Il fascismo nella provincia operosa: politica, economia e società in provincia di Terni (1926-1943).

Finalità della ricerca e orientamenti storiografici.

Obiettivo dello ricerca è quello di indagare ciò che ha rappresentato l’esperienza della dittatura fascista, dal suo definitivo dispiegarsi, in conseguenza dell’emanazione delle leggi cosiddette “fascistissime”, sino alla sua caduta, nel luglio 1943, in un contesto particolare e ben definito come quello del segmento dell’Umbria meridionale costituito in Provincia nel gennaio 1927[1]. Un territorio certamente non omogeneo per caratteristiche storiche ed economico-sociali: ad un’area orvietana da sempre gravitante tra alto Lazio e Toscana meridionale, caratterizzata dalla prevalenza dell’agricoltura che si sostanziava nella predominanza della mezzadria, costituente peraltro l’ossatura dei rapporti economici e sociali nella maggioranza delle campagne umbre, si contrapponeva la presenza dell’unico grande polo industriale della regione in una fascia che, partendo dalla cascata delle Marmore, all’inizio della Valnerina ternana, arriva fino a Narni, con al centro la città divenuta capoluogo della nuova provincia. Alla Terni degli stabilimenti industriali (la città “dinamica”, laboriosa e infaticabile) si contrapponeva l’Umbria verde, bucolica, francescana, terra d’arte e di misticismo, espressione di una latinità rurale e “cuore” dell’Italia fascista, secondo una rappresentazione antinomica propagandata dalla pubblicistica del regime e destinata ad avere una larga fortuna. Una realtà complessa dunque, costituente un case-study esemplare, potenzialmente in grado di fornire utili contributi per meglio approfondire taluni dei più problematici nodi interpretativi riguardanti la storia del fascismo e, tuttavia, scarsamente esplorata dalla storiografia più avvertita specialmente in una prospettiva di lungo periodo.

La comprensione delle motivazioni che hanno reso possibile la nascita e l’affermazione del fascismo ma, soprattutto, la riflessione su quella che fu la natura della dittatura mussoliniana, rappresentano certamente questioni che ormai da un settantennio la storiografia non soltanto italiana ha affrontato con alterni esiti. Tralasciando i contributi[2] che già negli anni dittatura erano riusciti a porre in evidenza taluni tratti specifici del fascismo (il ruolo assunto dalla violenza, la natura profondamente antidemocratica e illiberale, il carattere di dittatura moderna), è comunque nel dopoguerra che i diversi studi e interpretazioni succedutesi hanno cercato di pervenire ad una lettura plausibile del fenomeno fascista, non di rado funzionale ai diversi momenti storico-politici che facevano da sfondo alla ricerca[3]; una parte della quale negli ultimi due decenni, coincidenti, non casualmente, con la crisi del sistema politico repubblicano, ha puntato ad una rappresentazione della dittatura mussoliniana come un autoritarismo sostanzialmente morbido e, tutto sommato, positivo per l’Italia. Questa interpretazione trae ispirazione prevalente dai lavori di Renzo De Felice, che hanno trovato una sintesi nelle due interviste allo storico reatino, pubblicate nel 1975 e nel 1995[4], in cui venivano riassunte, spesso estremizzandole, alcune delle tesi (la distinzione tra “fascismo-movimento” e “fascismo-regime”, la natura totalitaria e il carattere di massa del regime, il consenso ottenuto, i rapporti contraddittori con il nazismo) proposte nei sette volumi della fondamentale biografia di Mussolini, pubblicata da Einaudi tra il 1965 e il 1997. A questa lettura del fascismo se ne è venuta contrapponendo un’altra che ha trovato espressione nei lavori di storici come Alberto Aquarone, Denis Mack Smith, Adrian Lyttelton, Nicola Tranfaglia, Emilio Gentile[5], i quali, traendo spunto dalle analisi presenti in lavori precedenti, ad esempio di Salvemini e Tasca, e in sostanziale contrapposizione alle tesi defeliciane, hanno proposto un approccio che interpreta il fascismo come una profonda rottura nella storia dello Stato unitario. Il fascismo infatti avrebbe interrotto il processo di sviluppo democratico, sviluppatosi con difficoltà e contraddizioni nel cinquantennio liberale, dando vita, per la prima volta in Europa, al tentativo di costruire uno Stato totalitario, certamente fondato sulla violenza e su un articolato apparato repressivo volto a stroncare ogni dissenso[6], ma anche, innegabilmente, su un certo consenso ricercato, organizzato e ottenuto in settori diversi della società italiana, grazie l’azione del Pnf, vero e proprio “partito milizia”, e al massiccio ricorso a un complesso apparato di riti e simboli introdotto dalla politica fascista[7]. Questo obiettivo, perseguito con gradualità, tra difficoltà, incertezze e compromessi, abortì però definitivamente a seguito degli esiti disastrosi della guerra e alla conseguente caduta del regime.

