Recensione: Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale

Tra i più recenti studi di insieme, mettendo a frutto e compendiando importanti lavori di indagine, merita una riflessione il lavoro Guido Crainz. Egli ha riproposto, per l’Italia repubblicana, la logica del “paese senza”, insistendo sulla immagine del “paese mancato”. Era del resto il titolo di un suo libro di pochi anni addietro [Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Donzelli, Roma 2003].

Come rilevò a suo tempo Silvio Lanaro nella sua Storia dell’Italia repubblicana [Marsilio, Venezia 1992], il cosiddetto “miracolo economico” finì per essere una sorta di “rivoluzione passiva”, poiché esso risultò mal governato dalle istituzioni e quindi non in grado di garantire uno sviluppo equilibrato tra le diverse aree del paese, tenuto insieme in modo paradossale dai massicci flussi di emigrazione tra il sud e il nord. Si riaprì in modo palese una discussione sulla mancata corrispondenza tra la modernizzazione dei costumi del paese (l’influenza declinante della Chiesa, l’impatto della televisione sulle identità collettive, l’esodo rurale e l’urbanizzazione, ecc.) e i ritardi di classe politica e istituzioni repubblicane; tra “paese reale” e “paese legale” si diceva nell’età liberale e si ritornò a dire.

E’ quindi, questa del “paese senza”, una terminologia ricorrente, che anche Crainz ha ripreso, proponendo anch’egli la categoria interpretativa di un «paese mancato». Si tende in sostanza a contrassegnare l’incapacità della politica a contrastare le nuove frammentazioni territoriali e sociali, nonché la svanita illusione delle riforme (urbanistica in particolare) con la precoce involuzione degli equilibri politici maturati con l’avvento dei governi di centro-sinistra (con l’accesso del Partito socialista) e la perdita d’identità politica e culturale da parte della sinistra tutta, Pci compreso. Si rilegge la storia repubblicana come se possa esservi una sorta “autobiografia di una nazione”, alla ricerca delle “radici” dei problemi dell’oggi: «L’ipotesi del libro è che nell’Italia di oggi vi sia anche il “racconto” del suo passato. Non è stata certo una storia lineare: ha visto conflitti aspri, confronti e scontri fra ipotesi e modelli diversi, speranze e ripiegamenti, permanenze sotterrane e innovazioni solo superficiali» (p. IX).

La tesi di fondo è per altro suffragata su vari piani e da numerosi studi: agli effetti della “grande trasformazione”, una mutazione antropologica avviatisi con il “miracolo economico” degli anni Sessanta, non corrisposero politiche di governo e una classe politica capaci di guidare lo sviluppo del paese. Di qui le radici della crisi, emersa compiutamente nel corso degli anni Ottanta e tale non solo da dissolvere la Repubblica ma anche da ostacolarne una via d’uscita, ancora oggi.

Quella che dunque Crainz rilegge è la storia non di una democrazia, come spesso pure si legge, “debole” o “difficile” e altro ancora, ma proprio di un «paese mancato»; secondo una immagine suggestiva per quanto enfatica e spesso irrealistica, connotata (come forse anche nel caso di Crainz) da una lettura non immune da tratti di natura generazionale e di autobiografia personale, legati alle speranze (e alle disillusioni) del Sessantotto. Intendiamoci: il libro è ben scritto, informato e penetrante in molti suoi passaggi. Ma rimane un interrogativo di fondo: siamo proprio convinti che la storia repubblicana sia stata costellata da «innovazioni solo superficiali» (p. IX)? C’è spazio per percorsi dir ricerca nuovi, di storia della politica e non solo, grazie a cui prendere sul serio il problema e dare risposte meno perentorie, in un orizzonte comparativo ormai imprescindibile, anche per la storia insieme dell’Italia repubblicana e della Repubblica nell’Italia democratica.

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