Il “Novecento” di Bernardo Bertolucci

In un’intervista del 1972,  Bernardo Bertolucci, preannuncia così il suo “Novecento” (1976), affresco visionario ed epico, raffinato e popolare della Bassa contadina emiliana, nel trapasso dalla società rurale a quella moderna: “Voglio fare un film che si chiama “Novecento”. In due parole è questo: lo stesso giorno, nello stesso anno 1900, nascono due bambini a pochi metri di distanza, cioè la distanza che separa la casa del padrone dalla casa del contadino, in Emilia. Il film segue la vita di queste due persone che sono nate insieme e quindi sono stati bambini insieme, e  che navigano attraverso il secolo, dal 1900 ad oggi, vivendo i momenti della storia italiana, essendo prima molto amici, poi nemici. Naturalmente il padrone è fascista e paga i fascisti, paga i primi scontri fascisti, e il contadino è comunista: poi c’è tutto il periodo del fascismo…”. Rivisto oggi, a trentacinque anni di distanza, “Novecento” impressiona ancora per imponenza e ricchezza di temi di riflessione, nonché per il travolgente impatto visivo, per i rimandi circolari interni e per citazioni ed omaggi ad altri grandi autori del cinema italiano, primo fra tutti Visconti. Quando uscì, quest’opera-fiume di oltre cinque ore, non venne compresa, fu investita da polemiche e subì una sorta di linciaggio: vennero pesantemente criticati le licenze storiche, la rappresentazione utopistica della Liberazione e, soprattutto, il processo finale al padrone, un processo che sembrava guardare più ai balletti rivoluzionari che non alla situazione italiana. Tutte queste critiche avrebbero avuto un senso se Bertolucci avesse voluto realizzare un film realistico o documentario: in realtà, il regista emiliano, qui, filtra e distilla la Storia, dando vita ad una specie di grande romanzo di appendice, fatto di storia e di leggenda, di amori e di eroismo, di orrore e di sacrificio. Se, come ha affermato lo stesso autore, nei suoi film una cosa vuol dire sempre molte altre cose, e spesso anche il suo contrario, “Novecento” è, più che mai, un vero e proprio monumento alla contraddizione. A partire dagli aspetti più eclatanti: si tratta di una produzione miliardaria avente come tema la lotta di classe,di un film intriso di cultura popolare e, insieme, hollywoodiano, di un’opera “comunista” finanziata dal capitalismo europeo. L’ambiguità più significativa non riguarda, però, le vicende produttive bensì l’atteggiamento interno del regista: egli fa, apparentemente, di Olmo (Gerard Depardieu) il suo eroe ma, nello stesso tempo, tratta con condiscendenza e simpatia Alfredo (Robert De Niro). In altre parole, Bertolucci vorrebbe essere Olmo, il contadino, ma, inevitabilmente, si identifica in Alfredo, il padrone, e, come lui, non riesce a disfarsi dell’eredità, materiale e simbolica, della sua classe sociale. In questo senso, il film è tutt’altro che ottimista e, dietro il dispiegarsi delle bandiere rosse, si avverte, tragica, l’impossibilità di sbarazzarsi dei padri e dei privilegi della vita borghese.

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