Recensione: Luigi Ambrosi. La rivolta di Reggio. Storia di territori, violenza e populismo nel 1970

I fatti di Reggio Calabria del 1970-71 rappresentano uno degli accadimenti più interessanti, complessi – quindi di difficile interpretazione – avvenuti nell’Italia repubblicana. Alcuni studi pubblicati negli anni scorsi hanno cercato di analizzare la cosiddetta rivolta dei Boia chi molla, fornendo però quasi sempre un ritratto sfuocato (se non clamorosamente impreciso) di quei giorni convulsi. Ad ovviare a tutto ciò, e questa è la prima buona notizia, è un bel libro pubblicato da Rubbettino, La rivolta di Reggio. La seconda buona notizia è che l’autore del volume è uno storico poco più che trentenne, Luigi Ambrosi, per il quale La rivolta di Reggio rappresenta il libro di esordio. Leggendo lo studio qui recensito, Ambrosi tutto sembra fuorché un esordiente, non fosse altro perché rifugge da tre facili tentazioni cadendo nelle quali avrebbe paradossalmente potuto ottenere più successo mediatico-commerciale (mala tempora currunt), compromettendo però il livello scientifico del suo lavoro. Queste tentazioni, riferite al tema del volume, sono: scrivere un libro meramente cronachistico; scrivere un libro apologetico; scrivere un libro precostituitamente critico. Ambrosi non fa nulla di tutto questo, ma storicizza ed analizza la rivolta reggina su un piano puramente scientifico, facendo in sostanza ciò che Santo Peli ed altri storici hanno fatto con la Resistenza: rifuggire da facili schemi e tentare di capire attraverso la documentazione. Sotto questo profilo, Ambrosi incrocia una quantità di fonti tutt’altro che trascurabile: archivi nazionali, locali, di partito, giudiziari, quotidiani dell’epoca, testimonianze orali dei protagonisti, materiale propagandistico. Eppure non è solo questo che colpisce. La rivolta di Reggio è un libro il cui autore nulla lascia al caso. Ambrosi definisce ogni concetto (si pensi, per fare un solo esempio, alla distinzione tra localismo e campanilismo) ricorrendo a categorie sociologiche, politologiche ed antropologiche.
Ambrosi parte dal 1947, anno in cui l’Amministrazione provinciale di Reggio Calabria incaricò l’avvocato Paolo Malavenda di redigere una pubblicazione nella quale si sostenne il “diritto” della Città della Fata Morgana a diventare capoluogo della Calabria. Era il periodo in cui all’Assemblea Costituente si discuteva dell’istituzione dell’ordinamento regionale. Anche se questo rimase lettera morta per quasi un quarto di secolo, nel medesimo arco di tempo a Reggio si scrissero libri, si istituirono comitati, si tennero scioperi e manifestazioni (curiosa quella svoltasi nell’ottobre del 1950 in cui “un giovanissimo studente universitario, Francesco Franco, […] espr[esse] l’ardente entusiasmo della gioventù studiosa reggina”) affinché l’assegnazione del capoluogo regionale fosse appannaggio di Reggio e non di Catanzaro. Questo, per Ambrosi, rappresenta il primo aspetto da porre in risalto. La rivolta dei Boia chi molla viene da lui inquadrata in un’ottica di competizione tra territori in cui entrano in gioco interessi uguali e contrari: l’autore, nel quadro della società e dell’economia calabrese posto nella prima parte del volume (pp.47-60) ricorda come all’inizio degli anni Cinquanta lo sviluppo industriale di Catanzaro, Cosenza e Reggio fosse, almeno in termini di personale occupato sul totale degli attivi, in linea con quello medio nazionale, pur se superiore rispetto a quello medio della Calabria e con un netto sbilanciamento verso il settore edilizio. Solo negli anni successivi l’economia delle principali città calabresi si connotò per una marcata terziarizzazione di stampo burocratico. Se a ciò si aggiunge l’alto tasso di popolazione giovanile su quella totale, il gran numero di persone con un titolo di studio elevato (nel 1971 i laureati che abitavano nei tre più grandi centri della Calabria erano quasi il doppio di quelli del resto d’Italia) e la forte disoccupazione, si capisce per quale motivo la richiesta dell’ottenimento del capoluogo regionale fosse così sentita. Attorno ad essa si sviluppò una vera e propria retorica del