9th International Conference on Urban History, Lione (FRA) 27-30 agosto 2008

La EAUH (European Association for Urban History) organizza i suoi congressi a cadenza biennale come occasioni di confronto tra storici, urbanisti, storici dell’arte e dell’architettura, antropologi, geografi, sociologi e quanti altri studiosi individuino nella storia della città un elemento centrale e distintivo della propria attività di ricerca. Il suo nono congresso, Comparative History of European Cities, si è svolto a Lione, in Francia, tra il 27 e il 30 agosto 2008. Articolato in 56 sessioni (23 principali, 27 specialistiche e 6 tavole rotonde), esso ha visto la partecipazione di oltre 500 studiosi delle più diverse nazionalità ed afferenze disciplinari. Molto consistente, in particolare, la delegazione italiana, seconda per numero di partecipanti solo ai “padroni di casa” francesi.

 Le varie sessioni erano dedicate a una molteplicità di tematiche, tra le quali – al di là del comune ancoraggio alla dimensione urbana – risulta difficile individuare ulteriori elementi unificanti. Per dare solo un’idea approssimativa dell’eterogeneità dei titoli (e rimandando per un elenco completo alla pagina web http://eauh.ish-lyon.cnrs.fr/browse_sessions.php), si spaziava da Around the property (XIIth-XVIIIth century) a Environmental and Social Inequalities in the City since 1800, e da Visionary Urbanism: Photographic, Filmic and Digital Representation a Innovative Cities from the Renaissance to 2000, fino a Generalization and Synthesis in European Urban History. Nell’impossibilità di dar conto di un gran numero di sessioni, in questa scheda ci si concentra sulle più interessanti tra quelle cui chi scrive ha avuto modo di partecipare.
 Si è distinta per organicità di impianto e coerenza delle relazioni la sessione M5 Disability and the City : European Perspectives, dedicata al rapporto tra ambiente urbano e disabilità sia fisica che mentale. Ad un’illustrazione della nascita e dell’evoluzione della disability history, settore di studi tanto giovane quanto promettente per il suo impianto teorico, hanno fatto seguito una serie di paper dedicati a studi di caso. Mary Clare Martin ha presentato un’analisi della rappresentazione delle persone disabili nella letteratura per l’infanzia tra il 1850 e il 1950, mettendo in evidenza un netto slittamento nella percezione dell’ambiente rurale e di quello urbano, con quest’ultimo che nell’arco di tempo considerato evolve da contesto pericoloso per l’integrità psico-fisica delle persone a luogo di opportunità e cura. Interessante, in rapporto al tema della percezione della città come ambiente a rischio, anche la relazione di Bruno Vanobbergen dedicata ai bambini di estrazione popolare affetti da rachitismo e scrofolosi che nel tardo XIX secolo venivano trasferiti da Bruxelles per un periodo di cura presso gli ospedali marini, precursori sia dei moderni sanatori che delle colonie marine.
 All’edilizia residenziale per le classi popolari e alle pratiche di controllo sociale era invece dedicata la sessione M10 Popular Housing and social control in the European cities, XVIIIth-XXth centuries, coordinata da Catherine Denys e Thibault Tellier, che in apertura hanno illustrato lo stato dell’arte della ricerca in materia. Di particolare interesse l’intervento di Stephanie Van Houtven sul quartiere Seefhoek di Anversa e le sue cités ouvrières nel tardo XIX secolo, in cui venivano illustrati i diversi meccanismi di regolamento dello spazio urbano e controllo sociale attivati sia dalle autorità locali promotrici degli interventi di edilizia popolare che dagli abitanti stessi delle cités ouvrières. Accurato e stimolante anche il paper preparato a quattro mani da Fernando Salsano e Alice Sotgia, che hanno fatto il punto sul caso di Roma attraverso una sintetica presentazione degli interventi di edilizia popolare e del loro intrecciarsi con le politiche di assistenza e di controllo sociale dall’età liberale fino all’ultimo quarto del secolo scorso.
 Incentrata sul rapporto tra la pianificazione urbana e il perseguimento della felicità, in un’ottica di lungo periodo, la sessione M9 Urban Planning and the Pursuit of Happiness (Renaissance-present), nell’ambito della quale chi scrive ha presentato un paper dedicato alla progettazione e alla promozione commerciale di Casalpalocco, sobborgo romano “all’americana” degli anni Sessanta-Settanta, che è stato analizzato in relazione ai valori e alle aspettative in termini di stili di vita dei ceti medi e borghesi cui era destinato. Tra gli altri contributi della sessione si segnalano quello di Friedrich Jacek sui progetti per la ricostruzione di Varsavia dopo la seconda guerra mondiale, quello di Mart Kalm sui modelli residenziali urbani adottati per l’edificazione dei centri delle fattorie collettive nell’Estonia sovietica e quello di Clarisse Lauras sul complesso di Firminy-Vert, realizzato in una piccola città francese negli anni Cinquanta, dove le prescrizioni dei pianificatori, che dall’ambito architettonico e urbanistico sconfinavano ampiamente in quello della vita quotidiana, si confrontavano e scontravano con le abitudini e i comportamenti dei residenti.
 E proprio al contrastato rapporto tra i progetti degli urbanisti e dei pianificatori e le pratiche degli abitanti o di coloro che comunque vivono gli spazi urbani era dedicata la sessione S24 Urban diversity: Planning and defining vs. living and experiencing, organizzata da Syrjämaa Taina a partire dalle suggestioni sulle pratiche quotidiane come forme creative di appropriazione dello spazio derivate dall’opera di Michel De Certeau. Di grande interesse due paper: quello di Frances Holliss sulla tendenza contemporanea alla proliferazione di forme miste di residenza e lavoro, che mette in crisi la netta distinzione spaziale tra le due sfere risalente alla rivoluzione industriale; e quello di Kirsi Saarikangas sulle relazioni tra lo spazio edificato, la natura circostante, le esperienze quotidiane degli abitanti e le loro percezioni e sensazioni nei forest suburbs finlandesi del secondo dopoguerra, il cui dinamico e stratificato “spazio vissuto” è stato analizzato attraverso un ricco corpus di memorie scritte degli abitanti raccolto negli anni Novanta.
 Di tutt’altro taglio la sessione M20 Big Buildings: Concepts of Competition and Order since the 19th Century, incentrata sugli edifici di grandi dimensioni la cui realizzazione, resa possibile dai nuovi materiali e tecniche di costruzione affermatisi a partire dal XIX secolo, ha segnato in profondità il paesaggio urbano di molte città, intrecciandosi strettamente con le loro trasformazioni politiche, economiche, sociali e culturali. Ben due i casi di studio presentati su Roma: Britta Hentschel ha descritto l’impatto del Vittoriano sull’assetto urbano e la configurazione simbolica della nuova capitale italiana a cavallo tra XIX e XX secolo, mentre Vittorio Vidotto ha analizzato Corviale, un massiccio complesso di edilizia popolare lungo quasi un chilometro costruito tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, concentrandosi sia sul carattere utopico del progetto che sul profilo sociale degli abitanti e sulle loro pratiche di appropriazione dello spazio urbano (spesso sconfinanti nell’occupazione abusiva di alloggi e spazi destinati ai servizi collettivi).
 Merita segnalare, infine, la sessione M18 Urban Governance Since 1945: State, Welfare and Civic Society, nell’ambito della quale sono state discusse le forme di governo della città nella seconda metà del Novecento, con particolare riguardo al ruolo dei poteri pubblici di livello sia locale che statale, alle politiche di welfare con le relative istituzioni, e all’azione delle associazioni di cittadini. Particolarmente stimolanti i paper di Simon Gunn sulle strade di circonvallazione costruite intorno alle città inglesi di Leicester e Bradford; quello di Kenny Cupers sul grand ensemble di Sarcelles, intervento di edilizia sociale divenuto il luogo forse più emblematico delle contraddizioni della banlieue parigina; e quello di Paul Hess sui programmi di costruzione di edifici per appartamenti nei sobborghi di Toronto.
 Nel complesso, nonostante il carattere un po’ dispersivo inevitabilmente dettato dall’elevato numero di partecipanti e dall’eterogeneità degli argomenti in discussione, il congresso ha rappresentato una buona occasione per farsi un’idea dello stato dell’arte della ricerca nel campo della storia urbana a livello internazionale e per assistere alla presentazione di vari paper di taglio interessante e di buona qualità. In conclusione, non resta che aggiungere che l’appuntamento per il prossimo congresso della EAUH è fissato per i primi di settembre 2010 a Gand, in Belgio.
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    By: Sante Cruciani

