Recensioni: Due proposte per la storia della cultura: Michela Nacci, Storia culturale della Repubblica e Andrea Di Michele, Fiorella Menini (a cura di), Libri sotto il littorio. Due fondi librari del periodo fascista a Bolzano

Le questioni inerenti alla storia della cultura, che sembravano aver perduto il ruolo preminente assunto nel secolo scorso, vanno riacquistando sempre maggior peso. Questo avviene soprattutto considerando il fatto che il termine cultura ha acquisito una connotazione più larga ed estesa di quanto non fosse in passato, fino a comprendere sia le manifestazione della cultura popolare e materiale, sia le espressioni di quella che potremmo definire cultura di massa. La storia culturale diviene così occasione per riflettere in senso ampio, troppo spesso non altrettanto profondo, sull’evoluzione della società contemporanea. Il fenomeno è visibile tanto più nel nostro paese dove certamente non si è sviluppato un settore di studi coerente, penso ad esempio ai cultural studies anglosassoni, ma in cui la riflessione sulla cultura – in particolare sui fenomeni culturali destinati ad un’ampia fruizione da parte del pubblico – è divenuta un’opportunità per analizzare la condizione presente, lo sviluppo sociale e politico che ha caratterizzato la storia repubblicana più recente.

 

Così è, ad esempio, in un saggio di Michela Nacci, Storia culturale della Repubblica, in cui l’autrice si propone il compito di passare in rassegna brevemente alcuni dei temi principali che hanno caratterizzato la condizione culturale italiana a partire dal secondo dopoguerra. Il libro si pone l’obiettivo di comprendere l’elaborazione culturale alta e la produzione di massa affrontando tre grandi nodi tematici attorno ai quali si è costruita, a parere dell’autrice, l’identità repubblicana. Primo, il rapporto tra politica e cultura; secondo, la cultura intesa come fatto di élite e quindi connessa ad una riflessione sul ruolo dell’intellettuale; terzo, l’antinomia e il contrasto tra una cultura intesa essenzialmente come speculazione ed erudizione umanistica e il sapere tecnico-scientifico.

Il saggio si divide sostanzialmente in due parti: nei primi capitoli l’autrice si concentra sui temi che ritiene fondativi del contesto culturale all’origine della Repubblica e che riguardano l’interpretazione offerta, ad un livello intellettuale alto, del fascismo, delle ragioni determinanti della sua affermazione, delle caratteristiche costitutive della sua ideologia e del rapporto tra mondo della cultura e potere politico. Le interpretazioni del fascismo e la relazione del mondo intellettuale italiano con la dittatura sono visti come i nodi tematici su cui si fonda la cultura italiana del dopoguerra, così come l’evoluzione storiografica nell’analisi del fascismo stesso è vista in ragione del mutare della condizione politica e culturale della Repubblica. Nei capitoli conclusivi del saggio, l’autrice propone, invece, un quadro più sfumato dei mutamenti culturali dell’età repubblicana in cui elemento principale è l’ampliamento del concetto di cultura che dalle manifestazioni puramente intellettuali del pensiero arriva a comprendere anche elementi nuovi e diversi, generalmente ricondotti alla produzione culturale destinata alle masse.

Nel perseguire l’obiettivo di realizzare una storia culturale che sappia tenere insieme tali diversi elementi il saggio risulta inserirsi, di volta in volta, nel solco di generi storiografici diversi: dalla più tradizionale storia delle idee, ad una storia degli intellettuali e delle istituzioni culturali, ad una riflessione sui meccanismi di produzione e circolazione dei nuovi prodotti della cultura, fino ad aprirsi ad una analisi della condizione socio-culturale presente. La storia delle idee prende le mosse dall’analisi di alcune opere di intellettuali di rilevo del secondo dopoguerra, Garin, Bobbio, Del Noce, e attraverso le loro riflessioni si ripercorre il problema del rapporto con il fascismo, del ruolo della cultura e degli intellettuali nella relazione con esso, del confronto con le filosofie di Gramsci, Croce, Gentile. In sostanza, la questione del rapporto col fascismo diviene a livello intellettuale il principale problema da affrontare proprio perché è attraverso il confronto con le ragioni che hanno condotto alla dittatura che si costruisce l’identità repubblicana.

