Recensione: Laura Scichilone. L’Europa e la sfida ecologica.

Il volume pubblicato da Laura Scichilone per i tipi de “il Mulino” esce proprio mentre il dibattito politico e nella società civile sulla questione ambientale si fa sempre più intenso e successivamente alla conclusione, parziale, di un aspro quanto spigoloso confronto fra il Governo italiano e la Commissione europea incentrato sui costi della politica ambientale dell’UE. Proprio in questo contesto, così animato, il libro ha il primo grande merito di fare chiarezza su alcuni snodi fondamentali che hanno accompagnato l’elaborazione e l’implementazione della politica ambientale europea: questo in quanto l’utilizzo dell’approccio diacronico ha permesso all’autrice di fornire un contributo essenziale, la cui mancanza si avvertiva nel campo della politica ambientale come per altre politiche europee, ad una letteratura settoriale che raramente si è preoccupata di mettere in relazione lo sviluppo di una politica comunitaria col contesto storico-politico che ne ha scandito le tappe, finendo per privilegiare il più delle volte gli aspetti tecnici.

Allo stesso tempo, il volume rappresenta una sorta di versione in piccolo, un microcosmo, della storia generale percorsa dal processo di integrazione europea anche perché l’ambiente rappresenta uno dei terreni per eccellenza sul quale si sono resi palesi i limiti dello Stato nazionale, delle frontiere. Dallo studio della politica ambientale, infatti, è possibile risalire al cammino compiuto dalla CEE/UE, ad esempio, le contraddizioni, il ruolo delle istituzioni comuni, l’assenza di un diretto controllo democratico come quello che si ha all’interno dei vari Stati membri, il problema dell’allargamento ad Est, i conflitti tra i vari membri. Da questo punto di vista, nel volume si può leggere implicitamente una ri-lettura positiva dell’Atto Unico Europeo – all’interno del quale per la prima volta furono inseriti riferimenti alla politica ambientale – che troppo spesso è stato studiato solo dal punto di vista delle modifiche operate all’architettura istituzionale o in relazione al progetto di trattato approvato dal Parlamento europeo nel febbraio del 1984. Soprattutto negli ultimi capitoli del libro si mette in rilievo come l’insussistenza dei confini degli Stati nazionali di fronte alle problematiche ambientali sia divenuto evidente anche per la stessa CEE/UE: emerge sempre più chiaramente, in altre parole, come preservare l’ambiente e rendere con esso compatibili le attività umane sia un problema di dimensioni mondiali che richiede, pertanto, risposte globali – infatti, nel volume si pone l’accento sull’azione internazionale della UE in occasione delle conferenze di Rio e di Kyoto.

Lo studio compiuto da Laura Scichilone prende le mosse dalla fine degli anni Sessanta, quando si esaurisce progressivamente la fase del boom economico che ha incrementato “l’impatto delle attività umane sull’ambiente” oltre ad aver suscitato una profonda quanto drastica ridefinizione “nella gerarchia delle fonti di energia”(p. 32) con l’ascesa dell’importanza strategica della risorsa petrolifera. L’autrice mette in rilievo come l’aspetto ambientale non fosse previsto dai Trattati di Roma, se non indirettamente – sancendo la possibilità che la CEE agisse in quei settori che, seppur non regolamentati dal Trattato, potevano risultare coinvolti dal processo di formazione del mercato unico: tuttavia, lo sviluppo stesso del processo d’integrazione ha richiesto progressivamente l’intervento comunitario – si cita come esempio la regolamentazione dei gas di scarico delle automobili e l’azione della Corte di Giustizia.

