Risorgimento rivisitato: quale storia e quali memorie?

Siamo di continuo chiamati a discernere tra la narrazione dei fatti e la percezione che di essi si ha. Di entrambi, eventi e percezioni, occorre occuparci, se vogliamo districarci al meglio nel “gioco” di memorie plurali riemergenti nel tempo, quali quelle che, anche nel caso del nostro Risorgimento[2], elaborano il ricordo delle guerre di indipendenza e momenti drammatici della storia nazionale: l’idea di un Risorgimento incompiuto in chiave democratica nel secondo ottocento e invece patriottica durante la Grande Guerra, la sua “traduzione” in senso nazionalista nel corso del ventennio fascista, l’insistito nesso tra Risorgimento e Resistenza nella costruzione dell’Italia repubblicana, la recente – e forse più radicale che in altri momenti – rimessa in discussione del Risorgimento come mito di fondazione dello stato unitario. Nella rilettura della storia del Risorgimento tornano i dilemmi, tuttora irrisolti, delle storie plurali che concorsero a “fare gli italiani”; nel Mezzogiorno già borbonico e ancor prima crogiolo di civiltà mediterranee così come nel settentrione già asburgico e pervaso di più antiche tradizioni di autonomismo municipale. Attraverso quali storie e secondo quale approccio allora ripensare le memorie risorgimentali?

E’ utile ricordare intanto che il Risorgimento è stato «un movimento di massa»: non solo vi «hanno preso attivamente parte molte decine di migliaia di persone», ma «altre centinaia di migliaia di persone, spesso vicine a coloro che hanno militato in senso stretto, al Risorgimento hanno guardato con partecipazione, con simpatia sincera o con cauta trepidazione».[3] Se si guarda alla storia del Risorgimento, anche con un privilegiato approccio di storia culturale, non mancano emblematiche dissociazioni tra gli eventi e la loro percezione. Se essa tende a mettere al centro della riflessione l’unitarietà del discorso nazional-patriottico, attraverso la costruzione di un “canore risorgimentale” che insiste sulla selezione mirata di alcuni testi letterari[4], la rappresentazione delle memorie risorgimentali deve evidenziare i numerosi “campi di tensione” pur esistenti[5]. Riflettendo sulla genesi dell’esilio come «istituzione italiana», risalente a Carlo Cattaneo e che Carlo Dionisotti avrebbe indagato sul piano storico-letterario[6], Agostino Bistarelli ha osservato che serve qualche altra cosa, oltre la lettura delle opere della “costellazione testuale” che costituiscono il canone, a spiegare la spinta al patriottismo e al processo risorgimentale che assume forme diverse nella scansione cronologica: il periodo giacobino, i moti del 1820-21, quelli mazziniani, il biennio 1848-49 determinano, e sono in parte determinati, dalle azioni politiche e dalla elaborazione delle stesse che ne fanno, prima ancora di raccontarli, uomini e donne[7].
Occorre senz’altro intersecare «la dimensione del discorso e dell’immaginazione, da un lato, e quella delle pratiche sociali e politiche, dall’altro»[8], Il problema però è quello di valutare quanto, nei diversi spazi politici (locale, territoriale, nazionale) e negli orizzonti temporali dell’Italia unita, fossero recepiti tanto il discorso politico nazional-patriottico quanto la sua rappresentazione nell’immaginario e nelle pratiche sociali; tenendo insieme generazioni e relazioni di genere[9], ci stiamo dicendo da un po’, nell’intreccio tra sfera privata (la famiglia, i sentimenti, il “vissuto”) e sfera pubblica (gruppi e associazioni nello spazio urbano, politiche municipali e scolastiche, presenza della chiesa, ecc.).
Risultano sempre feconde le suggestioni insite nei percorsi di ricerca intrapresi da Maurice Agulhon a proposito dell’imagerie e più in generale dei suoi aspects visuels, il terreno sul quale si esplicita forse meglio la coniugazione tra storia socio-culturale delle mentalità e storia della politica[10]. Il tema del Risorgimento si prestò infatti ad una ricca competizione secondo le modalità proprie dei conflitti simbolici,[11] vale a dire con una “produzione” di materiali e linguaggi rievocativi del passato storico funzionali ad un loro uso nella vita di relazione e nei luoghi del discorso pubblico. Se l’Italia finalmente unita doveva fare dei propri cittadini anche dei patrioti, capaci di rispecchiarsi in una comune imagerie civique, occorreva una pedagogia capace di rendere visibile la nazione e di divenire motivo di compartecipazione emotiva.
Facendo una storia sociale e culturale del Risorgimento che non dissimuli il “contesto” politico del movimento e la “misura” della effettiva ricezione del discorso nazional-patriottico nei luoghi della sociabilità, si potranno tenere insieme ideologie e rappresentazioni, progetti e miti politici[12], collocando forme associative e linguaggi delle memorie risorgimentali nel milieu della vita tanto di istituzioni quanto di gruppi e sodalizi comunitari. E’ opportuno evitare il rischio che, privilegiando non tanto la storia sociale dei campi di produzione (culturale e politica) del Risorgimento ma la sua “costruzione” retorica e destrutturando il discorso nazional-patriottico, venga meno l’attenzione per le “vite vissute”, l’interazione sociale e il “vivere associato”, nonché per i diversi modi di “sentire” – nel tempo e negli spazi – il pur comune ma tutt’altro che indistinto spirito nazional-patriottico. Ciò durante il “farsi” del Risorgimento ma soprattutto dopo, quando l’elaborazione del passato e le diverse pedagogie patriottiche vedranno in campo memorie conflittuali, forse con minor sensibilità (anche storiografica) verso le identità generazionali e di genere.
Necessita osservare gli assetti e la morfologia del potere politico; muovendo almeno dalle costituzioni del biennio rivoluzionario 1848-1849[13] e soprattutto dall’estensione dello Statuto albertino – realtà, simbolo e mito allo stesso tempo – al Regno d’Italiaidea»[16]. Si andò definendo una sorta di «identità melliflua», poiché «la conquista dell’unità non risolse [….] il problema dell’identità nazionale, non presupponendo il percorso risorgimentale un’idea dell’Italia che fosse il portato condiviso di una sintesi di tante unità culturali diverse: ossia una piena e consapevole “identità delle diversità”»[17]. Del resto, il binomio nazione-libertà, che si eredita dalla migliore tradizione storiografica risorgimentale (da Maturi e Chabod a Rosario Romeo[18], non si comprenderebbe appieno senza la declinazione delle libertà in termini sia individuali (intergenerazionali, familiari, di genere, ecc.) sia collettivi (forme di sociabilità, prassi associative e comunitarie, municipali e territoriali, ecc.).