Nella seconda parte del saggio, al contrario, l’autrice individua una serie di temi ritenuti identificativi di un nuovo contesto culturale che si apre in Italia a partire dalla grande cesura rappresentata dagli anni Settanta. Una cesura che, a livello intellettuale, ha anche una ragione generazionale con l’esaurirsi e il venire meno dei motivi che avevano ispirato coloro che erano nati e vissuti sotto il fascismo, che avevano partecipato alla guerra, che avevano fondato la Repubblica.

Il primo elemento preso in esame è il confronto con i due modelli politici e ideologici – quello statunitense e quello sovietico – che costituiscono la dicotomia con la quale misurarsi sia a livello politico che culturale. Il modello americano, in particolare, superando anche la visione strettamente ideologica, diviene elemento di definizione di diversi ideali di società, talvolta contrapposti, che attraversano gli schieramenti politici. L’epoca della prima repubblica appare segnata dal confronto continuo tra «l’idea di modernità o di tradizione, di anzianità della propria storia o di giovinezza, di approccio pragmatico alle questioni o di intellettualismo, di apprezzamento o di condanna dell’industrialismo, di simpatia o di timore per la tecnica, di giudizio positivo o negativo sulla cultura di massa» [p. 65]. Ora, tutti questi temi che l’autrice individua come significativi nel confronto con il modello americano, appaiono in effetti questioni più profonde e di lunga durata che caratterizzano la riflessione a livello intellettuale ed ideologico già prima del dopoguerra. Appare evidente come il conflitto tra le idee di modernità e tradizione, il rapporto complesso con l’originarsi di una società di cui sono attivamente partecipi le masse, il rapporto controverso con la nascita dell’industrialismo, siano stati elementi fondanti anche durante il ventennio.

Sono due i fenomeni significativi che segnano una reale trasformazione a livello culturale in età repubblicana.  In primo luogo, una modificazione, potremmo dire un’estensione, del concetto di cultura anche ad elementi non alti, alle manifestazioni più diverse della cultura popolare e di massa che a partire dagli anni Settanta attraversa la storia repubblicana. In secondo luogo, una modificazione altrettanto radicale del ruolo e dell’essenza stessa dell’intellettuale che diviene un produttore degli oggetti culturali destinati al consumo. Due dei capitoli del libro portano titoli esemplificativi di tale radicale mutamento: Di che cosa è fatta la cultura? e Da chierico a giornalista.

In un testo che si propone nel titolo il compito impegnativo di affrontate una storia culturale, l’introduzione di questi due elementi come categoria interpretativa del mutare della condizione della cultura impone una considerazione importante. L’estensione del concetto di cultura anche alle manifestazioni più popolari e di massa traspare dal radicale mutamento di prospettiva del saggio, che abbandona la riflessione intellettuale per concentrarsi sui temi nuovi della produzione culturale destinata al vasto pubblico. Tale mutamento di prospettiva sembra presupporre un’implicita riduzione, una sorta di abbassamento, del panorama cultuale dei tempi a noi più recenti. In sostanza, la stessa scelta dei temi del saggio introdotta dall’interpretazione diversa di cosa sia cultura a dall’abbandono di una prospettiva intellettuale trasmette una sorta di interpretazione in negativo dell’evoluzione culturale repubblicana.

