Recensione: Marco Gervasoni, Storia d’Italia degli anni ottanta. Quando eravamo moderni.

Degli anni Ottanta si parla sempre più spesso. Non solo sulla stampa o in televisione, ma anche nel dibattito storiografico. E non c’è dubbio che il tema si sia ormai legittimamente insediato nel panorama degli studi storici anche in Italia. Dopo i primi capitoli all’interno di alcune storie più ampie della Repubblica e una serie di volumi collettivi[1], cominciano infatti a uscire monografie dedicate esclusivamente agli anni Ottanta. Questa di Marco Gervasoni è la prima, per molti aspetti, a circoscrivere con nettezza l’argomento, riconoscendo così al decennio una sua irriducibile individualità storica.

Fare storia degli anni Ottanta, ovviamente, solleva questioni epistemologiche di ampia portata. Bisogna innanzi tutto confrontarsi con gli scetticismi di chi vorrebbe anche la contemporanesitica relegata a contesti cronologici più lontani dal presente. E’ poi indispensabile riuscire a dialogare in modo serrato con le scienze sociali che, in quegli anni, hanno prodotto una quantità sterminata di indagini. Occorre infine dare un contesto internazionale a una vicenda, quella italiana, che proprio allora comincia a sentire gli effetti più sconvolgenti della globalizzazione. Ma soprattutto non si può prescindere dalla necessità di far i conti con un discorso pubblico alimentato da una mole impressionante di giudizi, immagini, stereotipi, memorie fortemente intrecciate all’attuale lotta politica, che spesso fa dei protagonisti di allora i principali sostenitori di interpretazioni del passato funzionali alla legittimazione delle scelte del presente.

Gervasoni assolve questi compiti con originalità. Offre infatti una lettura di quegli anni diversa da quella emersa finora nei lavori storiografici più conosciuti, in particolar modo nei volumi di Paul Ginsborg e Guido Crainz[2]. C’è senza dubbio un punto di partenza comune: ovvero il riconoscimento della repentinità e della radicalità delle trasformazioni della società italiana, che sembra divenire una sorta di laboratorio di una più ampia mutazione socio-culturale ancora in corso nel mondo occidentale. Ma, sul significato di questa evoluzione, la sua interpretazione si spinge in un’altra direzione. Al riguardo, quattro mi sembrano le questioni più interessanti.

La prima riguarda il passaggio alla «postmodernità». E’ evidente che gli anni Ottanta segnino una cesura rispetto al passato e il nuovo mondo materiale e immaginario degli italiani risulti profondamente diverso, quasi irriconoscibile, rispetto a un’idea tradizionale di «modernità». Ma a Gervasoni questo processo appare anche come il pieno raggiungimento della stessa «modernità», il proseguimento di una trasformazione che non era stata completata negli anni Sessanta e Settanta e che normalizza, a tutti gli effetti, l’Italia nel consesso dei Paesi occidentali più sviluppati.

La seconda questione, invece, ruota intorno al significato dell’espansione dei consumi di massa. Che, a giudizio dell’autore, non può essere interpretata soltanto come una corsa agli status symbol, con un’esclusiva enfatizzazione della dimensione simbolica. All’origine, infatti, ci sarebbe la formazione e la legittimazione di un nuovo e complesso individualismo, di cui non dovrebbe essere sottovalutata anche la funzione di stimolo alla ricerca di una maggiore autonomia personale e di una più alta qualità di vita. Mai prima di allora, neanche durante gli anni del miracolo economico, il consumo di massa avrebbe avuto effetti così profondi e rivoluzionari nel nostro Paese, in tutti i gruppi sociali e in tutte le aree geografiche.

La terza questione coinvolge il ruolo della televisione commerciale. Di cui spesso si è sottolineata la ripetitività, gli stereotipi e il vuoto culturale, ma di cui non sempre si sarebbe evidenziata a sufficienza la forza di innovazione nei modelli di rappresentazione della realtà. Da lì sarebbe nato un nuovo processo di alfabetizzazione degli italiani, molto diverso da quella intrapreso dalla Rai negli anni Sessanta e Settanta. Gervasoni parla di una «rivoluzione sensoriale» (p. 13) del pubblico televisivo, quasi una mutazione antropologica, senza confronti in Europa.