primato regionale (cfr. pp.103-111) la quale si autoalimentò di pochi dati oggettivi (il fatto che Reggio fosse la città più popolosa della Calabria) e di molte affermazioni che non trovavano riscontro nella realtà (ad esempio, il fatto che molti uffici pubblici fossero stati spostati da Reggio a Catanzaro appena dopo il sisma del 1908). Ambrosi sottolinea come “l’obiettivo originario ed inamovibile della protesta fino al suo termine” fu la richiesta della concessione del capoluogo (p.114) con un’accezione non tanto simbolica, quanto “prevalentemente pragmatica, nel senso innanzitutto di fonte occupazionale […] Ovvio che Reggio chiedesse di rafforzare la propria identità di città burocratica. Era l’unico orizzonte conosciuto da almeno un ventennio da tutti e tre i capoluoghi provinciali” (pp.115-116). Tale orizzonte non fu portato avanti solo da Ciccio Franco e dai neofascisti, ma attorno ad esso, per diversi motivi e con diversi intenti, si coagularono vari attori politici, dando vita a quello che l’autore definisce un blocco localistico: la Dc fu uno di questi attori, ad esempio, ma anche il Psi reggino (contravvenendo alle indicazioni dei vertici nazionali) sostenne parecchie istanze della rivolta. I documenti che Ambrosi ha reperito presso la Fondazione Gramsci indicano che anche molti militanti comunisti reggini scesero in strada a manifestare per Reggio capoluogo e che, quindi, la partecipazione ai disordini fu ben più trasversale di quanto non si creda.
Il tema della partecipazione agli scontri di piazza ci introduce ad un altro asse portante dell’analisi di Ambrosi, quello del rapporto tra cittadini e Stato. La rivolta di Reggio si contraddistinse per una forte carica antipartitocratica: i principali leader politici calabresi non reggini (Antoniozzi, Mancini, Misasi, Pucci) furono tacciati dell’accusa di tramatori ai danni di Reggio, mentre quelli reggini vennero accusati di non tutelare in maniera adeguata gli interessi della città. Eppure, l’antipolitica non è una categoria che possa spiegare gli eventi. Se la rivolta di Reggio fosse stata fin dall’inizio unicamente antipolitica, non si spiegherebbe la fiducia che chi protestava ripose nel Parlamento nazionale, organo che i protagonisti della rivolta ritenevano l’unico in grado di fare giustizia e di riconoscere i “diritti” di Reggio all’assegnazione del capoluogo regionale. Nella città sullo Stretto si pensava difatti che a Roma il gioco dei corrotti politici locali sarebbe stato bloccato e le storture sanate. Appare perciò convincente l’interpretazione di Ambrosi secondo cui il compattamento ideale della città attorno alla rivendicazione del capoluogo avvenne in una dimensione di localismo (inteso come richiesta della salvaguardia degli interessi cittadini formulata su basi interclassiste e, se vogliamo, pre-politiche). Fu semmai in una fase avanzata della rivolta, quando ormai ci si rese conto che nemmeno da Roma le richieste dei reggini avrebbero trovato accoglimento, che il tutto si colorò di toni più marcatamente antipolitici e si fascistizzò. Naturalmente, il progressivo alimentarsi di un senso di sfiducia nei confronti dello Stato è da imputarsi anche alla pessima gestione dell’ordine pubblico (a tale argomento Ambrosi dedica un capitolo del suo lavoro alle pp.141-190): in varie occasioni la Prefettura e la Questura reggine non gestirono la situazione in modo da evitare il surriscaldamento degli animi, ma puntarono a dimostrazioni di forza volte ad intimorire i manifestanti, ottenendo l’effetto di aumentare le tensioni ed accrescere la violenza. La presentazione del cosiddetto “pacchetto Colombo” (dal nome dell’allora Presidente del Consiglio) che distribuì le istituzioni regionali tra Catanzaro e Reggio (alla prima rimasero il ruolo di capoluogo e la sede della Giunta, alla seconda andarono la sede del Consiglio e nel suo territorio provinciale si decise di situare il V Polo siderurgico nazionale, peraltro mai realizzato) e la sua approvazione da parte della Regione avvenuta il 16 febbraio 1971 posero fine alla rivolta (iniziata il 14 luglio 1970), anche se non mancarono tensioni successive (cfr. pp.77-82).