In secondo luogo, l’assumere come fatto l’estensione del concetto di cultura alle esperienze della cultura popolare, materiale e di massa, non introducendo elementi che distinguano tutti questi concetti tra loro profondamente diversi, non spiega l’origine e la diversità dei fenomeni culturali che hanno caratterizzato la nostra storia degli ultimi decenni. La cultura popolare ad esempio, ha sempre avuto uno sviluppo parallelo e non necessariamente percepito come una diminutio rispetto alla cultura alta. Non è possibile poi, forse, parlare di una cultura di massa, bensì di una produzione culturale destinata alla masse. Di fatto, la radicale trasformazione novecentesca in campo culturale implica la trasformazione di oggetti culturali tradizionali – la letteratura prima di tutto, ad esempio – in prodotti di mercato destinati ad un pubblico sempre più ampio.

Il saggio risulta in certo qual modo separato in due parti l’una all’altra quasi estranee. Se, dapprincipio il problema del ruolo degli intellettuali è ripercorso nella tradizione sicura di una storia delle idee che segue con scrupolo e metodo il tema del rapporto col fascismo – una prospettiva che va oltre il valore contingente delle singole posizioni di adesione e o non adesione ai principi ideologici del regime – nei capitoli conclusivi la prospettiva muta radicalmente spostandosi su temi sì significativi del contesto preso in esame, ma che hanno origine già nella prima metà del Novecento. Il tema del consenso al regime, ad esempio, è letto in relazione al ruolo degli intellettuali nel periodo di dittatura. Il ventennio, tuttavia, proprio dal punto di vista culturale presenta fecondi spunti di riflessione. E’ in quel periodo che nascono i primi esempi di una cultura estesa, fruibile non esclusivamente a livello elitario, ed è a partire da questi nuovi oggetti culturali, che si può indagare il problema più complesso del consenso popolare al regime, che le ragioni intellettuali e a livello della cultura alta spiegano soltanto parzialmente.

Per i due temi dell’estensione del concetto di cultura e del mutamento della figura intellettuale il saggio traccia la medesima parabola. Nella storia repubblicana l’autrice individua una linea di continuità nella centralità assunta dal ruolo degli intellettuali: «Nella centralità dell’intellettuale è possibile scorgere una continuità con il fascismo e con il periodo precedente a esso, tanto da poter essere presa come caratteristica della storia d’Italia. Non a torto la Repubblica è stata definita “repubblica dei professori”» [p. 16]. Se nella prima parte del saggio questa linea di continuità è fedelmente seguita la figura dell’intellettuale scompare quasi completamente dalla seconda parte del saggio, come a segnare un momento di rottura di un fenomeno di lunga durata. L’estensione del concetto di cultura avviato nell’ultimo trentennio del Novecento, ha anche comportato un indebolimento della figura e del ruolo intellettuale che diviene solo ed esclusivamente un creatore di prodotti culturali. Anche in questa prospettiva il saggio di Michela Nacci pare contenere una implicita idea di evoluzione in senso negativo del contesto culturale.

Se, l’evoluzione culturale della nostra epoca è legata ad un mutamento radicale del ruolo degli intellettuali, e al cambiamento dello stesso concetto di cultura, è necessario che i tali nuovi ruoli e tali prodotti culturali entrino a tutti gli effetti nel rango delle fonti da cui lo storico attinge per approfondire la conoscenza del passato, anche di quello prossimo: i nuovi oggetti culturali possono, e devono anzi, divenire altrettanti strumenti d’indagine. Come è avvenuto per il passato, quando gli oggetti della cultura materiale sono divenuti a tutti gli effetti fonti per l’indagine storica, così è possibile oggi partire da una approfondita analisi del contesto culturale e dei diversi generi e prodotti che lo caratterizzano: terreno che, tuttavia, resta non sondato nel saggio. Per affrontare una storia della cultura anche del tempo presente è necessario conoscere tali oggetti culturali, utilizzarli come strumento per approfondimento la conoscenza del contesto storico, sociale e politico di un’epoca. In fondo, come scriveva Jakob Burckhardt «anche le epoche di decadenza e di declino – e la nostra epoca presenta certamente i segni di un declino – hanno il sacrosanto diritto alla nostra comprensione».