Se questo appare in estrema sintesi l’orizzonte storiografico di riferimento, un apporto essenziale verso nuove direzioni di ricerca e acquisizioni, funzionali ad un approfondimento ragionato e complessivo del “fenomeno” fascista, ci può venire da uno studio sistematico e documentato che tragga origine dalla dimensione locale. E’ ormai un dato acquisito che il fascismo si presentasse contrassegnato da una complessità periferica non sempre riconducibile alla volontà accentratrice del duce. Nonostante i tentativi dei vertici nazionali, le specificità dinamiche locali giocarono un ruolo fondamentale, interagendo con il ruolo ricoperto da una schiera di piccoli e grandi “ras” condizionanti sovente le linee operative dei diversi fascismi di provincia. Tutto questo ci restituisce un’immagine più complessa di quella rappresentazione monolitica del regime, ritenuto capace di controllare le dinamiche politiche locali e di imporre una rigida centralizzazione delle decisioni, presentata da una parte della storiografia italiana. Proprio partendo da ciò, soprattutto nell’ultimo ventennio ha preso piede un nuovo filone di studi, specificatamente volto allo studio dei fascismi di periferia che, proseguendo nella strada indicata da alcuni lavori pioneristici[8], ha fatto proprie le più interessanti suggestioni emergenti dal dibattito storiografico, rivolgendo attenzione al funzionamento di strutture politiche, economico-sociali e culturali, ricostruendo vicende e dinamiche relative a contesti territoriali diversi, in genere riferibili a periodi specifici del ventennio fascista, favorendo così un sostanziale e generale progresso della ricerca[9]. Questo genere di approccio ha reso possibile l’approfondimento e una migliore conoscenza di quelle che sono le principali e più controverse questioni interpretative: così la dibattuta questione del rapporto tra consenso/dissenso, con un’attenzione specifica a quello che è il rapporto tra violenza e capacità di attrazione del fascismo; il ruolo esercitato dal Pnf nei processi di formazione e consolidamento dei ceti dirigenti locali, di mantenimento delle vecchie élites o di promozione di nuove; la stessa capacità di inserirsi nelle dinamiche territoriali e di controllare le reti clientelari locali per raggiungere i propri obiettivi totalitari[10]. In questo quadro l’assunzione della prospettiva locale come campo d’indagine sul fascismo è in grado di offrire chiavi di lettura interessanti: con riferimento alla capacità di creare consenso, è in grado di far emergere l’esistenza di una realtà estremamente sfaccettata (fatta di atteggiamenti differenziati e oscillanti in una scala compresa tra l’adesione convinta e l’antifascismo), permettendo di meglio apprezzare quanto nelle scelte individuali influissero le necessità della vita quotidiana e le stesse opportunità offerte da talune istituzioni del regime, avendo sempre ben presente quello che era il peso dei diversi meccanismi repressivi e propagandistici introdotti dalla politica fascista, sullo sfondo di dinamiche di potere caratterizzanti i differenti contesti locali. Proprio queste dinamiche, a partire da una riflessione sull’insieme di prerogative attribuite e concretamente esercitate da podestà, federali e prefetti, questi ultimi, non di rado punto di convergenza delle tensioni che si scatenano tra centro e periferia, diventano sempre più oggetto di indagine negli studi in ambito locale, al fine di poter meglio verificare quali fossero i rapporti di potere e tra poteri e, in ultima analisi, chi comandasse realmente in periferia. Allo stesso modo, si può arrivare a meglio comprendere i mutamenti degli equilibri del potere locale, ricostruendo contrasti e lotte interne al Pnf, tra questo e taluni settori delle élites politiche ed economiche locali, che non di rado tentano di contendere al partito il controllo delle periferie. Seguendo questo percorso diventa peraltro più agevole accertare quella che è stata capacità del regime di rapportarsi con la società locale: verificando, da un lato, come il fascismo abbia puntato a egemonizzare e controllare le reti clientelari locali; porgendo quindi attenzione a quell’insieme di iniziative sociali e culturali poste in essere al fine di inserire l’individuo in un tessuto complesso di “reti” di valori e comportamenti, finalizzati alla costruzione del consenso, che possono essere meglio dipanate approfondendo una serie di elementi (dai riti e simboli propagandati anche e soprattutto in periferia, alle politiche sociali finalizzate all’assistenza, a quelle dopolavoristiche volte a coinvolgere soprattutto ceti medi e operai, sino alle iniziative miranti a mobilitare e indottrinare i giovani), che risultano funzionali alla comprensione di quella che è stata l’effettiva capacità del fascismo di avvicinarsi alla realizzazione del proprio progetto totalitario.

 

Il fascismo in provincia di Terni:

tra modernizzazione, conservazione e subordinazione. Una questione irrisolta.

Un case-study esemplare.

Proprio in considerazione della crescente importanza e della stessa diffusione degli studi sul fascismo in una dimensione locale, appare utile e potenzialmente in grado di produrre esiti fecondi intraprendere una ricerca che cerchi di comprendere nella sua complessità l’esperienza del regime mussoliniano in provincia di Terni. In effetti, a tal proposito mancano studi che si approccino al fascismo in un ottica di lungo periodo e in una prospettiva unitaria che consideri la provincia nel suo complesso[11], o anche a partire da quelli che sono i due maggiori centri urbani: Terni e Orvieto. Con riferimento al capoluogo provinciale, se ormai più di trenta anni fa Franco Bonelli con il suo innovativo lavoro sulla Società “Terni”[12] portava alla ribalta del panorama storiografico nazionale la storia industriale della città, letta come momento fondamentale della storia economica contemporanea nazionale nonché paradigma dello sviluppo industriale italiano, rispetto a ciò, ad esclusione di pochi importanti contributi (di Alessandro Portelli per l’horal history, di Renato Covino e Gianfranco Canali per la storia del movimento operaio)[13], per quanto concerne il ventennio fascista e, in modo specifico, gli anni che vedono il consolidamento del regime e l’organizzazione del consenso in periferia, non si sono avuti studi di analoga rilevanza e ricaduta, nonostante l’esistenza di caratteri precipui: come, ad esempio, la presenza di una grande impresa polisettoriale e di una forte classe operaia in cui si intrecciano, a volte in modo schizofrenico, anarchismo individuale, espressione di un mondo contadino senz’altro presente nel tessuto locale, e consapevolezza di classe, frutto di una consolidata organizzazione politica, sullo sfondo di classi dirigenti e di una borghesia locale generalmente “deboli”, continuamente oscillanti tra l’accettazione e il rifiuto dell’identità industriale della città. Tutto ciò fa di Terni un caso esemplare e, per molti versi, unico da studiare, rendendolo una potenziale cartina di tornasole utile per una migliore comprensione del fascismo al di là della semplice dimensione provinciale. In effetti, se si escludono pochi saggi e tesi di laurea, che hanno affrontato specificatamente taluni aspetti dell’affermarsi e del consolidarsi del fascismo a Terni e nella sua provincia, generalmente non oltre il 1927 (la violenza squadrista, le lotte intestine all’interno del Pnf, la nascita della nuova Provincia)[14], sino ad ora la storiografia locale ha inserito il discorso sul fascismo nell’ambito di narrazioni che hanno privilegiato, da un lato, lo studio dal punto di vista politico e sociale della classe operaia; dall’altro, il ruolo che ha avuto la grande impresa, essenzialmente la Società “Terni”, rappresentata come una moderna company town, nel condizionare la vita amministrativa e sociale della città nelle diverse fasi della sua storia[15]. La situazione appare se possibile peggiore se si considera l’altro maggiore centro della provincia: Orvieto. Scarsi, se non assenti, sono i contributi sulla storia della città nel ventennio fascista[16]. Legata quasi esclusivamente ad un’agricoltura fondata prevalentemente sulla mezzadria, sprovvista di uno sviluppato tessuto industriale, Orvieto è tra le prime città a cadere sotto i colpi di un fascismo squadrista tra i più violenti dell’Umbria e dai tipici connotati agrari[17]. Con la creazione della nuova Provincia la città perde lo status di capoluogo di circondario (vengono meno gli uffici della sottoprefettura, il Tribunale, la legione della MVSN), vivendo questa condizione come una cocente umiliazione: appare quindi alla ricerca di una nuova identità in una contrapposizione, non di rado polemica, con il ruolo assunto da Terni. Tuttavia, a partire dagli anni Trenta, la città della rupe, secondo uno schema che sembra ripetersi anche in altri centri della regione, viene destinata dal regime ad incarnare i valori dell’arte e della tradizione storica, anche nella prospettiva del rafforzamento di una vocazione turistica, seppure con taluni innesti riconducibili alla modernità, che trovano espressione, dal punto di vista prettamente economico, in produzioni legate al vino, ai pellami, ai merletti, generalmente in una misura poco più che artigianale; ma anche nella conferma o nel nuovo insediamento del Distretto militare, della Scuola avieri e, soprattutto, dell’Accademia fascista femminile di educazione fisica, istituita nel 1932 al fine di formare le insegnanti di ginnastica e le dirigenti delle organizzazioni giovanili femminili del Pnf[18]. Per gran parte del ventennio fascista Orvieto sembra pertanto all’affannosa ricerca di una propria identità e di un proprio ruolo: per comprendere la ratio e gli effetti di tutto ciò appare allora ineludibile avviare una riflessione su quelli che sono i caratteri, le scelte effettuate e subite, il peso e le dinamiche politiche innescate, in una dimensione non soltanto provinciale, che vedono certamente protagoniste le èlites dirigenti locali e il loro rapporto con il fascismo.

