Recensione: Carmine Pinto. Il riformismo possibile. La grande stagione delle riforme

Il saggio di Carmine Pinto, ripercorrendo la storia, l’evoluzione e il sostanziale fallimento del riformismo di matrice socialista nel primo quindicennio del dopoguerra in Italia, assolve ad una importante funzione cui troppo spesso la storiografia contemporanea si sottrae: e cioè la possibilità di chiarire attraverso la ricerca e la riflessione che da essa deriva anche alcuni aspetti della condizione presente. Della parola riforme sono piene le pagine dei giornali; la convinzione collettiva e trasversale a tutti gli schieramenti della necessità di riformare la condizione politica ed economica del paese rimbalza da un dibattito televisivo all’altro senza soluzione di continuità. Ma comprendere seriamente quale origine abbia, che sviluppo e quale esito, e a quali famiglie politiche faccia riferimento il riformismo italiano non appare così chiaro. Ed è per questo motivo che un libro di storia che affronti in maniera seria una questione storiografica ancora aperta rappresenta un contributo senza dubbio importante. Il patrimonio di testimonianze e riflessioni sul secondo dopoguerra è ricco e vario, e questo saggio ha il merito di indagare attraverso una ricca documentazione una questione di primario interesse, offrendo all’indagine storica la possibilità di elaborare strumenti interpretativi validi anche per la compiuta comprensione della nostra condizione recente e attuale.
L’autore delinea in maniera puntuale e sistematica la nascita e lo sviluppo della tendenza, o delle tendenze, del riformismo seguendo il dibattito interno al Partito Socialista sulla politica di programmazione economica, sia dal punto di vista ideologico sia più strettamente tecnico. Nell’elaborare l’origine di un progetto politico e di programmazione riformista Pinto privilegia l’esperienza del gruppo di intellettuali ed economisti riconducibili alla tradizione del socialismo milanese, riuniti nell’Istituto di Studi Socialisti, che diviene il centro del dibattito sulla ricostruzione e sulle riforme, anche in opposizione all’Ufficio Studi dello stesso partito che conserva la sua sede e il suo centro di attività a Roma. In questo modo, si delinea chiaramente anche una connotazione “geografica” del riformismo italiano, che si colloca nel quadro del Nord sviluppato e industrializzato del Paese, una sorta di opposizione geografica che caratterizza non solo la storia e lo sviluppo della Penisola, ma che dà origine anche a modalità diverse di interpretare, a livello politico e ideologico, le radicali trasformazioni dell’epoca.
Il percorso del pensiero riformista è seguito nell’arco cronologico che va dall’immediato dopoguerra all’esperienza del centro-sinistra al governo, individuando sostanzialmente due fasi distinte del percorso riformatore: una prima, che si apre con la caduta del fascismo (non a caso il libro inizia con il ritorno di Nenni dall’esilio nell’agosto del ’43) e si chiude nel 1947. La seconda fase, avviata nel 1956 – anno che «segnò una cesura storica nelle vicende della sinistra italiana offrendo al Psi una seconda occasione per assumere quel ruolo di grande forza della sinistra europea alla quale aveva abdicato nel 1947» [p.98] – si conclude sostanzialmente con l’esperienza del governo di centro-sinistra.
Un periodo decisivo nella storia del paese, che si chiude con la fase di congiuntura economica negativa, quasi a delineare una parabola significativa dal disastro del dopoguerra, al boom economico, alla fase di recessione. All’origine di questa parabola, il pensiero riformista, così come lo delinea l’autore, assume una caratteristica centrale, esso diviene uno dei modi possibili attraverso i quali immaginare e disegnare la rinascita dell’Italia uscita dal conflitto, un modo, insomma, per costruire il futuro del paese. Più che sugli aspetti strettamente tecnici ed economici, l’autore si concentra sul dibattito interno al partito socialista, sulla relazione con la Democrazia Cristiana e le sue diverse correnti, con il riformismo di ispirazione cattolica, sul rapporto complesso con il Partito Comunista, che proprio in questi anni viene modificandosi in maniera irreversibile, e sulla relazione tra i partiti politici e il grande capitale industriale e finanziario. Tanto che a conclusione del saggio, la congiuntura economica negativa è posta dall’autore sullo sfondo delle vicende che conducono al fallimento dell’esperienza del centro-sinistra al governo, privilegiando l’indagine e la riflessione sul piano del dibattito ideologico e politico.