    Sante Cruciani, ricercatore a tempo determinato (tipo b) in Storia delle relazioni internazionali all’Università della Tuscia. Si occupa del processo di integrazione, delle culture politiche e sindacali della sinistra europea, delle rappresentazioni mediatiche della guerra fredda. Tra le sue pubblicazioni: L’Europa delle sinistre. La nascita del Mercato comune europeo attraverso i casi francese e italiano (1955-1957), Carocci, 2007; Passioni politiche in tempo di guerra fredda. La Repubblica di San Marino e l’Italia repubblicana tra storia nazionale e relazioni internazionali (1945–1957), Università di San Marino, 2010. È curatore di: Bruno Trentin e la sinistra italiana e francese, École Française de Rome, 2012; Il socialismo europeo e il processo di integrazione. Dai Trattati di Roma alla crisi politica dell’Unione (1957-2016), FrancoAngeli, 2016.  Insieme a M. Ridolfi, ha recentemente curato i volumi L’Unione Europea e il Mediterraneo. Relazioni internazionali, crisi politiche e regionali (1947-2016), FrancoAngeli, 2017; L’Unione Europea e il Mediterraneo. Interdipendenza politica e rappresentazioni mediatiche (1947-2017), FrancoAngeli, 2017. È condirettore della rivista digitale www.officinadellastoria.eu.

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