 

Un percorso di ricerca.

Finalità della ricerca è quella di dipanare una serie di nodi problematici sul fascismo di cui, come visto, la dimensione provinciale può rappresentare campo d’indagine ideale. Il tutto a partire da una lettura che, da quanto sinora accertato in sede storiografica, vede il movimento mussoliniano pervadere una società locale fondata su rinnovati equilibri, frutto della riaffermazione del potere dei tradizionali ceti dirigenti agrari, affiancati in talune realtà da nuove élites emergenti dagli apparati del partito fascista. In tale quadro si inserisce l’eccezione rappresentata dalla città capoluogo, dove il regime deve confrontarsi con una forte classe operaia e, soprattutto, con la fabbrica totale rappresentata dalla “Terni” polisettoriale di Arturo Bocciardo. A partire da ciò la ricerca deve proceder secondo una ben definita scansione tematica/cronologica.

In primo luogo, preliminarmente, appare importante ricostruire il processo che, nel gennaio 1927, porta alla costituzione della provincia di Terni, scelta che si inserisce in una operazione politico-amministrativa di più ampia portata, che vede la nascita di altre 16 nuove province[19], ma anche, a seguito dell’emanazione delle leggi “fascistissime” e della completa ridefinizione della struttura amministrativa locale (riforma di comuni e delle amministrazioni provinciali, potenziamento delle prerogative dei prefetti), la definitiva affermazione della dittatura. Diventa inoltre essenziale esaminare la situazione politica, economica, sociale, così come si viene affermando in particolare a partire dalle elezioni del 1924, che rappresentano un passaggio essenziale ai fini di una prima necessaria stabilizzazione del fascismo in provincia. Passaggio determinante in tale frangente deve essere rappresentato dalla ricostruzione della fisionomia della classe dirigente che si viene affermando. Attenzione specifica deve essere posta ad accertare quali tra quei settori della società locale che avevano favorito e reso possibile la nascita e l’affermazione del fascismo (dalla nobiltà agraria, alla borghesia imprenditoriale, a quella delle professioni e del pubblico impiego, a taluni settori popolari) traggono i maggiori vantaggi dall’affermazione della dittatura fascista, approfittando del nuovo regime per una rapida ascesa sociale o, invece, per il consolidamento di un potere già esistente. Funzionale a ciò diventa allora l’esame di quelli che sono gli organismi politici e sindacali, delle dinamiche che regolano i rapporti all’interno del fascismo locale, ma anche della gestione dei diversi apparati in cui si struttura il potere in ambito locale: arrivando a ricostruire il quadro dei rapporti che si instaurano, delle alleanze, dei contrasti, delle lotte, così come delle rapide ascese e delle altrettanto fulminee sconfitte che si verificano.

Partendo da ciò si dovrà avviare una riflessione sulle vicende che contrassegnano il fascismo in provincia di Terni lungo tutti gli anni Trenta: decennio che vede la ricaduta nel panorama socio-economico locale non solo degli effetti della crisi economica, ma anche dell’avventura coloniale in terra d’Africa e della guerra civile spagnola. Nell’affrontare questa fase, in cui anche a livello provinciale sembra delinearsi un sostanziale consolidamento del regime almeno sino alla guerra d’Africa, sarà sempre necessario avere come osservatorio privilegiato le classi dirigenti, per verificare se, rispetto al decennio precedente, nelle strutture politiche, sindacali, sociali, espressione del Pnf, così come nell’amministrazione provinciale e in quelle comunali, si verifichino dei mutamenti nell’origine sociale e nei caratteri di tali settori. Chiave di lettura privilegiata diventa allora l’esame dall’azione svolta da prefetti, federali, podestà, indispensabili cinghie di trasmissione del potere centrale, grazie ad una ricostruzione dei rapporti che si instaurano tra questi poteri e della loro evoluzione nel decennio considerato, nella convinzione che in questo modo si possa meglio approfondire il ruolo esercitato dal Pnf nella realtà provinciale, ruolo che, la tormentata vicenda delle dimissioni del podestà di Terni Rossi Passavanti, le frequenti tensioni e lotte intestine che interessarono il partito, sembrerebbe rivelare un Pnf sostanzialmente fragile, incapace di rappresentare fruttuosamente gli interessi locali facendo valere le esigenze e gli interessi della provincia, nel contesto di quel rapporto dinamico che appare elemento caratterizzante il rapporto tra centro e periferia in questa fase. Un ulteriore approccio per meglio valutare la portata e i caratteri del potere esercitato dal fascismo, consiste nello scandagliare i rapporti intercorsi tra fascismo e grande industria nel capoluogo provinciale: da indagare attraverso l’approfondimento del ruolo avuto dal sindacato fascista nell’organizzare la classe operaia ternana ai fini del consenso e nel suo confrontarsi con la grande industria, a partire dalla fase di crisi della prima metà degli anni Trenta. In effetti, è in questo frangente che a Terni sembra giungere a definitiva affermazione il modello di fabbrica totale, con la grande azienda che assume il controllo del ciclo di funzionamento della città, anche per quello che riguarda le funzioni di riproduzione della forza lavoro (casa, trasporti, attività ricreative, assistenza), secondo un modello di workfare, che si richiama ad un’idea di collaborazione tra capitale e lavoro oltre che al ruolo di tecnici e management, sperimentato negli Stati Uniti già nei primi anni del Novecento. Stante tale quadro diviene allora essenziale provare a capire in che termini, con quale autonomia e con quali esiti, rispetto al tradizionale notabilato e ai ceti agrari nei diversi centri della provincia e, nel capoluogo, rispetto alla grande impresa, prende forma l’azione del regime volta alla fascistizzazione della società locale, alla costruzione e al consolidamento di un consenso finalizzato al progetto di forgiare una società dai caratteri totalitari. Per raggiungere questi obiettivi si deve fare luce sul ruolo avuto dal Pnf nella mobilitazione e nell’educazione dei diversi settori della popolazione: analizzando l’apparato simbolico che supporta la politica fascista, valutando l’operato delle diverse organizzazioni del Pnf, in relazione alle politiche sociali, dopolavoristiche, giovanili perseguite, riflettendo sulle stesse politiche urbanistiche intraprese; così da meglio apprezzare la portata e la pervasività di tale azione sulla società locale. Da non trascurare inoltre una riflessione su quella che è stata la capacità della società locale di resistere alla fascistizzazione, indagando la portata, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, e gli stessi caratteri che assume il dissenso e l’opposizione al regime, non ascrivibile esclusivamente all’azione politica e di propaganda delle forze d’opposizione, ma anche a scelte non organizzate, individuali, frutto per così dire di un’opposizione “esistenziale”, certamente significativa, nel caso di Terni, per una classe operaia in cui appare latente una cultura del conflitto che non di rado esula dalle categorie precostituite della politica.