Spesso evocata, la “ricezione” delle diverse declinazioni della pedagogia politica nazionale è il necessario terreno di analisi per indagare i linguaggi delle memorie risorgimentali, nel lungo periodo che va dagli anni postunitari al secondo dopoguerra[19]. Ecco allora un ricco programma di lavoro anche per una storia della politica, nelle sue intrinseche valenze sociali e culturali, sia del Risorgimento sia delle sue memorie.
Del resto, raggiunto il culmine in occasione delle iniziative promosse in occasione del centenario dell’unità nazionale (nel 1960)[20], il mito del Risorgimento aveva registrato proprio da allora la sua parabola discendente. Tanto più intenso era stato l’apparato celebrativo e comunicativo messo in campo nel centenario quanto più difficile risultò la capacità di suscitare le passioni e gli entusiasmi ridestatisi negli anni immediatamente postfascisti. L’immaginario nazionale abbisognava di altri “eroi” che non fossero quelli militari e guerrieri; addirittura esso non aveva forse più necessità come un tempo di eroi nazionali in cui riconoscersi, quasi anacronistici rispetto alle trasformazioni di costumi e consumi di massa.
Già nel gli anni Settanta si giunse a mettere in discussione l’idea di una continuità tra la nuova Italia e il Risorgimento. Si pensi a rappresentazioni dell’epopea dei Mille fortemente critiche come quella che emergeva dal film di Florestano Vancini su Bronte, cronaca di una massacro (1972)[21]. Si raccontava della repressione garibaldina a danno dei contadini siciliani, di cui libri e memorie non avevamo dato conto. Occorrerà attendere il primo centenario della morte, nel 1982[22], per registrare un rilancio in grande stile della figura di Garibaldi e delle iniziative nel suo nome (in primo luogo l’Epistolario); a quel punto però in modo sempre più influenzato dagli usi politici tanto della sua storia quanto del mito che ne era seguito.
Era un “Risorgimento senza eroi” ovvero con tanti “antieroi” quello che emergeva ormai dal confronto culturale. Esso era tale da destrutturare la memoria pubblica nel corso di più decenni costruita. Eppure, a ben guardare la storia recente, anche alla luce dei “revisionismi” nel frattempo addensatesi nel dibattito storiografico[23], la correlazione tra eroi e memoria collettiva è stata oggetto di una riscrittura senza appigli spesso con la corretta e critica riflessione storica. La benvenuta messa in discussione degli aspetti più oleografici e celebrativi della narrazione risorgimentale ha comportato però un rovesciamento del sistema di valori su cui si è andato costruendo, nel conflitto tra diverse memorie, il discorso pubblico nazional-patriottico. Si va ben oltre il significato storico e le conflittuali memorie dei protagonisti del Risorgimento, sostituendo ad essi altri protagonisti da celebrare (le icone regionaliste, borboniche o clericali che siano): non l’allargamento dello spettro analitico sul Risorgimento nazionale, ma la costruzione ad arte di un “altro Risorgimento”[24] ovvero di un inverosimile “Antirisorgimento”.

