La “Dichiarazione Schuman” e l’inizio del processo d’integrazione europea

Con l’attacco a Pearl Harbor e con l’“Operazione Barbarossa” sarebbe diventato ben presto di dimensioni planetarie: tuttavia, anche il secondo conflitto mondiale era scoppiato in Europa e, più precisamente, aveva trovato una delle sue principali scintille nella secolare contesa franco-tedesca lungo le rive del Reno. Dopo la guerra del 1870, e dopo la Grande Guerra, un nuovo conflitto aveva insanguinato il Vecchio continente anche a causa delle dispute territoriali tra Francia e Germania: le ricchezze minerarie della Ruhr e della Saar avevano infatti acceso più volte gli appetiti dei governi di Parigi e Berlino, sfociando però in tre tragici conflitti, che avevano causato oltre sessanta milioni di vittime.

La ruvida operazione di semplificazione delle molteplici e complesse ragioni che stanno dietro a ogni conflitto – e quindi tanto più a due conflitti mondiali – non sminuisce l’importanza del dissidio franco-tedesco nelle vicende belliche del primo Novecento. È naturale quindi che, nell’immediato secondo dopoguerra le classi dirigenti di Francia e Germania, insieme a quelle degli altri Stati europei, si domandavano preoccupate come sarebbe proseguito il rapporto tra i due “vicini”: è in questo contesto che il 9 maggio 1950 Robert Schuman pronunciò la sua, ormai storica, dichiarazione che segnò l’avvio del processo d’integrazione europea, della quale quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario.

 

Il ministro francese, ispirato da Jean Monnet, propose alla Repubblica Federale di Germania – dalla quale aveva già ricevuto un convinto ed entusiastico assenso per bocca del Cancelliere Adenauer – di mettere insieme la produzione di carbone e acciaio sotto un unico ombrello saldamente tenuto da una comune Alta Autorità. Nella splendida cornice della Sala degli Orologi, Robert Schuman affermò: “L’unione delle nazioni esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l’azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania.
A tal fine, il governo francese propone di concentrare immediatamente l’azione su un punto limitato ma decisivo. Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei (…) La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà si che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile”[1].

Fu immediatamente chiaro che la proposta non era né una mera misura di carattere economico, né una soluzione tampone, come tante ce ne erano state in precedenza[2]. La dichiarazione Schuman rappresentò quindi un punto di svolta nella storia delle relazioni internazionali tra gli Stati europei in quanto chiuse un ciclo e ne aprì un altro: finiva l’era degli ambigui trattati di non aggressione, della diffidenza e del sospetto reciproco – la famosa “tregua armata” teorizzata da Kant nel saggio sulla pace perpetua[3] -, della cooperazione economica mirata al solo sfruttamento dei mercati; strategie che non erano state in grado di prevenire guerre e tensioni e che, in parte, mostravano tutta la loro sterilità anche in alcune caratteristiche delle neo-nate organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa – la prima sotto scacco dei membri del Consiglio di Sicurezza, la seconda priva di poteri “reali”. La situazione europea e i precedenti insuccessi, sembrava affermare il ministro francese, richiedevano uno sforzo per creare strumenti nuovi orientati al futuro e non ricorrere più a quelli classici della diplomazia che avevano saputo al massimo ritardare o rimandare la deflagrazione di un conflitto. Fu lo stesso Schuman a prenderne atto: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.
Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”[4]. Con l’utilizzo dell’espressione “sforzi creativi”, il ministro francese dimostrò di aver compreso che col secondo conflitto mondiale la situazione era drasticamente cambiata e pertanto era necessario adeguare gli strumenti internazionali a disposizione, per non commettere lo stesso errore che era stato fatto alla fine della Grande Guerra: in quell’occasione, infatti, a un nuovo contesto sociale, politico ed economico – basti pensare alla nascita de partiti di massa e alle ripercussioni della rivoluzione d’ottobre – i diversi Stati europei avevano risposto con gli strumenti legati al passato come le riparazioni o l’umiliazione dello sconfitto.

Oltre all’importante ruolo di “rottura”, del quale si è appena parlato, nella dichiarazione Schuman ci sono almeno altri due aspetti da sottolineare, profondamente intrecciati tra loro. Il primo è costituito dalla filosofia funzionalista – e qui è più che evidente il contributo di Jean Monnet – alla base della proposta dell’esponente politico francese: “L’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”[5]. Con queste parole Schuman ribadiva che gli Stati europei non sarebbero mai stati disponibili a dare vita a una federazione europea nel breve periodo e, di conseguenza, sarebbe stato importante creare delle solidarietà di fatto sulle quali far leva per crearla. Il secondo elemento è costituito proprio dall’obiettivo federale che lo stesso Schuman si preoccupò di richiamare più volte nella dichiarazione, in modo che nessuno pensasse che la Francia aveva in mente solo una diversa strategia per continuare a perseguire i propri interessi economici nei bacini della Ruhr e della Saar: “La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”[6]. In quest’ottica, l’idea del tandem Schuman-Monnet si differenziò dal federalismo spinelliano non tanto rispetto all’obiettivo finale, comune tra i protagonisti della genesi del processo d’integrazione europea, quanto rispetto alla strategia migliore per arrivarvi[7]. Se nella Dichiarazione del 9 maggio 1950 si slega infatti l’obiettivo – la federazione europea – dal metodo tracciato per raggiungerlo – il funzionalismo -, si rischia di commettere l’errore, assai diffuso di recente[8], di considerare la nascita e lo sviluppo del processo d’integrazione europea come una mera sommatoria di interessi nazionali, dominati per lo più dalle questioni di carattere economico. Non è quindi un caso se Schuman tornò sull’obiettivo federale più volte collegandolo all’imperativo di creare la pace in Europa.