Il triennio bellico deve essere approfondito per meglio apprezzare la portata degli effetti che l’ingresso nel conflitto e l’andamento sempre più negativo dello stesso generarono nel tessuto politico, economico e sociale della provincia. A tale proposito si rivelerà importante verificare il modo in cui il Pnf in ambito provinciale si venne adeguando allo crescenti sfide determinate dallo stato di guerra: cercando, da un lato, di rispondere alle sollecitazioni provenienti dal centro; dall’altro puntando a soddisfare i bisogni essenziali della popolazione, al fine di garantire il consenso per il regime e la guerra fascista. Consenso che però, se ancora esistente, la crescente gravità della situazione economica e gli effetti devastanti dei bombardamenti alleati contribuiranno certamente, in vasti settori della popolazione, a stroncare.

In conclusione, proprio da un simile approccio di ricerca potrebbero scaturire esiti potenzialmente fecondi qualora si allargasse l’orizzonte in un’ottica di più lungo periodo, potenzialmente foriera di utili risultati a patto però di riuscire ad inquadrarla in una dimensione nazionale e in una prospettiva interdisciplinare. La riflessione sulla rilevanza dei caratteri specifici del tessuto politico, economico, culturale e, in ultima analisi, sulla società locale considerata in toto che si intende privilegiare, diviene supporto interpretativo imprescindibile per la stessa comprensione di molti dei nodi storiografici che costellano la storia dei territori compresi nella provincia di Terni nei decenni successivi (la Resistenza, la difficile ricostruzione, l’egemonia politica e culturale acquisita dal Partito comunista, la fine del mondo contadino fondato sulla mezzadria, la crisi e la ristrutturazione della grande impresa con le sue laceranti conseguenze), nella convinzione che una tale impostazione sia utile a stimolare altri studi in cui possano convergere contributi provenienti non soltanto dalla storia politica, sociale, economica, d’impresa, ma anche di discipline quali l’economia, la sociologia, l’antropologia.

 

Fonti per la ricerca.

Le fonti negli archivi nazionali.

Per condurre la ricerca proposta, oltre alla bibliografia sin qui delineata nei suoi tratti essenziali, si attingerà ad una serie molteplice di fonti documentali conservate in archivi nazionali e locali. Di fondamentale interesse appare innanzitutto l’insieme della documentazione esistente in alcuni dei fondi conservati presso l’Archivio storico della Camera dei deputati e, soprattutto, l’Archivio Centrale dello Stato. Per quanto concerne il primo, di un certo interesse appaiono le due serie Schede anagrafiche dei deputati e Consiglieri fascisti, in grado di fornire utili indicazioni biografiche sugli incarichi ricoperti nell’ambito del regime dai deputati e, per quanto concerne la XXX legislatura, dai consiglieri della Camera dei fasci e delle corporazioni.

Con riferimento all’Archivio centrale dello Stato, indispensabile appare la documentazione prodotta dai diversi organi dello Stato: a partire dalle carte del Gabinetto della Presidenza del consiglio dei ministri, in particolare i fascicoli riferibili al periodo studiato, in grado di offrire elementi interessanti su quelli che erano i rapporti non soltanto politici tra il Capo del governo e del fascismo e i rappresentanti locali dello Stato, oltre che singole personalità locali e non, legate al mondo economico, culturale, religioso, potenzialmente utili per fornire informazioni su problematiche diverse espressione dell’evoluzione della situazione politica, economica, sociale della provincia di Terni. Di uguale importanza è il fondo del Senato e, nello specifico, le Memorie difensive dei senatori, certamente significative per le indicazioni riguardanti l’attività svolta nel ventennio dai senatori provenienti dal territorio considerato. Altrettanto interessanti appaiono le diverse serie riferibili al Ministero dell’Interno. Innanzitutto, quelle di natura amministrativo-civile (Direzione Generale dell’Amministrazione Civile Divisione Affari Generali e Riservati-Podestà e Rettorati Provinciali; ma anche, Ufficio Elettorale, con fascicoli sino al 1938; inoltre Divisione per le Amministrazioni Comunali e Provinciali, con documentazione sino al 1937) indispensabili per fornire indicazioni, ad esempio, sulla mobilità dei podestà (nomine, revoche, dimissioni, morti e relative statistiche), la definizione degli assetti amministrativi della nuova Provincia di Terni (rapporti con i vari ministeri, con i diversi Comuni negli aspetti inerenti il funzionamento interno di questi ultimi). Questo genere di fonte potrebbe rivelarsi essenziale anche per fare luce su vari aspetti della vita municipale, ad esempio, relativamente alle scelte politiche e amministrative dei podestà dei diversi centri, ai rapporti tra le amministrazioni podestarili e tra queste e quella provinciale, oltre che con l’autorità prefettizia. Nel contempo, per ricostruire il quadro delle élites dirigenti dei diversi municipi, permettendo di fare luce su cause, modalità ed esiti della lotta politica che si scatena in periferia, coinvolgente non di rado anche dirigenti locali assurti a incarichi nazionali. Di assoluta evidenza si mostra l’insieme della carte prodotte dal Ministero dell’Interno riguardanti l’azione di vigilanza e repressione dell’attività sovversiva e antifascista, ma anche il controllo sull’operato dei fasci locali e dei diversi funzionari. Determinanti si rivelano poi le carte della Direzione Affari Generali del personale del Ministero, per la serie fascicoli personali dei prefetti, e della Direzione Generale di Pubblica Sicurezza: di questa in particolare, le serie Divisione Affari Generali e Riservati, Affari per provincia, Ordine pubblico, Relazioni dei prefetti, oltre che Segreteria del capo della polizia (relativa ai capi della polizia Bocchini, Senise e Chierici). Quanto contenuto in questi fondi, costituito tra l’altro da rapporti e lettere di prefetti e questori al Ministero dell’Interno o ad altre istituzioni su questioni legate all’ordine pubblico e all’attività politica svolta dal Pnf in provincia, da relazioni di referenti e fiduciari delle zone Ovra, dalla corrispondenza dei capi della polizia, insieme ai fascicoli personali contenuti nel fondo Casellario politico centrale, appare in grado di fornire indicazioni indispensabili per comprendere non soltanto i caratteri e la portata dell’opposizione al fascismo e della repressione attuata dagli organi del regime ma, anche, per far luce sulla vita dei fasci locali e, nello specifico, sugli scontri di potere che si verificarono all’interno degli stessi. Proprio le carte del Casellario politico, integrate dai fascicoli processuali del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato potrebbero divenire essenziali, qualora debitamente incrociate con un altro genere di fonte mai indagata per il periodo considerato nelle modalità proposte i libri matricola ma, soprattutto, i fascicoli personali degli operai addetti agli stabilimenti industriali ternani, oltre che le stesse biografie di dirigenti e militanti comunisti, conservati nell’Archivio storico della federazione ternana del Pci. Tali fonti sono in grado di fornire un quadro approfondito della portata, dei caratteri, dell’evoluzione delle pratiche di controllo poliziesco della devianza politica e sociale attuate dagli apparati del regime, contributi imprescindibili per comprendere la capacità di resistenza al fascismo e, conseguentemente, l’esistenza e le stesse caratteristiche del consenso non soltanto nella città industriale. Peraltro, questa documentazione si rivela imprescindibile poiché, per il periodo esaminato, risulta perduto quanto prodotto dalla locale Prefettura.