Quando nel 1997, il 7 gennaio, a Reggio Emilia, in base ad una legge che faceva dell’anniversariolaGiornata nazionale della bandiera[25], il poeta Mario Luzi fu chiamato a ricordare il bicentenario del tricolore – l’origine del nostro Risorgimento -, la sua orazione risultò tutt’altro che celebrativa. A differenza dello stile aulico adottato da Carducci un secolo addietro, nel 1897[26], nell’anniversario del primo centenario, Luzi squarciò il velo dell’unanimismo di facciata che uno sguardo storico acritico poteva indurre. «Ne ha di macchie e di abusi, il Tricolore, di vergogne e di smarrimenti», ricordò il poeta, alludendo alla sua storia contraddittoria, tra le gesta coloniali intraprese già dalla fine dell’Ottocento, le manipolazioni fasciste e la guerra portata in suo nome tra il 1940 e il 1943. «Il Tricolore non è più una metafora, ci appartiene materialmente»[27], continuò Luzi, umanizzando quel simbolo e ammonendo quanti tendevano a utilizzarlo per rappresentare una identità nazionale astratta, come se essa fosse un dato immobile e non il frutto di una continua competizione tra storie, memorie e narrazioni pubbliche[28]. Così come si dovrebbe guardare alla storia e alle memorie del nostro Risorgimento.

[1] Anticipazione da M. Ridolfi, Risorgimento, in I luoghi della memoria, a cura di Mario Isnenghi, Laterza, Roma-Bari 2010.

[2] Cfr. Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie, direzione di Mario Isnenghi, vol. I, Fare l’Italia. Unità e disunità nel Risorgimento, a cura di E. Cecchinato e M. Isnenghi, UTET, Torino 2008.

[3] A. M. Banti e P. Ginsborg,Per una nuova storia del Risorgimento, in Storia d’Italia, Annali 22, Il Risorgimento, A cura di A. M. Banti e P. Ginsborg, Einaudi, Torino 2007, pp. XXIII-XXIV.

[4] Cfr. A. M. Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Einaudi, Torino 2006. Cfr. anche Immagini della nazione nell’Italia del Risorgimento, a cura di A. M. Banti e R. Bizzocchi, Carocci, Roma 2002.

[5] Per l’attenzione ai temi risorgimentali nel mondo anglosassone, cfr. Making and Remaking Italy. The Cultivation of National Identity around the Risorgimento, eds. A. R. Ascoli, K. von Henneberg, Berg, Oxford-New York 2001. Ne riflette approcci e percorsi di ricerca L. Riall, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli, Roma 1997.

[6] C. Dionisotti, Appunti sui moderni. Foscolo, Leopardi, Manzoni e altri, il Mulino, Bologna 1988, p. 56.

[7]A. Bistarelli, Esilio e identità nazionale italiana, in «Parolechiave», 2009, p. 41.

[8] A. M. Banti e P. Ginsborg Per una nuova storia cit., ivi, p. XXXV.

[9] Come status quaestionis e riflessione in corso d’opera (ovvero di ricerca), cfr. i lavori di Simonetta Soldani: Il campo dell’onore. Donne e guerra nel Risorgimento italiano, in Fare l’Italia. Unità e disunità nel Risorgimento cit., pp. 135-145 e Il Risorgimento delle donne, in Storia d’Italia, Annali 22, Il Risorgimento cit., pp. 183-224. Si veda quindi L. Guidi, Percorsi femminili e relazioni di genere nel Sud risorgimentale, in Quando crolla lo Stato. Studi sull’Italia preuunitaria, a cura di P. Macry, Liguori, Napoli 2003, pp. 259-302.