Alcuni studi di storia della cultura si cimentano ora con la necessità di preparare e predisporre tali strumenti per l’indagine storiografica. E un terreno privilegiato in questo senso è stato senz’altro quello della produzione libraria e della fruizione da parte dei lettori. Negli ultimi anni, la storia degli editori italiani come elementi determinanti del panorama culturale ha avuto uno sviluppo intenso e significativo, così come moltissimo è stato fatto per gli istituti e i soggetti culturali. In particolare per quel che riguarda l’epoca fascista lo studio delle diverse manifestazioni culturali, oltre che delle figure intellettuali di rilievo, ha contribuito ad approfondire ed arricchire notevolmente la riflessione sul periodo della dittatura. Una nuova prospettiva si apre nel momento in cui la produzione culturale si presenti come strumento utile all’approfondimento della conoscenza storica. Di recente è stato presentato, a cura di Andrea di Michele e Fiorella Menini, il catalogo di due fondi librari di particolare interesse storico raccolti nel volume Libri sotto il Littorio. Due fondi librari del periodo fascista a Bolzano. Il primo dei due cataloghi riguarda del “fondo fascismo” della Biblioteca Civica “Cesare Battisti” di Bolzano e l’altro riguarda il fondo della Biblioteca della scuola di specializzazione militare della GIL sempre a Bolzano.

L’interesse di questa pubblicazione risiede in primo luogo in una ragione di metodo: i due curatori dei cataloghi hanno voluto considerare i fondi librari come strumenti utili allo studioso per l’approfondimento di alcuni temi e, soprattutto, hanno voluto considerarli nel loro insieme. Le due raccolte di libri assumono, cioè, un valore nel loro complesso, una sorta di insieme significante, una fonte a tutti gli effetti. Così considerato, l’insieme di libri assume un nuovo significato allo sguardo dello studioso. Non si tratta più di realizzare una storia della cultura a partire dalle pubblicazioni di singoli autori, di seguire il filo delle idee attraverso una riflessione intellettuale, ma di trattare nel suo complesso un progetto di offerta culturale, elaborato a livello istituzionale con il preciso scopo di condizionare attraverso la cultura la crescita e la formazione di una identità italiana in una zona ai margini della Penisola.

Le due raccolte hanno poi alcune caratteristiche di uniformità che le rendono interessanti anche per motivi contingenti. Sono raccolte librarie formata nella medesima città, una città di confine. Certamente si è già indagato molto sulla politica del regime nei confronti delle zone ai margini della Penisola, ma capire in che modo le istituzioni culturali cercassero di forgiare la mentalità dei cittadini anche attraverso alcune letture e un’offerta culturale particolare è importante. Scoperte interessanti potrebbero venire anche dal confronto di questi cataloghi con quelli di altre biblioteche civiche o con quelli di altre scuole GIL, per comprendere se le specifiche condizioni della città inducessero a realizzare una diversa politica culturale, ad imporre quasi la lettura di alcuni testi, o se vi siano lacune significative: titoli o autori che non si riteneva opportuno far veicolare in un tale socio-culturale. Da questo punto di vista la storia del fondo librario della Biblioteca Civica può essere significativo per comprendere con quanta pressione si cercasse “italianizzare” la città: operazione questa che certamente aveva inizio sui banchi di scuola e con l’inserimento dei bambini e dei ragazzi nei diversi ranghi della società fascista, o attraverso il controllo della stampa, ma che si puntava a realizzare anche attraverso i libri, la letteratura e la pubblicazione di scritti a carattere educativo-pedagogico.