Ambrosi conclude elencando alcuni aspetti salienti della rivolta (pp.269-282): essa, tra l’altro, fu urbana, interclassista, popolare e, come detto, populista. Soprattutto, essa rivelò meglio di tante altre situazioni il sostanziale fallimento del riformismo italiano. Poggiandosi sul modello interpretativo crainziano del “paese mancato” e sulle analisi ginsborghiane, l’autore nota come la riforma regionale (nonché, aggiungiamo noi, la politica delle partecipazioni statali e la Cassa per il Mezzogiorno) non furono coordinate in un unico disegno organico, ma risentirono di istanze particolaristiche e clientelari di vario genere, finendo così non con l’annullare, ma con il cristallizzare le storiche distorsioni socio-economiche italiane e causando l’esplosione di tutta una serie di particolarismi i quali, pur nella diversità dei loro aspetti fondanti, rappresentano l’espressione di un medesimo scollamento sociale. Per Ambrosi, la rivolta di Reggio non fu corale, né fascista (la fascistizzazione, come accennato, avvenne solo con l’approvazione del pacchetto Colombo e con la sconfitta dei rivoltosi che essa di fatto sancì), né antistatalista, né rappresentò un’espressione di pura arretratezza (come visto, il bisogno di connotare la città in senso burocratico era anche conseguenza dell’alto numero di laureati che caratterizzava i principali centri urbani della Calabria). Oltre a ciò, l’autore sostiene che il modello interpretativo che ne fornì il Pci non ne inquadra gli aspetti salienti: la rivolta reggina infatti fu solo in minima parte notabilare: i notabili vi parteciparono (si pensi all’armatore Matacena), ma vi presero parte, assumendone progressivamente l’egemonia, anche gruppi di destra che dal potere (locale e regionale) erano esclusi e che con i notabili non avevano rapporti politici. Tuttavia, se il Pci comprese solo in minima parte la natura della protesta, anche la destra non lesse gli avvenimenti in modo corretto: al contrario, essa intessé la trama apologetica della rivolta morale, la quale più che interpretare confonde. I fatti di Reggio non costituirono una rivolta morale poiché già nelle elezioni amministrative del 1975 i cittadini tornarono a concedere i loro consensi a quei politici ed a quei partiti che nel 1970-71 avevano contestato con rabbia. I reggini non misero in discussione i metodi clientelari e spartitori, bensì recriminarono perché all’interno di quella logica perversa e corrotta la loro città, se posta in relazione a Catanzaro ed a Cosenza, contava poco. L’amoralità, ci si passi il termine, del sistema politico era pienamente accettata in quel di Reggio e ciò che si rimproverava al teatro degli orrori della malapolitica era il far recitare alla Città della Fata Morgana un ruolo da comprimaria. Anche per questo, come qualcuno ha erroneamente pensato, non si trattò di un 1968 reggino, ma solo di una protesta che dalla grande contestazione prese alcuni metodi, ma non l’essenza rinnovatrice.

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