Editoriale – La Costituzione repubblicana e la “rivoluzione liberale”

Il dibattito sulla Costituzione repubblicana rappresenta un terreno di analisi assai stimolante sui processi politici che hanno attraversato la storia del paese, dalla nascita della Repubblica alle dinamiche del tempo presente.

Nella cornice della guerra fredda e del “congelamento” della Costituzione, la lotta per l’elezione della Corte costituzionale e l’attuazione del titolo V sulle autonomie locali ha scandito la mobilitazione delle sinistre per il superamento del centrismo e l’avvento del centrosinistra.

Nella stagione del centrosinistra, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma della scuola media, lo Statuto dei lavoratori, il finanziamento delle regioni a statuto ordinario sono stati realizzati in nome dei principi di libertà e di uguaglianza e dell’ordinamento democratico dello Stato sanciti nella prima parte  della Costituzione (Alessandro Pizorusso, Il disgelo costituzionale, in AA.VV, Storia dell’Italia Repubblicana, Vol. 2**, La trasformazione dell’Italia. Sviluppo e squilibri, Giulio Einaudi editore, Torino, 1995, pp. 115 – 150).

 

Nella fase del compromesso storico e della solidarietà nazionale, la difesa della Costituzione ha reso possibile conquiste civili quali la legge sul divorzio e sull’aborto e la tenuta dello Stato democratico contro lo stragismo e la violenza politica del terrorismo rosso e nero.

Nel quadro del pentapartito, la modernizzazione delle istituzioni reclamata del leader socialista Bettino Craxi ha assunto la parola d’ordine della riforma presidenzialista dello Stato, rilanciata dal Presidente della Repubblica Cossiga di fronte ai mutamenti dello scenario internazionale e alla crisi dei partiti di massa degli anni novanta (Piero Ignazi, I partiti e la politica dal 1963 al 1992, in Storia d’Italia, 6. L’Italia contemporanea, a cura di Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto, Editori Laterza, Roma – Bari, 1999, pp. 228).

Con la nascita dei nuovi soggetti politici del Polo della Libertà e dell’Ulivo, il dibattito sulle riforme costituzionali è stato dettato dalle tematiche federaliste imposte dalla Lega Nord e dall’esigenza di rendere maggiormente competitivo il paese nei circuiti economici della moneta unica europea. Dopo la riforma del titolo V della Costituzione votata dal centrosinistra nell’ottobre 2001 e la bocciatura al referendum del giugno 2006 della riforma costituzionale del centrodestra imperniata sulla “devolution” di alcuni poteri dello Stato centrale alle autonomie locali, il progetto di legge sul federalismo fiscale in discussione in Parlamento può essere considerato il grimaldello di un disegno più generale per l’abbattimento degli equilibri politici e istituzionali e dei rapporti  economici e  sociali delineati dalla Costituzione repubblicana.

Le recenti dichiarazioni del Ministro delle Finanze Tremonti e del Presidente del Consiglio  Berlusconi sulla necessità  di una riforma dei principi fondamentali della Costituzione, a cominciare dall’articolo 41 sull’iniziativa privata e l’utilità sociale dell’impresa, e sulla Costituzione come “inferno di regole” che rendono impossibile l’azione di governo devono essere analizzate seriamente, al di là delle semplificazioni della propaganda.

L’escalation di prese di posizioni del Ministro delle Finanze alla Festa nazionale della Cisl e del Presidente del Consiglio all’Assemblea della Confcommercio hanno trovato la loro  formalizzazione nel messaggio di Silvio Berlusconi al Popolo della Libertà e ai sostenitori del sito ufficiale www.forzasilvio.it:

“[…] La politica italiana è stata dominata da una certa cultura (comunista e cattolica), per la quale chi si assume la responsabilità e il rischio di prendere un’iniziativa in proprio, di fare l’imprenditore, è un potenziale sfruttatore, un potenziale evasore, un potenziale truffatore. E’ questa la visione che ha ispirato l’Articolo 41 della Costituzione che noi vogliamo modificare, perché il principio liberale della libertà dell’iniziativa economica sia realmente attuato. Per noi, gli imprenditori sono la vera risorsa dell’Italia, perché con il loro impegno e la loro capacità di sacrificio contribuiscono a creare occupazione  e benessere. Per questo noi vogliamo che lo Stato ne riconosca nella stessa Costituzione l’utilità economica e sociale e l’essenziale contributo che danno al bene di tutti. Ma cambiare la Costituzione non basta. […] Per questo stiamo lavorando a una nuova legge, che già qualcuno ha chiamato bontà sua, la “Legge Berlusconi”, per realizzare in tempi ridotti la vera libertà d’impresa. […] E’ una rivoluzione liberale che dobbiamo assolutamente realizzare anche per mettere le nostre imprese in condizione di competere sui mercati internazionali, alla pari rispetto alle imprese concorrenti”. (wwww.ilpopolodellalibertà.it/notizie/1839/liberiamo –le-imprese, 24 giugno 2010).

E’ una lettura della storia del paese ricorrente nella cultura politica della destra italiana e individuabile non tanto nel pensiero liberale classicamente inteso quanto nel coarcervo delle formazioni minori che fin dalla nascita della Repubblica ne hanno messo in discussione il legame con l’antifascismo e il catalogo costituzionale dei diritti di libertà e uguaglianza tra i cittadini (Salvatore Lupo, Partito e antipartito. Una storia politica della prima Repubblica (1946-78), Donzelli editore, Roma, 2004).