Altrettanto significativi risultano gli archivi fascisti, essenzialmente i fondi Partito nazionale fascista (le serie della Segreteria Politica, della Segreteria Amministrativa, serie I e II, della Segreteria particolare del duce-Carteggio ordinario e riservato) e Mostra della Rivoluzione, comprendenti tra l’altro: le relazioni degli ispettori del Partito su questioni diverse (la situazione politica ed economica della provincia, l’organizzazione ed efficienza del Fascio, le lettere anonime, il controllo dell’attività antifascista); la corrispondenza tra la direzione nazionale del Pnf e quelle locali (circa l’amministrazione, la propaganda, il verificarsi di lotte intestine); così come quella tra i vari dirigenti nazionali del Pnf e diverse personalità espressione della società locale. Queste fonti si dimostrano essenziali per dipanare i nodi problematici in precedenza evidenziati: inoltre, se debitamente incrociate con altre (comunali, d’impresa, di pubblica sicurezza), sono in grado di fornire risposte a questioni sino a questo momento trascurate o scarsamente affrontate (il ruolo del Pnf nella mobilitazione ed educazione di massa, le forme d’uso del discorso pubblico del regime e il loro utilizzo a livello locale, i conflitti interpartitici e infraistituzionali).

 

Le fonti in ambito locale.

Assolutamente imprescindibile ai fini della ricerca si rivela quanto conservato negli archivi locali, a cominciare dalle carte presenti nell’Archivio di Stato di Perugia e in quello di Terni. Presso l’archivio del capoluogo umbro essenziale si dimostra la documentazione relativa agli anni immediatamente precedenti alla costituzione della Provincia di Terni: l’archivio della Prefettura di Perugia (nello specifico l’Ufficio di Gabinetto); quello della Questura (le serie Schedati e Radiati) e del Tribunale (Corte d’Appello e d’Assise). Tali fondi contengono, tra l’altro, materiale in grado di fornire notizie sulla presenza e le caratteristiche dell’opposizione al fascismo, sull’azione repressiva subita, sul funzionamento del Pnf, sui rapporti tra le diverse amministrazioni comunali e il governo centrale, sullo stesso processo che portò alla costituzione della provincia di Terni.

Presso l’Archivio di Stato di Terni (e la sua sezione di Orvieto) si dimostra invece imprescindibile, per le motivazione già segnalate, quanto conservato nei fondi Questura (esclusivamente per gli anni 1938-1943), Tribunale Civile e Penale (per il Tribunale di Orvieto riferibile esclusivamente al biennio 1927-1929), Corte d’Assise e Procura del re. Fondamentale appare poi la documentazione espressione degli enti locali: l’Archivio Storico della Provincia di Terni; gli archivi dei diversi comuni della provincia, principalmente quelli di Terni e Orvieto. Estremamente significativi tra queste carte risultano gli atti ed i verbali relativi all’attività podestarile, le cartelle personali degli amministratori e degli impiegati, i rendiconti e i bilanci delle gestioni pubbliche, la corrispondenza varia, in particolare con il Pnf e con le organizzazioni da esso dipendenti. Ciò rende possibile una migliore valutazione relativamente all’attività delle diverse amministrazioni locali della provincia su questioni essenziali (le politiche economiche, sociali e culturali perseguite anche in relazione a quelli che erano gli input ricevuti dal centro), oltre che un approfondimento dei caratteri stessi del ceto amministrativo fascista. Di assoluta importanza si dimostra inoltre la documentazione catastale, consultabile nei relativi fondi dei due archivi, al fine di poter tracciare una radiografia approfondita della fisionomia economico-sociale e delle strategie di acquisizione e consolidamento del potere perseguite dalle élites dirigenti.

Di pari interesse dovrebbe rivelarsi anche l’Archivio della Federazione provinciale del Partito comunista. L’Archivio di Stato di Terni conserva inoltre alcuni archivi d’impresa: quello dello Jutificio Centurini; della Società italiana ricostruzioni industriali ma, specialmente, anche se in parte, quello della Società “Terni”. A questi si deve aggiungere la restante parte dell’Archivio della “Terni” ancora detenuto e consultabile, seppure per gran parte non inventariato, a Terni presso l’Archivio Storico della ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni. Le specificità di queste carte (libri matricola e fascicoli personali, verbali dei consigli di amministrazione, corrispondenza tra i vari uffici delle aziende e le autorità politiche ed economiche cittadine e nazionali), le rendono essenziali per una migliore comprensione di questioni quali il rapporto consenso/dissenso al fascismo, o le relazioni sfaccettati e, talvolta contraddittorie, tra la grande impresa e il regime nella città dell’acciaio.

Di sicuro rilievo è inoltre la documentazione conservata in alcuni archivi privati, una parte della quale poco o per niente studiata. A Roma, presso l’Archivio Storico della Fondazione Istituto Gramsci, l’Archivio del Partito Comunista d’Italia(naturalmente per quanto concerne i fascicoli riferibili l’oggetto della ricerca).

A Terni invece quanto detenuto dall’Archivio della Camera di commercio (la maggior parte del materiale conservato non risulta inventariato, comunque è sicuramente consultabile, per gli anni 1930-31, il “Bollettino del Consiglio Provinciale dell’Economia”, e, per il periodo 1932-34, il “Bollettino del Consiglio Provinciale dell’Economia Corporativa”) è certamente interessante per l’approfondimento della situazione economica della provincia, oltre che per una migliore comprensione dei rapporti tra mondo imprenditoriale e il regime, con specifico riferimento alle relazioni intercorse con le diverse articolazione del Pnf, specialmente alla luce di quelli che furono gli esiti della riforma corporativa.

Allo stesso modo, almeno una parte dei documenti conservati presso l’Archivio storico della Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni (specialmente i verbali dei Consigli di Amministrazione della Cassa di risparmio di Terni) non soltanto contribuisce all’acquisizione di preziose informazioni sulla situazione economica della provincia nella prospettiva del maggiore istituto bancario locale operante nel territorio, ma è in grado di fornire interessanti indicazioni non soltanto sui caratteri e l’operato dei ceti dirigenti locali, i maggiori componenti dei quali risultano presenti nel consiglio di amministrazione della banca, ma anche sui rapporti con gli organismi e gli esponenti del Pnf presenti nel territorio, costituendo di fatto un ulteriore chiave di lettura funzionale ad una migliore comprensione della natura di tali rapporti e, in ultima analisi, della stessa capacità di presa del Pnf sul tessuto economico-sociale.

Di analoga rilevanza si dimostra almeno una parte dell’Archivio personale di Elia Rossi Passavanti, primo podestà fascista di Terni, conservata presso la “Fondazione ternana opera educatrice”: tali documenti (prevalentemente lettere, memoriali, dossier, copie di giornali) forniscono indicazioni preziose sulle origini del fascismo ternano, sulle lotte all’interno dello stesso, sulle vicende che portarono alla nascita della provincia, sui rapporti con Mussolini e i vertici nazionali del Pnf, oltre che con i dirigenti della Società “Terni” e personalità come Gabriele D’Annunzio, di cui Passavanti fu comandante della guardia personale a Fiume.