Il quadro delle relazioni internazionali – il confronto con la socialdemocrazia europea, con l’Unione Sovietica e i paesi a regime comunista, con gli Stati Uniti nella delicata questione del piano di aiuti per la ricostruzione – accompagna e chiarisce i mutamenti nella condizione politica interna, lo sviluppo e la modificazione delle istanze riformiste a seconda delle diverse posizioni ideologiche. La condizione internazionale e il quadro complesso delle relazioni politiche interne sono lo sfondo delle gravi lacerazioni della sinistra italiana, in particolare di quella socialista.
Alcune idee cardine, di cui si segue l’evoluzione nel saggio, rappresentano i punti nodali attorno a cui si sviluppa la riflessione sulla natura e le caratteristiche del riformismo italiano, quasi elementi di lunga durata che, pur assumendo forme diverse nel corso degli anni, costituiscono i principi attorno a cui si definisce il pensiero riformatore. Cosicché, nonostante l’insuccesso delle proposte di programmazione economica, alcune idee dominanti del primo riformismo rimangono sullo sfondo della riflessione politica e saranno elemento determinate anche nell’esperienza del centro sinistra al governo. L’atteggiamento nei confronti della questione meridionale e l’elaborazione di un modello di sviluppo per il Sud è uno degli elementi su cui si concentra la riflessione dei riformisti che puntano in maniera chiara e diretta su un piano di industrializzazione: un programma che non troverà mai un organico compimento. Il mancato sviluppo del Mezzogiorno resterà l’ostacolo più grande ad ogni progetto riformista e ad ogni prospettiva reale di crescita del Paese.
L’altro elemento significativo su cui si concentrano le attività dei riformisti socialisti è il progetto di nazionalizzazione delle grandi imprese di pubblico interesse, a partire dalle industrie elettriche. Seguendo il filo del ragionamento di Pinto, il momento dell’istituzione dell’Enel, che dovrebbe rappresentare il punto di arrivo di almeno una delle istanze del riformismo socialista, pare, al contrario, come la definitiva chiusura di ogni possibilità di costruzione di una reale opera di riformismo nel paese. La realizzazione della riforma appare come il segno di un compromesso tra opposti interessi e la vittoria del Governatore della Banca d’Italia nella modalità con cui viene sciolta la controversa questione degli indennizzi per la nazionalizzazione si presenta come una sconfitta del piano riformatore socialista. [cfr. p. 163]. Il Psi giunge agli inizi degli anni Sessanta lacerato da devastanti conflitti interni, tanto da rimanere quasi schiacciato dal peso dell’esperienza di governo. Al tempo stesso, il progetto riformista originario appariva in balia di interessi diversi, della pressione di forze opposte alla continua ricerca di un delicato equilibrio, sia tra i partiti politici, sia tra le forze sociali, sia la livello dei poteri forti. Come è dimostrato dalle notevoli pressioni esercitate dal Governatore della Banca d’Italia nell’esito della nazionalizzazione delle industrie elettriche.