La fortuna della Dichiarazione del 9 maggio è da attribuire per buona parte all’intreccio virtuoso di una serie di elementi: 1) la capacità di leggere la situazione fatta da Jean Monnet, che intuì come il funzionalismo avrebbe permesso di superare la ritrosia degli Stati nazionali a cedere quote di sovranità; 2) la presenza di un uomo politico, Robert Schuman, che per primo decise – seguito da Adenauer e De Gasperi – di scommettere sull’idea monnettiana mettendoci la faccia e la sua credibilità; 3) un contesto europeo favorevole – rafforzato dal clima più ampio dato dalla guerra fredda. Questi elementi ricorrono spesso nelle vicende più significative dell’integrazione europea: la storia dello sviluppo del processo di unificazione, infatti, insegna che, senza il verificarsi di questi tre aspetti, è ben difficile che un nuovo traguardo possa essere raggiunto. Nel 1954, ad esempio, la CED suggerita da Spinelli – intuizione – a De Gasperi – uomo politico che sposa l’idea -, naufragò perché, con la morte di Stalin, il contesto europeo e internazionale si era modificato e non spingeva più nella direzione di un’accelerazione del progetto di integrazione. Nel 1989, invece, l’idea di Delors – mercato comune e moneta unica – poté essere realizzata non solo per l’autorevole spinta impressa dal tandem Mitterand-Kohl, ma anche per l’improvvisa dissoluzione del blocco sovietico nell’Europa centro-orientale che ricreò condizioni favorevoli per approfondire il cammino comune nella CEE. Come si è già affermato in precedenza, l’abilità maggiore di un uomo politico è quella di saper leggere la situazione che si trova davanti, capire le potenzialità delle intuizioni che gli vengono sottoposte e metterci la faccia. Sessant’anni fa, il 9 maggio 1950, Robert Schuman lo fece e da lì partì la grande avventura dell’unificazione europea.

 


[1] Testo della Dichiarazione Schuman, http://europa.eu/abc/symbols/9-may/decl_it.htm (accesso 10 luglio 2010).

[2] Non è un caso se a lanciare la proposta fosse Schuman e i primi ad accoglierla fossero Adenauer e Alcide De Gasperi: tutti e tre, infatti, erano stati uomini di frontiera, che avevano vissuto in prima persona le dispute territoriali tra Stati europei.

[3] “‘Un trattato di pace non può valere come tale se viene fatto con la segreta riserva di materia per una futura guerra’. Infatti, se così fosse, si tratterebbe soltanto di una tregua e non di pace”, I. Kant, Per la pace perpetua, Milano, Feltrinelli, 2008, p. 45”.

[4] Testo della Dichiarazione Schuman, cit.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Sin dal Manifesto di Ventotene, scritto al confino nel 1941, Altiero Spinelli aveva sostenuto infatti che costruire la federazione europea era un imperativo da realizzare nei primi anni del dopoguerra, perché sarebbe stato possibile proprio grazie alle distruzioni operate dal secondo conflitto mondiale – che avevano fortemente indebolito il senso di “potenza” degli Stati nazionali. Se si fosse attesa la ricostruzione, e quindi la ricostituzione economica, politica e militare degli Stati, sarebbe stato sempre più arduo. Si veda A. Spinelli, E. Rossi, Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto, Torino, Celid, 2001.

[8] Si veda il noto A. Moravcsik, The choice of Europe: social purpose and state power from Messina to Maastricht, New York, UCL Press, 1998.

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    By: Massimo Piermattei

    Massimo Piermattei, curatore del numero, è professore a contratto di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università della Tuscia e membro del teaching staff della cattedra Jean Monnet “l’Europa mediterranea nell’integrazione europea: culture e società, spazi e politiche”. Le sue ricerche sono incentrate sull’europeizzazione dell’Italia e dell’Irlanda, sull’evoluzione della regione mediterranea nella storia del processo d’integrazione europea e sui partiti europei. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Crisi della repubblica e sfida europea, Bologna, Clueb 2012; Territorio, nazione, Europa: le presidenze Cossiga, Scalfaro e Ciampi, in “Presidenti. Storia e costumi della Repubblica, nell’Italia democratica”, ed. by, M. Ridolfi, Roma, Viella, 2014; On the Mediterranean shores of EU: geography, identity, economics and politics, in C. Blanco Sío-López, S. Muñoz, ed. by, Converging pathways. Spain and the European integration process, Bruxelles, Peter Lang, 2013.

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    L’Europa mediterranea nell’integrazione europea: spazi e culture, economie e politiche
    Le destre tra sovranità nazionale, localismi e sfida europea
    Officina della Storia. Indice n. 7 / 2011

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