[10] M. Agulhon, Politique, images, symboles dans la France post-révolutionnaire, in Id., Histoire vagabonde, tome I: Ethnologie et politique dans la France contemporaine, Éditions Gallimard, Paris 1987, pp. 283-284.

[11] Cfr. S. Harrison, Four types of simbolic conflict, in «Man», I, n. 2, 1995, pp. 255-272. Si propongono quattro modalità di conflitto simbolico: di valutazione, di proprietà, di invenzione, di espansione.

[12] Come avvio di riflessione cfr. sempre Il mito del Risorgimento nell’Italia unita, in «Risorgimento», n. 1-2, 1995.

[13] Cfr. 1848-49. Costituente e costituzioni, Daniele Manin e la Repubblica di Venezia, a cura di P. L. Ballini, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia 2002.

[14] C. Ghisalberti, Lo Statuto Albertino tra mito e realtà, in «Risorgimento», n. 1-2, 1995, pp. 227-238 in particolare. Quindi G. Rebuffa, Lo Statuto Albertino, il Mulino, Bologna 1997.

[15] Sulle immagini del Mezzogiorno in relazione alla difficile costruzione di una sovranità nazionale, cfr. J. Dickie, Stereotipi del Sud d’Italia, 1860-1900, in Oltre il meridionalismo. Nuove prospettive sul Mezzogiorno d’Italia, a cura di R. Lumley e J. Morris, Carocci, Roma1999, pp. 113-118 e 139-140. Quindi S. Lupo, Il grande brigantaggio. Interpretazione e memoria di una guerra civile, in Storia d’Italia, Annali 18, Guerra e pace, a cura di W.Barberis, Einaudi, Torino 2002, pp. 465-502.

[16] P. Bagnoli, L’idea dell’Italia 1815-1861, Diabasis, Reggio Emilia 2007, p. 31.

[17] Ivi, p. 335.

[18] Anche per i profili di alcuni tra i maggiori storici del tema risorgimentale, cfr. G. Talamo, Attraverso il Risorgimento e l’Italia unita. Storia e storiografia, Archivio Guido Izzi, Roma 2007. Si veda quindi Cento anni di storiografia sul Risorgimento, a cura di E. Capuzzo, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma 2002. Per i testi dei classici della storiografia risorgimentale, cfr. M. P. Casalena, Il Risorgimento, Archetipolibri, Bologna 2006.

[19] Cfr. M. Baioni, Identità nazionale e miti del Risorgimento nell’Italia liberale. Problemi e direzioni di ricerca, in «Storia e problemi contemporanei», n. 22, 1998, pp. 17-40. Dello stesso autore si veda ora Risorgimento conteso. Memorie e usi pubblici nell’Italia contemporanea, Diabasis, Reggio Emilia 2009.

[20] Cfr. M. Merolla, Italia 1961. I media celebrano il Centenario della nazione, Franco Angeli, Milano 2004.

[21] Cfr. Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno mai raccontato. Un film di Florestano Vancini, a cura di P. Iaccio, Liguori, Napoli 2002.

[22] Cfr. T. Detti, La moda dei centenari: il “caso Garibaldi”, in «Passato e Presente», n. 2, 1982, pp. 3 sgg.

[23] Cfr. Risorgimento in discussione?, a cura di P. Ginsborg, in «Passato e presente», n. 41, 1997, pp. 15-43 (con la partecipazione di F. Della Peruta, M. Isnenghi e S. Soldani).

[24] Si vedano i libri di Angela Pellicciari, a partire da L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Piemme, Milano 2000 e fino a Risorgimento da riscrivere, Ares, Milano 2007.

[25] Sull’organizzazione della Giornata nazionale della bandiera, cfr. M. Smargiassi, L’alfabeto del Tricolore, «La Repubblica», 5 gennaio 1997.

[26] G. Carducci, Per il tricolore [7 gennaio 1897], in Id., Prose, Zanichelli, Bologna 1905, pp. 1345-1351.

[27] M. Smargiassi, “Quel tricolore macchiato ci somiglia in bene e in male”, «La Repubblica», 8 gennaio 1997.

[28] Cfr. R. Silipo, La storia come uno spartito, «La Stampa» e G. Pestelli, Abbado: sorprese intorno al Tricolore, «La Repubblica», entrambi 8 gennaio 1997.

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