Importante anche il confronto tra le due differenti raccolte librarie proprio per la diversa natura dei soggetti che le hanno prodotte. Per il caso della scuola della GIL ci troviamo di fronte ad una biblioteca di una istituzione fascista, destinata quindi a formare le giovani generazioni di fedelissimi del regime anche attraverso saperi tecnici. Nel secondo caso, invece, il fondo appartiene ad una biblioteca civica, quindi, potenzialmente, destinata ad offrire cultura a tutti i cittadini, attraverso un’offerta più varia, per assecondare i gusti dei lettori e per formarli secondo un progetto culturale definito. Anzi è proprio il primo direttore della biblioteca, Giuseppe Mammarella, a descrivere l’impostazione moderna della biblioteca di Bolzano: «essa non era “un deposito di antichi libri o di opere attinenti all’erudizione storica locale”, ma era piuttosto “una biblioteca moderna, di cultura viva, a cui possono attingere persone di ogni condizione sociale”» [p. 13] Le due raccolte presentano elementi di diversità notevole: mentre il “fondo fascismo” rappresenta un piccola parte dei libri custoditi presso la biblioteca civica di Bolzano, e quindi una raccolta di testi in qualche modo artificiosa e che rischia di indurre in errore anche in merito alla effettiva presenza e permeabilità di una cultura di marcata impronta fascista, la biblioteca della Gil costituisce un fondo conservato nel suo insieme e che preserva le ragioni che ne hanno determinato la costituzione.

A questo proposito, nell’introduzione alle due raccolte il curatore Andrea di Michele, mette in luce un fatto importante relativo proprio al fondo fascismo della Biblioteca Civica di Bolzano: questa raccolta di libri è presumibilmente l’insieme di testi che nell’immediato dopoguerra si è ritenuto opportuno censurare, “epurare”, eliminare dal catalogo dei libri della biblioteca accessibili ai lettori, fino poi a divenire il fondo separato e integro che oggi si presenta. Questi testi, quindi, rappresentano solo una parte, quella di impronta più chiaramente fascista, delle pubblicazioni sulle quali le istituzioni di regime avevano interesse a formare i cittadini. Nel suo insieme questo fondoè espressione della necessità di cancellare il prima possibile nel dopoguerra, anche dagli istituti culturali, il segno del passato regime. Esso rappresenta tutto quanto è stato immediatamente percepito come produzione di regime o assolutamente compromessa con esso. Ora, se per alcune pubblicazioni questa opera di rimozione appare assolutamente naturale e comprensibile, penso ad esempio ai testi di ispirazione razzista che compaiono in entrambi i fondi, lo stesso certamente non si può dire di altri testi, messi da parte, ad esempio, nel caso in cui gli autori siano stati eccessivamente compromessi col regime. Importante sarebbe allora scoprire quali e quanti testi del nucleo originario della Biblioteca Civica sono stati mantenuti, lasciati in catalogo alla libera fruizione dei lettori, quindi non percepiti come produzione culturale fascista o di regime e rappresentativi del progetto culturale originario alla base dell’istituzione della biblioteca.

Tutti questi aspetti rappresentano altrettante prospettive di ricerca che si aprono grazie all’ausilio di strumenti come quelli presentati in questa raccolta: un modo, insomma, per avviare nuovi percorsi per la storia della cultura anche per quelle epoche, come il periodo fascista, sulle quali gli studi storici hanno già detto molto. La possibilità di cimentarsi con fonti nuove e diverse apre senz’altro nuovi spazi alla ricerca storica.

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    By: Francesco Ottaviani

    Francesca Ottaviani Laureata nel 2003 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi in Storia della storiografia moderna(relatrice prof.ssa Maria Clara Castelli, correlatore prof. Alberto Asor Rosa). Nel 2009 ha conseguito il Dottorato di ricerca in Società, politiche e culture dal Tardo Medioevo all’Età contemporanea, presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Si occupa di questioni relative alla storia della cultura e delle idee nella prima metà del Novecento, con particolare attenzione all’utilizzo delle fonti letterarie come strumento utile all’indagine storiografica.

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