La strage di Portella della Ginestra e il processo di Viterbo:politica, memoria, uso pubblico della storia (1947 – 2012)

Introduzione

A 65 anni dalla strage dell’Italia repubblicana si è voluto ricordare, nella cornice del Convento dei Carmelitani scalzi, sede per molti anni del Tribunale di Viterbo, l’eccidio di Portella della Ginestra e il processo di Viterbo.

Nei pressi della Piana degli Albanesi, vicino Palermo, il primo maggio 1947, durante la Festa del Lavoro, alcuni banditi spararono sulla folla, vi furono 11 morti e più di 30 feriti.

I colpi – come in seguito sarebbe emerso – furono sparati da Salvatore Giuliano, il famigerato bandito di Montelepre e dai suoi compagni.

Il segretario del PCI siciliano, Girolamo Li Causi sostenne che il bandito Giuliano fu solo l’esecutore materiale della strage, mentre i veri mandanti sarebbero stati i mafiosi e gli agrari che a seguito della vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali del 20 aprile 1947 vollero lanciare un chiaro messaggio al movimento contadino. Al contrario, l’allora Ministro dell’Interno, Mario Scelba, attraverso un intervento all’Assemblea Costituente il giorno seguente la strage, sostenne che quell’episodio era circoscritto alla banda Giuliano e non legato a finalità politiche o terroristiche.

Il 5 luglio del 1950 a Castelvetrano si compì l’agguato a Giuliano. Il bandito di Montelepre era stato attratto sul posto dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta. Poco dopo la morte di Salvatore Giuliano, Pisciotta fu catturato. In prigione capì che la sua vita era seriamente minacciata. Espresse chiaramente il suo timore di essere ucciso tanto che rifiutò di dividere la cella con altri detenuti, prima della sentenza del processo. Le sue scomode dichiarazioni[i] durante il processo lo rendevano evidentemente consapevole del pericolo.

Iniziato nel giugno 1950, il processo di Viterbo si concluse nel 1952 dopo 217 udienze; 31 gli imputati, divisi in due gabbie distinte: una per i cosiddetti “picciotti” e l’altra per i veri componenti della banda. I primi vennero assolti per aver fatto parte della banda “in stato di soggezione”, gli altri vennero condannati all’ergastolo. [ii]

La giornata di studi promossa dall’Archivio di Stato di Viterbo, dall’Università della Tuscia e dalla Fondazione Di Vittorio (Viterbo, 18 aprile 2012)

La giornata di studi dedicata alla strage di Portella della Ginestra e al processo di Viterbo, insieme al una mostra multimediale, si inserisce nell’ambito di una iniziativa che ha previsto il primo appuntamento il giorno 17 aprile, in cui i fatti sono stati trattati attraverso una serie di proiezioni di film e di un documentario. Dopo l’introduzione a cura di Miranda Perinelli, Segretario Generale della CGIL di Viterbo e alla presenza di Placido Rizzotto jr., il documentario “La memoria della strage di Portella” (Odino Artioli – 2003) ha inaugurato la rassegna, a seguire il film “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi (1961), per concludere con “Segreti di Stato” di Paolo Benvenuti (2003).

Il giorno 18, prima di entrare nel vivo degli interventi, il Direttore dell’Archivio di Stato, Augusto Goletti, ha introdotto i lavori seguito dal senatore Sergio Flamigni.

La presentazione del progetto è stata condotta da Manuela Claudiani dell’Archivio di Stato di Viterbo, Sante Cruciani per l’Università della Tuscia e Ugo Gallo per la Funzione Pubblica CGIL.

Portella della Ginestra, più volte definita nel corso della giornata come “madre di tutte le stragi” è stata “raccontata” attraverso relazioni frutto di un’attenta ricerca.

Il primo intervento a cura di Edmondo Montali, (Fondazione Di Vittorio), ha rivolto l’attenzione al panorama degli studi e al dibattito storiografico, partendo dalla teoria di Francesco Renda secondo la quale “chi spara a Portella della Ginestra rappresenta soltanto la punta di un iceberg”. Questa sembra essere la tesi maggiormente condivisa dalla storiografia e ripresa successivamente con sfumature diverse, da numerosi studiosi. La vera novità è rappresentata dalle tesi di Giuseppe Casarrubea e Nicola Tranfaglia. Secondo i documenti esaminati dai due storici, a Portella della Ginestra non avrebbe sparato Salvatore Giuliano, ma i gruppi di fuoco sarebbero stati quattro. Molta stampa dell’epoca pubblicò articoli che confermavano questa teoria. Sull’Unità del 3 maggio 1947 si legge “scariche di mitragliatrice provenienti dai sovrastanti costoni della Pizzuta e della Cometa si abbattevano sul luogo del comizio […] Un nutrito fuoco incrociato si protraeva per venti minuti, mentre la folla si disperdeva in corsa in tutte le direzioni”.[iii] La Stampa del 3 maggio 1947 riportò “dal Monte Cometa altri criminali erano con le armi al piede, pronti a dar manforte ai compagni del delitto se da parte della folla si fosse tentata una reazione”.[iv] A giudicare da quanto rivenuto nei voluminosi dossier, la strage viene considerata quale “elemento di contenimento del comunismo”. Emergerebbero collegamenti tra mafia, servizi segreti americani e ambienti neofascisti.

