina all’Europa, dove il Mediterraneo si fonde con l’Atlantico e la Spagna è vicinissima, tanto che il mare rappresenta le speranze di un futuro per i giovani abitanti che sognano di attraversare quella lingua blu per avere la possibilità di migliorare la loro vita.

 

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Tangeri in una inquadratura del film

 

È poi la volta di Bari che, per la sua posizione, raccoglie i flussi d’immigrazione provenienti dall’est e dove Violeta ci parla delle difficoltà di integrazione per chi il mare lo ha già attraversato e dopo essere approdato sulle nostre coste deve affrontare difficoltà burocratiche e pregiudizi. Il mercantile punta poi verso Sousse, città Tunisina, dove la cantante Mouna Amari e il musicista Mauro Pagani, con la commistione delle loro sonorità musicali, si pongono l’obiettivo di gettare un ponte tra oriente e occidente, per dimostrare che il Mediterraneo è il mare nostrum, un mare che dovrebbe unire e non separare. Da questo sodalizio nasce una versione inedita della canzone Sidùn, Sidone, città libanese martoriata dalla guerra in quanto oggetto di scontri e bombardamenti nei conflitti israelo-palestinesi, che nel documentario rivive in immagini di repertorio e nella memoria di marinai.

Altra tappa del viaggio è Lampedusa che, per la sua posizione più vicina alle coste tunisine pur essendo italiana, è una delle mete delle rotte dei migranti africani del Mediterraneo centrale e dove il fenomeno degli sbarchi degli immigrati è imponente. Il viaggio poi riprende verso Istanbul per salire verso l’Adriatico. Qui il mare rinnova la memoria di Ivana, oggi trentenne abitante di Dubrovnik, città della Croazia meridionale, penultima tappa del viaggio, che nelle pagine del suo diario, scritto quando era bambina durante la guerra civile del 1991, descrive l’arrivo delle navi da guerra e i bombardamenti sulla città. Nei suoi ricordi e in quelli raccolti dai suoi concittadini al tempo adulti, il mare è insieme fonte di pericolo e di salvezza.

La nave infine ritorna gettando l’ancora nel porto di Genova, uno dei più grandi del Mediterraneo e d’Europa. Questa città, come le altre del viaggio, ha una storia legata al mare da raccontare. Dal mare, infatti, arrivano le donne nigeriane che sono costrette a prostituirsi, fino all’estinzione di un debito nei confronti di organizzazioni criminali spesso gestite da donne, le maman, che le privano dei documenti e le sfruttano, facendo svanire il loro desiderio di libertà e di riscatto sociale.

Le storie ne Il colore del vento sono per lo più storie femminili che parlano di donne che cercano di cambiare la propria vita e il proprio destino attraversando il mare o che con il mare hanno un rapporto diretto, un legame intimo. Il film è un viaggio che mostra le atmosfere delle città che tocca e i sogni di chi ci vive, raccoglie le tracce di differenti culture, descrive le ferite del passato e del presente di questo Mediterraneo che ci appartiene culturalmente e storicamente e che dovrebbe perciò unire e metterci in comunicazione ma che, purtroppo, invece di favorire l’incontro e la conoscenza tra popoli e culture diverse è diventato un muro che separa.

 

 

 


[i] Nel 2008 Romano Prodi, in occasione della VIII Conferenza Permanente dell’Audiovisivo Mediterraneo (COPEAM) a Salonicco afferma: “Spetta ai media, in particolare a quelli audiovisivi, contribuire alla costruzione, nel Mediterraneo, di una nuova era di cooperazione e di sviluppo comune che non può limitarsi all’economia e agli scambi commerciali, ma deve essere culturale.” La COPEAM è una organizzazione interprofessionale e multiculturale  senza scopo di lucro, foro permanente degli operatori del settore audiovisivo. L’obiettivo dei partecipanti è favorire il dialogo fra le due sponde e fare del sistema audiovisivo un grande strumento di dialogo e di pace per la regione mediterranea.

[ii] La Dichiarazione di Barcellona è l’atto fondatore di un partenariato globale tra l’Unione europea (UE) e dodici paesi del Sud del Mediterraneo, il cui scopo è di rendere il Mediterraneo uno spazio comune di pace, stabilità e prosperità, attraverso il rafforzamento del dialogo politico e sulla sicurezza, la cooperazione economica e finanziaria, sociale e culturale.

 

[iii] Il gommone è partito da Tripoli il 28 luglio 2009 ed è sbarcato a Lampedusa il 20 agosto 2009. Delle settantotto persone stipate nel gommone, si salvarono solo in cinque. Lei era l’unica donna.

[iv] La legge del mare è quella di chi in mare ci vive, i pescatori. Le nuove regole sono contrarie a quelle della tradizione: Il Testo unico sull’immigrazione, così come modificato dalla legge 189 del 30 luglio 2002, la cosiddetta Bossi-Fini, recita “Il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, destinato a colpire coloro che compiano atti diretti a procurare l’ingresso illegale nel territorio dello Stato di uno straniero, ovvero diretti a procurare l’ingresso illegale in altro stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente” e prevede la reclusione da quattro a quindici anni e una multa di 15.000 euro per ogni persona. (comma 3 art.12, D.lgs 286/1998)

[v] Va ricordato come in Grecia, la categoria generale dello straniero sia progressivamente slittata verso l’accezione di clandestino, a sua volta identificato con l’immigrato albanese che impersona lo stereotipo del criminale pericoloso, malgrado le statistiche criminali non avvalorino questo giudizio. (G.B. Dertilis, “Dall’emigrazione all’immigrazione: Grecia, 1989-2000”, in Conflitti, migrazioni e diritti dell’uomo, 2002, pp. 157-82)

[vi] La creuza o crosa è nel dialetto genovese una stradina suburbana che scorre fra due muri che solitamente determinano i confini di una proprietà. La creuza de mar però richiama in modo poetico le increspature sul mare calmo che tracciano striature argentate o scure come se fossero delle  strade sull’acqua.

[vii] Mauro Pagani, compositore, arrangiatore, polistrumentista, già fondatore, cantante, flautista e violinista della P.F.M. (Premiata Forneria Marconi), collaborerà con De André sino al 1999, anno della morte del cantautore.

[ix] Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, Coniglio editore, Roma, 2009, p. 72.

[x] Da una nota riportata sulla copertina interna dell’album.

[xi] Doriano Fasoli, Op. cit. pag. 233.

[xii] Idem, pag. 63

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