Il ricorso ai verbali dell’Assemblea Costituente sulla discussione del titolo II sui rapporti etico – sociali e sull’articolo 41 può rivelarsi  allora utile per rintracciare le radici più profonde delle parole del Presidente del Consiglio nella polemica antistatalista e liberista del Fronte liberaldemocratico dell’Uomo Qualunque, espressa fin dalle prime battute dal deputato Michele Tuminelli in un veemente intervento contro la “Carta costituzionale elaborata dalla diarchia democristiana-socialcomunista”. (Assemblea Costituente, seduta del 17 aprile 1947, pp. 2974 – 2978).

Discusso in sede plenaria nelle sedute del 3, 6 e 7 maggio 1947, il titolo II della Costituzione è oggetto nel suo complesso degli attacchi dei deputati qualunquisti Francesco Colitto e Catullo Maffioli alla “statomania” di Paolo Emilio Taviani e di Giuseppe Di Vittorio, con il liberale Giulio Cortese  attento elle esigenza di contemperare “questo afflato di giustizia sociale, [..] colle esigenze dell’economia e della produzione” (Assemblea Costituente, seduta del 3 maggio 1947, pp. 3508 – 3524).

I riferimenti di Taviani al modello costituzionale americano e inglese di intervento  statale nell’economia e di Di Vittorio alle aspettative di giustizia sociale delle masse lavoratrici sono  peraltro emblematici dell’equilibrio ricercato dai Padri Costituenti tra le ragioni dell’iniziativa privata e quelle dell’interesse collettivo, in sintonia con le Costituzioni più avanzate del mondo occidentale (Assemblea Costituente, seduta del 7 maggio 1947, pp. 3685 – 3695).

Come ha ricordato Stefano Rodotà, denunciando le “prove di decostituzionalizzazione” in atto da parte della maggioranza di governo, anche nella Costituzione tedesca la legittimazione della  proprietà privata è accompagnata dal riconoscimento del bene della collettività e la libera concorrenza è stato eliminata tra i principi di base del  Trattato europeo di Lisbona per iniziativa del Presidente della Repubblica francese Sarkozy (Stefano Rodotà, Chi svuota la Costituzione, in La Repubblica, 21 giugno 2010).

Il rilancio delle parole d’ordine della destra qualunquista e liberista nel dibattito sulle riforma costituzionali contrabbandate come principi di ispirazione liberale è allora indicativo di una ricorrente manipolazione della storia del paese e di una deformazione permanente del contesto europeo, con l’obiettivo di disarticolare il patto sociale alla base della Costituzione repubblicana e modificare l’equilibrio dei poteri dello Stato a vantaggio di una concezione plebiscitaria della politica e della democrazia.

Il federalismo senza autonomie confermato dal taglio massiccio della finanziaria ai trasferimenti alle Regioni e agli enti locali, la modifica degli articoli 41 sull’iniziativa privata, dell’articolo 81 sulle modalità di approvazione del bilancio annuale dello Stato, dell’articolo 118 sulle funzioni amministrative degli enti locali, la violazione dell’articolo 21 sulla libertà di stampa e la riscrittura del titolo IV sull’autonomia della magistratura implicita nel progetto di legge sulle intercettazioni non configurano allora una “rivoluzione liberale” quanto una vera “rivoluzione conservatrice” corrispondente alle pulsioni più retrive della destra italiana.

Fonti storiografiche e Carte costituzionali alla mano, gli storici professionisti e gli esperti della politica comunitaria devono allora assolvere il compito di denunciare la falsificazione della storia e del contesto normativo europeo veicolato nell’opinione pubblica dai maggiori esponenti del governo, nel silenzio accondiscendente della gran parte degli organi di informazione.

Alle forze politiche amanti della Costituzione e agli esponenti della destra democratica spetta invece la responsabilità ben più difficile di fermare le derive populiste nella politica italiana e alimentare nel centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale un sentimento di amor di patria fedele ai principi della Costituzione e alle prospettive di un federalismo solidale in sintonia con le responsabilità del paese nella Patria comune europea.

Ai cittadini e alle cittadine italiane può essere di conforto la consapevolezza che dopo i Presidenti  Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, (Oscar Luigi Scalfaro, La mia Costituzione, Passigli editore, Firenze, 2005; Carlo Azeglio Ciampi, Da Livorno al Quirinale, Il Mulino, Bologna, 2010), anche il Presidente della Repubblica Napolitano saprà certamente  continuare a “difendere la libertà”.

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    By: Sante Cruciani

    Sante Cruciani, ricercatore a tempo determinato (tipo b) in Storia delle relazioni internazionali all’Università della Tuscia. Si occupa del processo di integrazione, delle culture politiche e sindacali della sinistra europea, delle rappresentazioni mediatiche della guerra fredda. Tra le sue pubblicazioni: L’Europa delle sinistre. La nascita del Mercato comune europeo attraverso i casi francese e italiano (1955-1957), Carocci, 2007; Passioni politiche in tempo di guerra fredda. La Repubblica di San Marino e l’Italia repubblicana tra storia nazionale e relazioni internazionali (1945–1957), Università di San Marino, 2010. È curatore di: Bruno Trentin e la sinistra italiana e francese, École Française de Rome, 2012; Il socialismo europeo e il processo di integrazione. Dai Trattati di Roma alla crisi politica dell’Unione (1957-2016), FrancoAngeli, 2016.  Insieme a M. Ridolfi, ha recentemente curato i volumi L’Unione Europea e il Mediterraneo. Relazioni internazionali, crisi politiche e regionali (1947-2016), FrancoAngeli, 2017; L’Unione Europea e il Mediterraneo. Interdipendenza politica e rappresentazioni mediatiche (1947-2017), FrancoAngeli, 2017. È condirettore della rivista digitale www.officinadellastoria.eu.

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