Pinto esprime l’idea che, in particolare nella sua prima fase, la parabola del riformismo in Italia sia rappresentativa di una certa anomalia dello sviluppo sociale, politico ed economico del paese, e cioè l’incapacità della sinistra italiana di dare vita ad una forza unitaria, a vocazione maggioritaria, che si facesse espressione di un credibile programma riformista. «Il Psi – scrive l’autore – aveva definitivamente scelto di contrastare il capitalismo e la democrazia occidentale, un caso unico nel socialismo europeo, finendo così per rafforzare l’elemento strutturale dell’anomalia italiana e cioè l’assenza di una sinistra riformista a vocazione maggioritaria, capace di produrre un’alternativa di governo nel momento di consolidamento del sistema politico [p. 70]». Almeno in una prima fase, lo sviluppo di tendenze fortemente riformiste interne al partito socialista, si era scontrato di fatto con la necessità di non abbandonare il terreno ideologico della lotta di classe al Pci, mantenendo il socialismo italiano, almeno fino al 1956, in una posizione subordinata rispetto al più radicato Partito Comunista. Il fallimento del progetto riformista nel dopoguerra rappresenta per l’autore un’occasione mancata: «Il riformismo socialista avrebbe potuto sviluppare il proprio potenziale politico e costruire un equilibrio più vicino ai modelli europei. […] restava un’occasione inespressa, mancata […] Questo riformismo mancato diventerà, rapidamente, uno dei fattori decisivi di quella che sarà l’anomalia italiana nella composizione del sistema politico come nel suo incontro con lo sviluppo capitalistico.[p. 56]».
Il saggio di Carmine Pinto è un libro di idee più che di fatti: l’evoluzione delle vicende che dal dopoguerra conducono all’esperienza del centro-sinistra al governo è seguita anche attraverso la rappresentazione delle singole posizioni dei protagonisti, alle relazioni interne ed esterne al Psi, anche delle relazioni ideologiche, intellettuali, e potremmo dire, umane. Sembra, a scorrere le pagine di Pinto, che la cifra più caratteristica di progetti riformisti in Italia sia la tendenza costante a subire aggiustamenti, rimodellamenti e pratiche di compromesso, di volta in volti secondo i condizionamenti dovuti alle relazioni politiche o ai poteri economici. L’anomalia italiana – se di anomalia si tratta e non di una particolare condizione che pone il nostro paese come confine e cerniera tra due mondi e due idee della società contrapposte – pare piuttosto consistere in questa costante ricerca di un equilibrio. Spiegare alcuni passaggi epocali della storia italiana del dopoguerra, il sostanziale fallimento di istanze di riformismo, con il concetto di anomalia assunto come categoria d’interpretazione storiografica costituisce, tuttavia, un rischio per l’indagine storica. Tutto ciò che è anomalo diviene talvolta inspiegabile, si sottrae al rigido inquadramento interpretativo. Inoltre, le anomalie nello sviluppo della storia italiana nella seconda metà del Novecento sono molte, lo sviluppo sociale, economico e culturale, sfugge per molti versi ad una omologazione con la storia di paesi vicini ed alleati, bisognerebbe ricorrere di volta in volta alla categoria dell’anomalo per spiegare fenomeni tra loro diversi.
Elementi distintivi della condizione politica italiana, che non sapremmo definire anomalia, paiono essere da un lato questa costante ricerca di equilibrio tra forze e tendenze in opposizione e, dall’altro, l’incapacità da parte di chi governa di dotarsi degli strumenti necessari per avviare una reale opera riformatrice, e che inevitabilmente ne determinano l’insuccesso. In maniera piuttosto efficace, Riccardo Lombardi, tra i più ardenti fautori di una politica riformista e di programmazione, descrive in questi termini la condizione delle Stato nel momento in cui si dovrebbe aprire la grande stagione delle riforme “di struttura”: «Una macchina dotata di motore imballato, di freni capaci solo di inchiodarla, e di un sistema di guida inesistente o arrugginito: è con tale macchina che il governo di centro-sinistra deve percorrere una strada accidentata e inoltre provvedere durante la corsa a cambiare e innovare gli ingranaggi» [Il brano è citato da Crainz, Il paese mancato, cit., p. 23].

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