Portella della Ginestra: un Processo in mostra

Mostra multimediale: politica, memoria, uso pubblico della storia (1947/2012) sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica (Viterbo, 17- 22 aprile 2012)

portella

G. Consoli, Portella della Ginestra, 1951

 

A sessantacinque anni dal Processo di Viterbo, nell’ex tribunale della città si torna a riflettere sui fatti di Portella della Ginestra e sulle ripercussioni della strage nell’identità culturale della nazione.

 

 

Con questa mostra multimediale, i curatori Sante Cruciani, Maria Paola Del Rossi ed Edmondo Montali promuovono un viaggio di conoscenza e di rimandi: dalla Sicilia affamata di Salvatore Giuliano ritratto a cavallo nelle campagne di Montelepre come l’eroe di un film western alle immagini drammatiche dei “vinti morti a la Purtedda […] ammazzati supra l’erba”[1]. Dalla dichiarazione di Scelba allo sciopero generale indetto dalla CGIL; dal massacro al segreto di Stato; da Guttuso e da Consoli che tornano alle forme di Picasso ad Ignazio Buttita che continua ad ispirare i nuovi linguaggi dell’arte contemporanea; dalla canzone politica al teatro di strada.

Ciò che colpisce è l’impatto immediato di un percorso capace di coniugare la ricostruzione storica con uno sguardo sincronico alle società che, nel tempo, hanno mistificato, ricordato e (forse) rielaborato quei fatti che, il 1 maggio 1947, sconvolsero l’Italia.

Dal dopoguerra agli anni Duemila si impone un itinerario ricostruito sulla dialettica tra fonti a stampa, immagini fotografiche, opere d’arte e documenti d’archivio[2] che portano la firma del Maresciallo Lo Bianco che indagò sulla strage, di Pisciotta e dello stesso Salvatore Giuliano.

Il viaggio s’inizia con i prodromi dell’eccidio; quindi attraverso l’esposizione e il confronto di materiale diverso, si riportano alla luce gli avvenimenti necessari per intendere i contrasti di una terra spaccata dal conflitto ideologico e di una società attraversata dalla più grande ondata di conflittualità contadina dall’epoca dei Fasci.

Centrale la prima pagina de “L’Unità”. 22 aprile 1947. La Sicilia è alle urne: il Blocco popolare si impone nettamente nel primo voto per l’Assemblea regionale. Seguono immagini che contestualizzano l’evento e mirano a focalizzare il crescendo di violenza che esploderà, di lì a poco, nel Piano di Portella. Quindi, dall’arrivo degli Alleati si passa all’occupazione delle terre, alla reazione della mafia e ai funerali del dirigente sindacale Accursio Miraglia.

Ancora una prima pagina. Il 2 maggio 1947, l’edizione straordinaria di “Il Giornale di Sicilia” apre così: “Primo maggio di sangue a Piana degli Albanesi”. Come noto, l’esecuzione materiale dell’eccidio è opera degli uomini di Giuliano; ma dietro di loro si muove quello stesso intreccio di mafia, banditismo e politica che costò la vita a decine di dirigenti sindacali e politici.

Solo le parole di un poeta rendono con efficacia l’orrore di una strage:

 

A tappitu e a vintagghiu,
mitragghiavunu li genti
comi fauci ca meti
cu lu focu ‘nni li denti. […]
C’è cu chiama, c’è cu cerca,

c’è cu chianci e grida aiutu !
Cu li vrazza jsa all’aria
pi difìsa comu scutu. […]

C’è cu cadi e nun si susi

nchiudi l’occhi e resta mortu;

cu si mancia a muzzicona

petri ed erba e quagghia tortu. […]

E li morti foru vinti,

vinti morti a la Purtedda

come pecuri a crapetti

ammazzati supra l’erba[3].

 

Portella della Ginestra: prima strage e primo Segreto di Stato.

La mostra prosegue con la ricostruzione, attraverso fonti a stampa, lettere autografe e sentenze, del dibattimento processuale e delle connivenze politiche che si frappongono tra la realtà e la giustizia; i documenti testimoniano la complessità di un percorso che si snoda tra le aule di Palermo e la Corte d’Assise di Viterbo e di Roma. In evidenza i volti belli dei principali autori della strage, in prima pagina anche da morti ammazzati. In sordina gli interrogativi necessari per un’indagine accurata e trasparente.