L’ultima questione, infine, riguarda l’irresistibile ascesa dei «nuovi ceti medi» (pp. 106-114). Se Ginsborg ne sottolinea le dicotomie interne tra gruppi composti prevalentamente da piccoli imprenditori e commercianti e quelli formati per lo più da dipendenti della scuola e dei servizi pubblici (nucleo di un ceto medio «critico e riflessivo» determinante nella costruzione di una nuova «società civile»), Gervasoni mette in rilievo soprattutto il loro ruolo di protagonisti di una vera e propria rivoluzione culturale, capace di imporre le proprie parole d’ordine all’intera società italiana. Un nuovo sistema di valori, fatto di impoliticità, edonismo e leaderismo, ma anche di patriottismo, localismo e movimentismo, che sarebbe penetrato in profondità anche all’interno degli altri gruppi sociali, ribaltando le antiche supremazie e marginalizzando le ideologie tradizionali.

In questo contesto sociale e culturale, estremamente dinamico, che ne è della politica? Alle sue trasformazioni l’autore dedica la conclusione del volume, enfatizzando soprattutto quegli aspetti di spettacolarizzazione che, in molti casi, sarebbero stati anticipati dal mondo culturale, ovvero dal nuovo ruolo pubblico degli intellettuali che, fin dalla fine degli anni Settanta, avrebbero cominciato a conquistare un’inedita visibilità abbattendo le «barriere tra avanguardie e pop, tra alto e basso» (p. 179). Al riguardo, al di là dell’attenzione ai nuovi modi di pensare e fare politica, di cui si sottolinea la campagna elettorale del 1987 come un momento chiave, Gervasoni sembra far propria l’idea, largamente diffusa, di una sostanziale incapacità della classe politica italiana di governare il cambiamento sociale e culturale in corso in quegli anni. I politici si trasformano, ma non guidano la trasformazione e, alla fine, ne divengono vittime.

Se su questo c’è un sostanziale accordo, anche alla luce del successivo collasso dei partiti, non sorprende però che gli storici si dividano ancora nettamente su ciò che divide anche l’opinione pubblica: il giudizio su Craxi e il craxismo. Gervasoni, già autore di studi specifici sull’argomento[3], non condivide l’interpretazione del craxismo all’insegna della continuità, come legittimazione del rampatismo o come «versione modernizzata dei tradizionali rapporti patrono-cliente»[4], ma accredita l’idea di una rottura, valorizzando quanto meno le intenzioni modernizzatrici di Craxi e sottolineandone le capacità di interpretare lo «spirito del nuovo decennio» (p. 10). Su questo c’è il rischio che, anche tra gli studiosi, la discussione si incagli nella difesa dei propri convincimenti. Ma quello che la riflessione storiografica degli ultimi anni ha senza dubbio contribuito a esorcizzare è l’idea di una totale identificazione degli anni Ottanta con il craxismo. Anche nella vita politica, infatti, i processi di trasformazione assunsero caratteri e aspetti molto complessi, spesso contradditori e non sempre facilmente decifrabili.

Resta un’ultima considerazione a conclusione della lettura del volume. Come percorrere le tante piste di ricerca che emergono da questo quadro generale degli anni Ottanta? Quali fonti privilegiare? Come decostruire le rappresentazioni coeve? Gervasoni fa largo uso della stampa e dei prodotti dell’industria culturale, che risultano di straordinaria utilità per ricostruire ed esaminare il paesaggio emotivo e ideologico di quel decennio. Meno, forse, per cogliere alcune trasformazioni del mondo materiale, economico e sociale, che tendevano a nascondersi agli occhi degli stessi protagonisti. Qui, naturalmente, gli studi delle scienze sociali offrono prospettive preziose e per molti versi irrinuciabili. Ma cosa può aggiungere di suo lo storico, soprattutto quando si tratta di processi ancora in corso? E’ una questione che forse meriterebbe ulteriori riflessioni.

 

 


[1] Tra quest’ultimi, ricordo Gli anni Ottanta come storia, a cura di S. Colarizi, P. Craveri, S. Pons, G. Quagliariello, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2002.

[2] Soprattutto P. Ginsborg, L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996, Einaudi, Torino 1998; G. Crainz, Il Paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 2003; Id., Autobiografia di una repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Donzelli, Roma 2009.

[3] S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago. Craxi, il Psi e la crisi della Repubblica, Laterza, Roma-Bari 2005.

[4] Cfr. Crainz, Il Paese mancato cit., pp. 594-595 e Ginsborg, L’Italia del tempo presente cit., p. 289.

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