Importanti risultano anche alcuni dei fascicoli costituenti l’Archivio dell’Ufficio del Genio civile di Terni (ad esempio, le serie Rapporti con le imprese, Affari riguardanti l’Ufficio, Edilizia economica popolare, Culto e Colonie estive, Opere a sollievo della disoccupazione), conservato a Perugia, presso la sede dell’Archivio storico della Regione Umbria. Tale fonte risulta utile per meglio indagare la natura e la portata delle politiche urbanistiche, degli interventi economici e sociali in settori specifici, quali ad esempio l’edilizia popolare, promossi dal regime specialmente negli anni Trenta e nel corso del conflitto.

Da non trascurare infine le fonti giornalistiche[20], in grado di fornire utili indicazioni non soltanto sulle principali vicende politiche, economiche, socioculturali che riguardano la provincia, ma anche per indagare le forme di autorappresentazione che il fascismo proponeva di sé, oltre che dei propri avversari.

 


[1] La Provincia di Terni fu costituita accorpando i due circondari di Terni e Orvieto. In base ad una partizione amministrativa rimasta immutata dal 1861, il circondario di Terni, con una superficie di 1.123 kmq, comprendeva tre mandamenti (Terni, Amelia, Narni) in cui erano presenti venticinque comuni; il circondario di Orvieto, con una superficie di 1.064 kmq, era anch’esso suddiviso in tre mandamenti (Orvieto, Città della Pieve, Ficulle), con quindici comuni. Attualmente la provincia di Terni ha un’estensione di 2.122 kmq.

[2] Cfr. tra gli altri, i lavori di Gaetano Salvemini, Le origini del fascismo. Lezioni di Harvard, a cura di Roberto Vivarelli; G. Salvemini, Sotto la scure del fascismo: lo stato corporativo di Mussolini; Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo: l’Italia dal 1918 al 1922. Tali opere furono edite rispettivamente, nel 1929, nel 1936 e nel 1938. Spunti e riflessioni altrettanto interessanti furono elaborati da Gramsci, Togliatti, Salvatorelli, Silone.

[3] Emblematico in tal senso che per gli anni Cinquanta e gran parte dei Sessanta gli unici lavori di un certo peso sul fascismo risultino quelli di Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira, Storia del fascismo. L’Italia dal 1919 al 1945, del 1952; di Federico Chabod, L’Italia contemporanea. 1918-1948, edito in Francia nel 1950 e nel 1961 in Italia; di Giampiero Carocci, Storia del fascismo, del 1959.

[4] Renzo De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di Michael Ledeen, Bari, Laterza, 1975; Renzo De Felice, Il rosso e il nero, a cura di Pasquale Chessa, Milano, Baldini e Castoldi, 1995.

[5] Tra i più importanti e recenti contributi di questi storici, cfr. Alberto Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario, Torino, Einaudi, 1965; Denis Mack Smith, La storia manipolata, Roma-Bari, Laterza, 1998; Adrian Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Roma-Bari, Laterza, 1974; Nicola Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, Torino, Utet, 1995; Emilio Gentile, Storia del partito fascista. 1919-1922: movimento e milizia, Roma-Bari, Laterza, 1989. In questo quadro si devono inserire altri lavori, alcuni di sintesi, altri che prendono in esame aspetti specifici: tra i più recenti, cfr. Salvatore Lupo. Il fascismo. La politica in un regime totalitario, Roma, Donzelli, 2000; Victoria De Grazia, Sergio Luzzato, Dizionario del fascismo, 2 voll., Torino, Einaudi, 2002-2003; Didier Musiedlak, Lo stato fascista e la sua classe politica 1922-1945, Bologna, il Mulino, 2003; Ferdinando Cordova, Verso lo Stato totalitario. Sindacati, società e fascismo, Soveria Mannelli, Rubettino, 2005; Giulia Albanese, La marcia su Roma Roma-Bari, Laterza, 2006; Alberto De Bernardi, Una dittatura moderna. Il fascismo come problema storico, Milano, Bruno Mondadori, 2006; Gianpasquale Santomassimo, La terza via fascista, il mito del corporativismo, Roma, Carocci, 2006; Richard James Boon Bosworth, Mussolini’s Italy, London, Penguin, 2005 (ed. italiana Mondadori 2007); Dante Lee Germino, Il partito fascista italiano al potere. Uno studio sul governo totalitario, a cura di Marco Palla, Bologna, il Mulino, 2007; Patrizia Dogliani, Il fascismo degli italiani. Una storia sociale, Torino, Utet, 2008. Si discosta in parte dagli esiti dei lavori ricordati Loreto Di Nucci, Lo Stato-Partito del fascismo. Genesi, evoluzione e crisi 1919-1943, Bologna, il Mulino, 2009.

[6] Cfr. a tal proposito, Paul Corner, Italian Fascism: Whatever Happened to Dictatorship?, in “The Journal of Modern History”, 74, (2002), pp. 325-351.

[7] Sulla questione si veda, ad esempio, Emilio Gentile, Il Culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Roma-Bari, Laterza, 1993; Mario Isnenghi, L’Italia del fascio, Firenze, Giunti, 1996; Stefano Cavazza, Piccole patrie. Feste popolari tra regione e nazione durante il fascismo, Bologna, il Mulino, 1997; Simonetta Falasca-Zamponi, Fascist Spectacle: The Aesthetics of Power in Mussolini’s Italy, Berkeley, University of California Press, 1997 (edizione italiana Lo spettacolo del fascismo, Soveria Mannelli, Rubettino, 2003).