Tra gli altri, due documenti occupano uno spazio importante: una lettera di Turuddu che rivendica la strage ed una autografa di Gaspare Pisciotta, che annuncia di voler fare piena luce sulla vicenda. Di lì a poco, “l’altro Giuliano” denuncerà Mattarella, Alliala e Marchesano come i mandanti dell’eccidio. L’esigenza di archiviare il caso-Portella s’impone nella sua immediatezza. In altre parole, come si legge nella sentenza di condanna all’ergastolo di dodici banditi imputati, “è necessario porre una limitazione alla ricerca della causale”, che “può essere ricercata soltanto in Giuliano, poiché fu in costui che sorse l’idea criminosa di agire”[4].

Dopo mezzo secolo dall’avvio dell’iter giudiziario, dalle pagine del “Corriere della Sera”, Corrado Stajano scrive che “le lacune restano infinite” poiché, in definitiva, “il processo, quello vero, non si e’ voluto o saputo fare”[5]. Nel 1997, per merito della Commissione parlamentare antimafia che “alza il velo sui misteri di una strage”[6] togliendo il vincolo del Segreto di Stato ai documenti, i familiari delle vittime ottengono la riapertura dell’inchiesta.

Esiste, allora, un’altra Italia. Ed è quella di chi si indigna, di chi manifesta in piazza e di chi lavora per “il dovere della memoria” e “il futuro dei diritti”[7]; di chi racconta La vera storia di Turuddu Giuliano[8] e di chi lo rappresenta senza dargli dignità d’immagine. In questo contesto, giustamente nella mostra non si prescinde dalla voce di un intellettuale che spiega e commenta il linguaggio che fa del film Salvatore Giuliano un indiscusso capolavoro del cinema italiano:

 

La verità per Rosi non è soltanto cronaca, documento; è anche rappresentazione delle passioni umane […].

La vicenda di Salvatore Giuliano fu in realtà prima di tutto la vicenda della Sicilia divisa tra lo stato italiano incapace di rendere giustizia e di difendere i suoi cittadini e i gruppi privati più o meno criminali che di questa debolezza dello stato si giovavano per i loro interessi. Salvatore Giuliano fu per un momento al centro di questo contrasto in maniera del tutto casuale anche se significativa. Si spiega così perché Rosi non abbia fatto di Salvatore Giuliano un protagonista; che anzi non ce lo faccia quasi vedere, salvo che da lontano quando, in una gabbanella bianca, guida i suoi uomini, oppure morto, steso cadavere tra colonne di ghiaccio come un tonno sanguinolento dopo la tonnara. Ma oltre alla ragione storica c’è anche un altro motivo perché Rosi non ha fatto di Giuliano un protagonista ed è la spregevolezza morale, la deficienza culturale dell’uomo[9].

 

Più in generale, nella mostra si evidenzia l’impegno di uomini quali Rosi, Dolci, Buttitta, Moravia, Sciascia e Guttuso per porre l’accento sulla rielaborazione intellettuale dell’accaduto, dimostrando come la strage offesa dalla giustizia s’imponga nella memoria dell’Italia Repubblicana anche grazie alla trasfigurazione artistica.

Seguono le immagini volte a ricostruire le fasi principali attraverso le quali la memoria dell’eccidio si afferma come momento imprescindibile nella coscienza democratica del Paese. In primo piano, un ritratto del dirigente comunista Girolamo Li Causi che in occasione della manifestazione indetta dalla Camera del Lavoro di Palermo a Portella della Ginestra il 30 aprile 1950 rivendica giustizia per i fatti avvenuti in quel “pianoro rinchiuso tra il massiccio della Cometa e la Pizzuta” dove s’è concentrato “tutto il dolore del mondo”[10].

La memoria della strage accompagna la società italiana e diviene parte integrante della lotta per la pace, per la libertà, per l’unità e per i diritti della classe operaia fino a divenire negli anni ottanta, secondo le parole del Segretario generale della CGIL Antonio Pizzinato, l’emblema della lotta per il lavoro e contro la criminalità organizzata.

Eppure, a sessant’anni dall’evento, il Presidente Giorgio Napolitano rivendica giustizia denunciando che: “occorre continuare la ricerca della verità su tutte le circostanze e le responsabilità di quell’inaudito massacro poiché alla verità storica, sempre che questa sia stata raggiunta, non si è ancora affiancata la verità processuale”[11].

