Film storici e film in costume

Un film, per essere “storico”, deve restituire fedelmente l’atmosfera e i problemi di un’epoca: il regista di un film storico deve farsi contemporaneo degli avvenimenti che narra, filtrandoli attraverso la sua sensibilità e la sua visione del mondo. In altri termini, fatti e personaggi del passato rivivono sullo schermo in maniera significativa solo se si assume la prospettiva dell’oggi. Opere come “La masseria delle allodole” (2007 )dei Taviani, “I demoni di San Pietroburgo” (2008) di Montaldo o “Sangue pazzo” (2008) di Giordana, solo per fare qualche titolo relativamente recente, raccontando storie di uomini e di donne, sullo sfondo di grandi eventi collettivi, svolgono un compito duplice: da una parte, contribuiscono a tener viva la memoria del passato, dall’altra, riescono, sorprendentemente, a parlare delle inquietudini di oggi. Se Croce insegna che tutta la storia è storia contemporanea, il film, dal canto suo, coniuga solo il tempo presente. Avviene, così, che Eisenstein, studiando Io zar Ivan, campione dell’autocrazia sanguinaria, finisca per riscoprire Stalin e per dare un’ardita interpretazione della realtà a lui contemporanea: iniziato come un film storico, “Ivan il Terribile” (1944), diventa, nella seconda parte (“La congiura dei boiardi”, 1958), un saggio morale. In proposito, ha scritto acutamente Tullio Kezich: -non è illegittimo immaginare che Stalin abbia assistito alla proiezione di questo secondo Ivan con l’ansia di re Claudio di fronte alla recita organizzata da Amleto (“Il dramma è la trappola in cui coglierò la coscienza del re”). La vocazione più autentica del cinema, anche quando affronta il passato remoto, è, dunque, quella di farsi specchio del passato prossimo o del presente. Naturalmente, non basta che una pellicola sia ambientata in un periodo diverso dal nostro, per farne un film “storico”: capita, talora, che scenografie e costumi d’epoca, anziché contribuire a stabilire un rapporto con la Storia, si rivelino orpello o mera cornice esteriore. Il film “storico” italiano nasce così, come film “in costume”, con ricostruzioni mastodontiche della storia antica, con i cristiani gettati ai leoni e con incendi di Città eterne fatte di compensato e stucco (“Quo vadis?” – 1913 di Enrico Guazzoni).Tale impostazione viene ripresa ai tempi del fascismo trionfante, con film come “Scipione l’Africano” (1937) di Carmine Gallone. Inaugurato da “1860” (1934) di Blasetti, si afferma,poi, uno sporadico filone risorgimentale (“Piccolo mondo antico” (1941) di Soldati, “Un garibaldino al convento” (1942) di De Sica.) Un posto a parte, nel quadro dei film “risorgimentali” meritano i due grandi affreschi di Visconti: “Senso” (1954) e “Il gattopardo” (1963). Risorgimento a parte, però, il senso della Storia entra da protagonista nel cinema, insieme alla recuperata libertà,solo con le asciutte cronache di Rossellini e di De Sica. E’, in modo particolare, con Rossellini che il film storico diventa film “del presente”: nel 1966, con “La presa del potere di Luigi XIV”, egli realizza un vero classico nella demistificazione di “certa” storia. Successivamente, il genere, in sintonia con le tendenze della ricerca storiografica vede spesso approfonditi temi da “microstoria” o antropologia culturale, con un’attenzione più scientifica per i particolari e l’ambientazione. Al genere “storico”, poi, negli ultimi anni del xx sec si sono dedicati, in Italia, registi come Pupi Avati (“I cavalieri che fecero l’impresa” -2001) o Ermanno Olmi (“Il mestiere delle armi”-2001). A conclusione di questo sommario excursus, sembra possibile affermare che opere come “La dolce vita”  (1960) di Fellini o “I pugni in tasca” (1965) di Bellocchio siano, in realtà, più “storiche” di “Camicie rosse” (1952) di Alessandrini. In definitiva, opere fortemente personali e, per certi versi surreali, restituiscono spesso un’immagine del passato recente, o del  tempo presente, più  dei  film storici, in senso stretto. “Il caimano”  (2006) di Moretti, per esempio, pur racchiudendo temi, ossessioni, stati d’animo caratteristici del suo autore, è, comunque, una pellicola anche sull’Italia berlusconiana così come “Il divo” (2008) di Sorrentino, pur esibendo costantemente una cifra ai limiti del grottesco, riesce a rendere superbamente i meccanismi del potere. Lo stesso vale per Gomorra (2008) di Garrone: qui, lo spettatore si ritrova calato in un mondo oggettivo e visionario insieme, un abisso che anche l’immaginazione più fervida stenta ad accettare. Insomma, è solo grazie ad una visione critica complessiva, dell’uomo e della società, che si dà Storia: sfondi e costumi, da soli, non bastano.

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