[8] Alle sollecitazioni emergenti dal Convegno “La Toscana nel regime fascista (1922-1939)”, tenutosi a Firenze nel maggio 1969, e a due contributi pubblicati sulla rivista “Italia Contemporanea” (Guido D’agostino, Nicola Gallerano, Renato Monteleone, Riflessioni su «Storia nazionale e storia locale», 133, ottobre-dicembre 1978, pp. 3-18; Storia nazionale e storia locale a confronto. Il seminario degli Istituti, 136, luglio-settembre 1979, pp. 100-126), seguirono una serie di lavori che iniziarono a indagare le periferie del regime. Così gli studi di Simona Colarizi, Dopoguerra e fascismo in Puglia 1919-1926, Bari, Laterza, 1970; Alessandro Roveri, Le origini del fascismo a Ferrara 1918-1921, Milano, Feltrinelli, 1974; Paul Corner, Il fascismo a Ferrara 1915-1925, Bari, Laterza, 1974; Marco Palla, Firenze nel regime fascista (1929-1934), Firenze, Olschki, 1978; Torino tra liberalismo e fascismo, a cura di Ugo Levra, Nicola Tranfaglia, Milano, Franco Angeli, 1987; Il Pnf in Emilia-Romagna durante il ventennio fascista, a cura di Maurizio Degli Innocenti, Paolo Pombeni, Alessandro Roveri, Milano, Franco Angeli, 1988; Giovanni Galli, Arezzo e la sua provincia nel regime fascista (1926-1943), Firenze, Centro Editoriale Toscano, 1992. Una primo bilancio complessivo dei risultati conseguiti da tale approccio locale era presentato nel saggio di Ivano Granata, Storia nazionale e storia locale: alcune considerazioni sulla problematica del fascismo delle origini (1919-1922), in “Storia Contemporanea”, XI, 3, (1980), pp. 503-544. Per una riflessione storiografica sul fascismo in provincia, di estremo interesse la parte di “Italia contemporanea”, 184, (settembre 1991), dedicata a Il Novecento degli Istituti. I fascismi locali, con contributi, tra gli altri, di Nicola Gallerano, Marco Palla, Pier Paolo D’Attorre; i saggi di Luciana Morelli, Paolo Varvaro, Il fascismo, i fascismi: geografia dell’Italia fascista, in “The Italianist”, 9, 1991, pp. 194-225, e di Massimo Lodovici, I fascismi in provincia: orientamenti e ipotesi di ricerca, in “Memoria e Ricerca”, 1, (agosto/settembre 1993), pp. 137-148. Pregevoli analisi, in una prospettiva regionale, sono anche quelle presenti nella collana Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi, dedicata dall’editore Einaudi a ciascuna regione italiana. Così, per l’Umbria, cfr. L’Umbria, a cura di Renato Covino e Giampaolo Gallo, Torino, Einaudi, 1989. Sui pericoli di una eccessiva frammentazione dell’approccio allo studio del fascismo da parte della storiografia locale cfr. Massimo Lodovici, Presentazione, Fascismi in Emilia Romagna, a cura di Id., Cesena, Il Ponte Vecchio, 1998, pp. 9-10.

[9] Tra i più recenti e interessanti studi, in una prospettiva che riguarda la dimensione locale nelle sue diverse scale, quello di Ferdinando Cordova, Il fascismo nel Mezzogiorno: le Calabrie, Soveria Mannelli, Rubettino, 2003; Tommaso Baris, Il fascismo in provincia. Politica e società a Frosinone (1919-1940), Roma-Bari, Laterza, 2007; Francesca Alberico, Le origini e lo sviluppo del fascismo a Genova. La violenza politica dal dopoguerra alla costituzione del regime, Milano, Unicopli, 2009; Matteo Mazzoni, Livorno all’ombra del fascio, Firenze, Olschki, 2009. Altrettanto pregevoli risultano alcuni lavori che privilegiano taluni aspetti specifici in una dimensione essenzialmente urbana: quelli di Giulia Albanese, Alle origini del fascismo. La violenza politica a Venezia 1919-1922, Padova, Il Poligrafo, 2001; Dario Mattiussi, Il PNF a Trieste. Uomini e organizzazione del potere 1919-1932, Trieste, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione, 2002; Salvatore Mannino, Origini e avvento del fascismo ad Arezzo, 1915-1924, Arezzo, Le Balze, 2004; Gloria Chianese, Fascismo e lavoro a Napoli. Sindacato corporativo e antifascismo popolare (1930-1943), Roma, Ediesse, 2006; Alessandro Luparini, Ravenna e provincia tra fascismo e antifascismo 1919-1945, Ravenna, Longo, 2006; Katia Colombo, Davide Assale, Milano fascista. Milano antifascista, Milano, Guerrini e Associati, 2007; Maria Chiara Bernardini, La classe dirigente negli anni del fascismo. Il caso viterbese, Viterbo, Sette Città, 2008. Inoltre, i saggi pubblicati in un volume e in una rivista, rispettivamente: Fascismo e antifascismo nella Valle Padana, a cura di Istituto Mantovano di Storia Contemporanea, Bologna, Clueb, 2007; Fascismo e realtà locali, “Storia e problemi contemporanei”, settembre-dicembre 2007, 46. Di notevole interesse, per le sollecitazioni di natura storiografica proposte, i nodi tematici affrontati in relazione alle esperienze locali presentate, anche Fascismi locali, a cura di Renato Camurri, Stefano Cavazza, Marco Palla, “Ricerche di Storia politica”, XIII nuova serie, 3, (dicembre 2010), Bologna, il Mulino, pp. 273-342; oltre ai contributi presentati nel recente Convegno “Il fascismo in provincia. Articolazioni e gestione del potere tra centro e periferia”, organizzato dall’Istituto Storico della Resistenza in Toscana e tenutosi a Firenze il 24 e 25 novembre 2011.

[10] In relazione a ciò si veda, in particolare, Renato Camurri, Stefano Cavazza, Marco Palla, Fascismi locali: considerazioni preliminari, in Fascismi locali, cit., pp. 273-276; R. Camurri, Il governo locale, in Fascismi locali, cit., pp. 277-278; S. Cavazza, L’organizzazione del consenso. Premessa, in Fascismi locali, cit., pp. 323-324.

[11] L’unico lavoro che prende in esame gli aspetti socio-economici e amministrativi, letti alla luce di quella che è la difficile “identità” della Provincia di Terni, è quello curato da Renato Covino, Dal decentramento all’autonomia. La Provincia di Terni dal 1927 al 1997, Terni, Provincia di Terni, 1999. Utili indicazioni e sollecitazioni anche in L’Umbria, cit. Un’analisi dell’intero ventennio fascista in una più vasta dimensione regionale che punta a studiare i ceti dirigenti del Pnf e quella che è la stessa politica attuata dal fascismo è contenuto nell’articolo di Leonardo Varasano, Partito e classi dirigenti in Umbria, in “Ricerche di Storia politica”, cit., pp. 312-316; ma, soprattutto, nell recente volume dello stesso autore L’Umbria in camicia nera (1922-1943), Soveria Mannelli, Rubettino, 2011, rielaborazione di una tesi di dottorato “La prima regione fascista d’Italia”. L’Umbria e il fascismo (1919-1944), discussa da Varasano nel 2007 presso l’Università degli studi di Bologna e consultabile al seguente indirizzo http://amsdottorato.cib.unibo.it/574/ .

[12] Franco Bonelli, Lo sviluppo di una grande impresa in Italia. La Terni dal 1884 al 1962, Torino, Einaudi, 1972.

[13] Alessandro Portelli, Biografia di una città. Storia e racconto: Terni 1830-1985, Torino, Einaudi, 1985; Renato Covino, Classe operaia, fascismo, antifascismo a Terni, in Gianfranco Canali, Terni 1944. Città e industria tra liberazione ericostruzione, Terni, Amministrazione Comunale di Terni, ANPI, 1984, pp. 9-58; G. Canali, Tradizione e cultura sovversiva in una città operaia, in L’Umbria, cit., pp. 662-703; R. Covino, Terni: nascita, apogeo e decadenza di una città-fabbrica, in Fondazione Assi, “Annali di storia d’impresa”, 13, (2002), Marsilio, Venezia 2002, pp. 207-227; Gianfranco Canali, La classe operaia ternana durante il fascismo, in Gianfranco Canali, Operai, antifascisti e partigiani a Terni e in Umbria, a cura di Gianni Bovini, Renato Covino, Rosanna Piccinini, Perugia, Crace, 2004, pp. 77-88; Gianfranco Canali, L’antifascismo operaio e popolare in Umbria dal plebiscito del 1929 alla guerra civile di Spagna, in Operai, antifascisti, cit., pp. 174-205.