Nel dipanarsi del volume, emerge limpidamente come lo sviluppo della politica ambientale europea sia avvenuto spesso in seguito ad accadimenti ed eventi internazionali sganciati dalla volontà politica dei membri della CEE: è il caso della crisi energetica dei primi anni Settanta, che evidenzia la “vulnerabilità” (p.102) delle risorse energetiche e che comporta tra l’altro, come sottolinea Laura Scichilone, l’esplosione dell’uso civile del nucleare: l’opzione nucleare, scrive l’autrice, fu vista dall’Europa occidentale come la possibilità “di perpetuare lo sviluppo economico-sociale che aveva conosciuto negli anni Sessanta, nonché i modelli di vita e di consumo che si erano ampiamente affermati” (p. 93). Proseguendo in questo filone, ugualmente, si pone l’accento sul ruolo svolto dagli incidenti, dalle prime catastrofi ambientali, nel determinare un salto nell’evoluzione della politica ambientale; ampiamente trattato, da questo punto di vista, è la nota vicenda che avvenne a Seveso nel luglio del 1976: fu in quell’occasione, sottolinea l’autrice, che per la prima volta i mass media e l’opinione pubblica si interessarono massicciamente della questione ambientale. Con la medesima attenzione sono trattati i casi dell’incidente alla centrale di Chernobyl nel 1986 e della conflittualità nel dibattito italiano sul nucleare – in particolar modo in relazione alla vicenda della centrale di Montalto di Castro nel viterbese – un dibattito che proprio a cavallo tra il 2008 e il 2009 ha ripreso vigore e che rende il volume, ancora una volta, importante quanto attuale. Proprio osservando quanto succede nei vari incidenti che costellano l’evoluzione della politica ambientale europea, Laura Scichilone si sofferma con dovizia di particolari sull’analisi dei programmi europei per l’ambiente, cercando di evidenziare come si sia passati da un approccio correttivo ad uno teso alla prevenzione: questo aspetto rappresenta sicuramente una delle chiavi di lettura più interessanti ed originali dello stesso volume.
Dal punto di vista delle culture politiche, si mette bene in luce come proprio dai primi incidenti prenda forma e maturi una vera e propria “opzione culturale e politica ambientalista” (p. 117) attraverso la nascita e il radicamento, soprattutto nel Nord Europa ed in Olanda, dei partiti “Verdi”: il collegamento tra lo sviluppo della politica ambientale e le diverse posizioni politico-partitiche, messe in secondo piano dalla stessa architettura istituzionale comunitaria, meriterebbe forse di essere approfondito proprio per capire il ruolo giocato dalla tematica ambientalista nell’arena politica europea – anche attraverso lo studio della federazione transnazionale dei “Greens”, forse la federazione più vicina a costituire un vero “partito europeo” – come in quella delle varie realtà nazionali e come la politica può rispondere alle sfide ambientali ormai di dimensione globali. Tanto è vero, che nelle ultime righe del volume, l’autrice ritiene di dover trarre la conclusione che sia sempre più necessario riproporre sull’ambiente “un confronto fortemente ‘ideale’ e sganciato dai ‘tecnicismi’ a cui l’Unione europea è sovraesposta” (p. 281).
L’azione delle “lobby” politiche e associazionistiche di matrice ambientalista concorre anche al salto di qualità che si ebbe con il Trattato di Maastricht dove l’ambiente, e la crescita sostenibile – per la prima volta fu utilizzata tale espressione – non sono più solo una politica della UE, ma suoi obiettivi fondamentali. Questo passo importante è tuttavia letto da Laura Scichilone con forte spirito critico sottolineando “il ‘vizio’ con il quale l’UE ha promosso l’idea della sostenibilità, cioè non mettendo in discussione i modelli di vita e di consumo della società europea, i quali sono concausa della crisi e degli squilibri ambientali, a cominciare dal divario ecologico ed economico fra i paesi del cosiddetto ‘Nord del mondo’ e quelli del cosiddetto ‘Sud’” (p. 279).
In conclusione, il libro di Laura Scichilone risulta innovativo almeno sotto due punti di vista: 1) per l’utilizzo dell’approccio storico applicato alla politica ambientale europea, che permette agli storici contemporaneisti di iniziare a colmare un gap che rischiava di essere ripianato esclusivamente da altre discipline – ad esempio dalla politologia – le quali però hanno obiettivi scientifici e di conoscenza diversi; 2) perché offre un contributo allo studio della storia dell’integrazione europea, e del complesso rapporto tra Stati membri e istituzioni comunitarie, partendo da un case study specifico quanto originale.
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    By: Massimo Piermattei

    Massimo Piermattei, curatore del numero, è professore a contratto di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università della Tuscia e membro del teaching staff della cattedra Jean Monnet “l’Europa mediterranea nell’integrazione europea: culture e società, spazi e politiche”. Le sue ricerche sono incentrate sull’europeizzazione dell’Italia e dell’Irlanda, sull’evoluzione della regione mediterranea nella storia del processo d’integrazione europea e sui partiti europei. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Crisi della repubblica e sfida europea, Bologna, Clueb 2012; Territorio, nazione, Europa: le presidenze Cossiga, Scalfaro e Ciampi, in “Presidenti. Storia e costumi della Repubblica, nell’Italia democratica”, ed. by, M. Ridolfi, Roma, Viella, 2014; On the Mediterranean shores of EU: geography, identity, economics and politics, in C. Blanco Sío-López, S. Muñoz, ed. by, Converging pathways. Spain and the European integration process, Bruxelles, Peter Lang, 2013.

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    L’Europa mediterranea nell’integrazione europea: spazi e culture, economie e politiche
    Le destre tra sovranità nazionale, localismi e sfida europea
    Officina della Storia. Indice n. 7 / 2011

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