Recensione: Maurizio Vitta, Dell’abitare. Corpi spazi oggetti immagini

Fenomeno che «può essere descritto in molti modi, ma non può mai essere racchiuso in una definizione unitaria», l’abitare «è la natura della nostra specie» (p. 3). La realtà fenomenica dell’abitare e le molteplici forme in cui essa appare sono l’oggetto dell’ultimo lavoro di Maurizio Vitta, filosofo di formazione e docente di Storia e cultura del progetto presso la Facoltà di Design del Politecnico di Milano. Non si tratta di una storia dell’abitare (impresa, d’altra parte, considerata impossibile dall’autore stesso, se non come storia delle forme dell’abitare), ma di un’indagine volta a individuare e analizzare gli elementi fondativi ed essenziali dell’esperienza abitativa.

Vitta sceglie di farlo attraverso le principali forme di tale esperienza: corpi, spazi, oggetti e immagini, che, dopo un primo capitolo introduttivo, scandiscono le quattro sezioni principali del volume. Tuttavia, tali forme, nel tentare di afferrarle, si rivelano mobili, cangianti, molteplici e incessantemente in relazione. Prendono e danno forma all’«intricato disegno» (p. 10) dell’abitare, in «un fare coincidente con un farsi» (p. 12) che produce tracce e segni e attraverso cui l’esperienza abitativa più distintamente si rivela.

 

L’autore propone un vero e proprio inseguimento di questi segni e tracce nella letteratura e nel cinema, nella cultura architettonica e del design, nella storia del pensiero e dell’arte, mostrando una straordinaria precisione e una grande abilità nel connettere l’ampio materiale raccolto, frutto di un lungo lavoro di ricerca. Disattendendo una presentazione diacronica, il volume offre un panorama complesso delle molte descrizioni prodotte dell’abitare, impossibilitate a definire in sé l’abitare come fenomeno, ma ben capaci di descrivere – nonostante il volume sia assolutamente privo di immagini – l’esperienza abitativa.

Dopo il primo capitolo introduttivo, il testo inizia dal corpo, soggetto primario dell’abitare e «stampo […] d’ogni modello abitativo» (p. 15). È a partire dal corpo che si misura un «intorno», che si ricalca su di esso, ma anche che da esso è plasmato. È il corpo dell’abitante che costituisce il centro di ogni progetto di spazio abitativo, «epifania di realtà più profonde» che l’architettura «disegna nello spazio e incarna in strutture funzionali, traducendo la logica delle sensazioni, delle percezioni, dei sentimenti in un linguaggio coerente e socialmente comunicabile» (p. 16).

Nel considerare, ad esempio, l’abituro plebeo e il palazzo nobiliare, Vitta evidenzia «una sorta di simmetria speculare» (p. 51), data dalla riduzione al minimo della componente privata dell’abitare (all’esterno dell’abitazione e all’interno del palazzo) e dalla sua «intrinseca teatralità, sulla quale si sono a lungo fondati i due estremi opposti della scala sociale» (p. 49). È l’abitazione borghese del XIX secolo ad attuare «un processo di progressiva separazione e distinzione fra la casa e il lavoro, il pubblico e il privato, la quotidianità e la sua rappresentazione» e il concetto di «interno», declinato sul modello dell’appartamento, si distanzia dall’«esterno» della città (p. 59). Tuttavia, «uscire di casa non vuol dire interrompere l’esperienza dell’abitare, ma solo rinnovarla altrove, con altre modalità e altri interlocutori» (p. 175).

L’autore s’interroga sui territori e gli spazi in cui l’abitare si sviluppa e si organizza, come «incessante ri-creazione e ri-produzione degli assunti progettuali» (p. 117) e sul ruolo che ricoprono gli oggetti, utensili e strumenti del quotidiano. È attraverso questi che il corpo incide su ciò che è intorno, dando forma a quel reticolo di abitudini, regole e rappresentazioni di cui si compone l’abitare. Alle immagini come rappresentazione, narrazione o descrizione dell’esperienza abitativa è infine dedicato l’ultimo capitolo.

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