Ricerca, verità e giustizia divengono le parole chiave per intendere la politica della memoria che il Capo dello Stato rivendica per il presente e per il futuro di un paese capace di combattere unito i mali della nazione. “Per risolvere i problemi gravi e complessi e per assicurare alle nuove generazioni un avvenire migliore, l’Italia deve essere unita”[12] ha ribadito Giorgio Napolitano pochi giorni fa.

Il 24 maggio 2012 rappresenta, allora, un ulteriore momento simbolico di quell’altra Italia che riflette, che si oppone e che finalmente trova un alto riscontro istituzionale.

Sono passati sessantacinque anni dalla prima strage di Stato: per la prima volta nella storia della Repubblica, un Presidente si reca in visita ufficiale sul luogo “dove tutto ha avuto inizio”[13] ricordando insieme Portella della Ginestra, l’assassinio di Placido Rizzotto, la strage di Capaci e quella di Via d’Amelio.

E l’altra Italia si fissa sul volto di una donna dai capelli bianchi ancora vestita di nero: è Giuseppa Rizzotto, che a sessantaquattro anni dall’omicidio del fratello morto ammazzato dalla mafia, riceve per chi non c’è più la medaglia d’oro al valore civile. L’altra Italia… quella che combatte.

 


[1] I. Buttitta, La vera storia di Salvatore Giuliano, Sellerio , Palermo, 1997, p. 119.

[2] Nell’impossibilità di fare riferimento all’intero patrimonio archivistico cui si è attinto per le realizzazione della mostra, mi sembra necessario ricordare almeno l’Archivio storico CGIL; l’Archivio fotografico “L’Unità” e l’Archivio di Stato di Viterbo. Hanno collaborato alla ricerca documentaria: C. Bernardini; M. Cruciani; R. Doro; L. Ettorre; D. Floris; E. Guida; I. Imperi; G. Nicolai; I. Romeo.

[3] I. Buttitta, op. cit., 114 -119

[4] Sentenza della Corte di Assise di Viterbo, 3 maggio 1952, Archivio di Stato di Viterbo, b. 5, vol. V.

[5] C. Stajano, Portella della Ginestra. Anatomia di una strage politica, in “Il Corriere della Sera”, 3 giugno 1997, p. 33.

[6] F. La Licata, Quel velo che si alza sui misteri di una strage, in “La Stampa”, 28 aprile 1998, p. 14.

[7] Archivio Storico Cgil, Manifesto ANPI-CGIL. Il dovere della Memoria. Il futuro dei Diritti, Manifestazione nazionale a Portella della Ginestra, 1 maggio 2010.

[8] I. Buttita, cit.

[9] A. Moravia, E’ cominciato il periodo del realismo epico, in “L’Espresso”, 4 marzo 1962, p. 23.

[10] La grandiosa manifestazione a Portella della Ginestra, in “L’Unità (della Sicilia)”, 3 maggio 1950, ora in F. Petrotta (a cura di), Portella della Ginestra. La ricerca della verità, Ediesse, Roma, 2007, pp. 207-211.

[11] Articolo non firmato, Portella 1947. Napolitano chiede la verità, in “L’Unità”, 1 maggio 2007, p. 10.

[12] Dal discorso di G. Napolitano, Portella della Ginestra, 24 maggio 2012.

[13] Ivi.

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    By: Elisa Guida

    Elisa Guida e’ iscritta al Dottorato di ricerca in “Storia d’Europa: società, politica, istituzioni (XIX-XX secolo)” dell’Università di Viterbo. Si occupa della storia della Shoah e del rapporto fra storia, letteratura e memoria, con particolare attenzione alle figure di Edith Bruck e Piero Terracina. Tra le sue pubblicazioni Dopo l’era del testimone: riflessioni di metodo in S. Consenti, Il futuro della memoria, Edizioni Paoline, Milano, 2011, pp. 122-132; Dentro la sostanza. In viaggio con Edith Bruck, Fondazione Villa Emma, Perugia, 2012; Dall’era dei divieti alla memoria del XXI secolo: un percorso nella rappresentazione della Shoahattraverso la poetica di Edith Bruck in “Cuadernos de filologia italiana”, Universidad Complutense de Madrid, vol. 18, 2011, pp. 141-159.

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