[14] Cfr. Francesco Alunni Pierucci, 1921-1922. Violenze e crimini fascisti in Umbria. Diario di un antifascista, Umbertide, Tip. Caldari, s.d. [ma 1975]; Ezio Ottaviani, Il Comune di Terni tra il 1920 ed il 1922. L’amministrazione socialista, Terni, Galileo, 1987; Fabrizio Bracco, Il primo dopoguerra in Umbria e l’origine del fascismo, in Il modello umbro tra realtà nazionale e specificità regionale, a cura di Stefania Magliani, Romano Ugolini, Perugia, Endas Umbria, 1991, pp. 251-264; Giuseppe Gubitosi, Gli Arditi del Popolo e le origini dello squadrismo fascista. Il caso umbro, in “Materiali di Storia”, Annali della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Perugia, 14, (a.a. 1977/1978), pp. 125-185; Giuseppe Gubitosi, Socialismo e fascismo a Terni, in “Materiali di storia”, cit., 19, (a.a. 1982-1983), pp. 87-132; Renato Covino, Dall’Umbria verde all’Umbria rossa, in L’Umbria, cit., pp. 507-605; Maria Rosaria Porcaro, Terni: la nascita di una provincia, in “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia”, Università degli Studi di Perugia, Studi storico-antropologici, XXVIII, nuova serie XIV, (1990/1991), pp. 201-236; Bruna Antonelli, Lo squadrismo fascista e l’esperienza a Terni degli “Arditi del popolo” diretti da Carlo Farini (1921-1922), Terni,Libreria Luna, 1995; Angelo Bitti, Gli anni del manganello: la violenza fascista nella provincia di Terni. 1921-1926, Tesi di laurea, Università di Perugia, Facoltà di Lettere e Filosofia, (a.a. 1996-1997); Augusto Ciuffetti, L’Amministrazione provinciale di Terni dalla nascita al dopoguerra (1927-1952), Dal decentramento all’autonomia. La Provincia di Terni dal 1927 al 1997, a cura di Renato Covino, Terni Provincia di Terni, 1999, pp. 93-119; Tania Pulcini, Forze sociali e nascita della Provincia di Terni (dal 1927 alla seconda guerra mondiale), in Dal decentramento all’autonomia, cit., pp. 133-153; Roberto Rago, Il fascismo a Terni. Prima parte, in “Memoria Storica”, 14-15, (1999), pp. 77-98; Angelo Bitti, Elia Rossi Passavanti podestà di Terni, Elia Rossi Passavanti nell’Italia del Novecento, a cura di Vincenzo Pirro, Atti del convegno di Studi, Terni, 22-23 marzo 2002, Arrone,Thyrus, 2003, pp. 75-92.

[15] A tal proposito cfr. Massimo Ilardi, Ristrutturazione aziendale e classe operaia sotto il fascismo: la Società Terni (1928-1932), in “Il movimento di liberazione in Italia”, 112, (1973), pp. 31-53; Massimo Ilardi, Stefania Natale, Crisi capitalistica e classe operaia: il caso della “Terni” nel regime fascista, in Politica e società in Italia dal fascismo alla Resistenza. Problemi di storia nazionale e storia umbra, a cura di Giacomina Nenci, Bologna, il Mulino, 1978, pp. 265-274; Giampaolo Gallo, Ill.mo Signor Direttore. Grande industria e società a Terni tra Otto e Novecento, Foligno, Editoriale Umbra, 1983; Augusto Ciuffetti, La questione dell’abitazione operaia a Terni. L’attività edilizia della Società Terni nel periodo fascista, in “Storia urbana”, 47, (1989), pp. 199-223; Renato Covino, Partito comunista e società in Umbria, Foligno, Editoriale Umbra, 1994; Augusto Ciuffetti, Condizioni materiali di vita, sanità e malattie in un centro industriale: Terni 1880-1940, Napoli, ESI, 1996. Di un certo interesse anche il breve articolo di Marinella Angeletti, Il tempo libero a Terni negli anni Trenta: l’organizzazione del dopolavoro, in “Passaggi”, II, 2, 1987, pp. 64-75. Più recentemente, il lavoro dello studioso tedesco Frank Vollmer, purtroppo ancora non disponibile nella traduzione italiana, a partire da un approccio culturalista ha provato ad allargare gli orizzonti della ricerca, confrontando l’esperienza del fascismo di Terni con quella di Arezzo, con l’obiettivo di ricostruire l’intreccio fra cultura locale e tentativi del regime di imporre nuovi valori nella cultura politica locale, impadronendosi delle tradizioni esistenti, deformandole e strumentalizzandole per i propri scopi al fine di ottenere il consenso e il controllo totalitario della società. Cfr. Frank Vollmer, Die politische Kultur des Faschismus. Stätten totalitärer Diktatur in Italien, Köln,Weimar,Wien, Böhlau Verlag, 2007. Una sintesi degli esiti di questo studio, riferibile alla sola Terni, è proposta da Vollmer nell’articolo, Terni proletaria e fascista, in “Memoria Storica”, XVI, 31, (2007), pp. 45-70.

[16] . Pochi studi riguardano le origini del fascismo orvietano: essenzialmente, Giulio Borrello, Orvieto tra dopoguerra e fascismo (1919-1922), Tesi di laurea, Università di Perugia, Facoltà di Magistero, (a.a. 1972-1973); Giulio Borrello, Antonio Casasoli, Il socialismo orvietano dall’età umbertina al fascismo (1890-1922), Foligno-Perugia, Editoriale Umbra-Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea, 1995. Sulle conseguenze della creazione della Provincia di Terni in una “prospettiva” orvietana, cfr. Marilena Rossi Caponeri, Il separatismo orvietano e l’istituzione della Provincia di Terni, in Dal decentramento all’autonomia, cit., pp. 75-87. Fondato esclusivamente su documentazione proveniente dall’archivio comunale è la recente pubblicazione di Aldo Lo Presti, Orvieto Fascista. Sindaci e Podestà della«Città del Duomo», Orvieto, Intermedia, 2011.

[17] A. Bitti, Gli anni del manganello, cit.

[18] Su tale istituzione cfr. Accademiste a Orvieto. Donne ed educazione fisica nell’Italia fascista, a cura di Lucia Motti, Marilena Rossi Caponeri, Perugia, Quattroemme, 1996.

[19] Si tratta di Aosta, Bolzano, Brindisi, Castrogiovanni (Enna), Frosinone, Gorizia, Matera, Nuoro, Pescara, Pistoia, Ragusa, Rieti, Savona, Varese, Vercelli, Viterbo. La provincia di Caserta sarà invece soppressa.

[20] In particolare, le serie, tutte incomplete, dei quotidiani e settimanali fascisti “La Prora”, “Volontà fascista”, “Il Tricolore” per gli anni Venti, “Acciaio”, con il suo supplemento “La garitta”, e “Il Dovere” per gli anni Trenta; inoltre, le cronache locali dei quotidiani l’“Unione Liberale”, il “Messaggero” e il “Popolo di Roma”; oltre alla rassegna mensile “Latina Gens”.

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