Le tesi di Cassarubea e Tranfaglia hanno tuttavia sollevato un certo scetticismo, perché accompagnate da forti lacune sulle effettive responsabilità della strage di Portella della Ginestra che, almeno fino ad oggi, non hanno avuto possibilità di essere colmate. In effetti i corposi dossier presentati nel 2004 – 2005 all’allora Procuratore di Palermo, Pietro Grasso, sono stati definiti nel 2007 dai Pubblici Ministeri Pignatone e Morvillo “anonimi, scritti da persone non identificate o non identificabili…basati su ricostruzioni di storici e studiosi e su notizie di stampa” e quindi non idonei a riaprire un fascicolo sulle stragi del dopoguerra per valutare il collegamento tra mafia servizi segreti angloamericani e ambienti nazifascisti.”[v]

Il merito riconosciuto da Montali alla ricerca condotta da Casarrubea e Tranfaglia è sicuramente quello di aver evidenziato i collegamenti tra la Sicilia, i servizi americani e quelli inglesi. Montali ha continuato sottolineando che la storiografia ha definito le dimensioni in cui Portella della Ginestra trova la sua collocazione, precisamente quella locale, nazionale e internazionale; compito degli storici è allora approfondire la ricerca e lo studio per ricostruire i fatti ancora oggi rimasti oscuri, attraverso nuova documentazione proveniente da archivi inglesi e americani.

Il secondo intervento a cura di Massimo Piermattei, (Università della Tuscia – Viterbo), “Gli avvenimenti del 1°maggio 1947 e le reazioni del mondo politico e sindacale”, ha rivolto l’attenzione su come il 1947 rappresenti un anno cruciale per la repubblica italiana. Il clima di violenza in Sicilia dice quale fosse la determinazione degli agrari conto il movimento contadino. La questione agraria era al centro dei problemi. Il fenomeno del progressivo rafforzamento del movimento dei contadini era vissuto dalla mafia, dai latifondisti e perfino dai “gabellotti” siciliani, come una seria minaccia. A questi elementi si univa la galassia delle forze qualunquiste, neofasciste e monarchiche che cercavano di strumentalizzare il contesto della lotta agraria.

Lo stato di tensione raggiunse il culmine il 20 aprile con l’affermazione del Blocco del Popolo alle elezioni per il governo regionale del 1947. La novità fu messa in risalto dalla stampa di partito e da quella indipendente, le quali esaltarono il risultato; di diverso avviso fu il quotidiano cattolico “Il Popolo” che fece apparire i risultati favorevoli alla DC.

Piermattei, attraverso una panoramica e un particolareggiato commento di molti articoli dell’epoca, ha consentito di entrare nel vivo dei fatti e delle reazioni del mondo politico e sindacale. Di particolare interesse è stato il confronto tra due articoli apparsi rispettivamente sulla “L’Unità” e sul “Messaggero”. Nel primo, Girolamo Li Causi invita le forze democratiche ad unirsi e lasciare da parte qualunquisti e monarchici. “Il Messaggero”, da parte sua, riporta la possibilità per quel 14% raggiunto dalla DC (risultato delle elezioni del 20 aprile 1947) di unirsi con la parte delle classi sociali scontente di quanto stava accadendo.

La strage del primo maggio 1947 venne naturalmente riportata dalla stampa soltanto due giorni dopo. Il giorno successivo, in sede di Assemblea Costituente, Mario Scelba, ministro dell’Interno, tenne un discorso in cui con grande foga affermò che quanto accaduto si doveva imputare all’arretratezza feudale della Sicilia. In questo modo cercò di circoscrivere i fatti alla sola problematica agraria svincolandola dall’impatto politico.

L’intervento di Piermattei si è concluso ricordando quanto affermato da Emanuele Macaluso, “nessuno di questi delitti è stato ancora punito…”. Queste parole ancora una volta inducono ad una riflessione e un impegno affinché presto si possano dare risposte alle tante questioni rimaste in sospeso.

Guido Panvini, (Università La Sapienza – Roma) con “Il processo di Viterbo e la sentenza della Corte d’Appello di Roma negli atti giudiziari e nei rotocalchi italiani” ha voluto richiamare l’attenzione sui rotocalchi nel periodo del processo, i quali fornirono un quadro dei fatti molto romanzato, in quanto si trattava di stampa popolare o scandalistica. Sappiamo che si trattava di anni segnati da molteplici processi per reati attribuiti ai partigiani durante la Resistenza, anche giornali politici come Il Popolo trattarono il processo in modo secondario. Venne relegato alle ultime pagine, fu subissato da eventi più rilevanti come quelli citati. E’ di quel periodo un altro processo, quello per l’attentato di Via Rasella, che inevitabilmente occupò le prime pagine e tolse la scena alla strage di Portella. Cosa emergeva dunque dai rotocalchi popolari? Una strage non politica, ma legata ad un atto di banditismo di cui si perdeva la motivazione. Quando emergevano elementi a carico della mafia, queste veniva sempre presentata come una “manifestazione antropologica di una perenne inclinazione alla delinquenza, della Sicilia e dei siciliani” , senza connessioni con la politica regionale e nazionale.

In rotocalchi tendenzialmente conservatori, la strage di Portella venne dipinta in modo falsato. Questi rotocalchi erano espressione di una strategia di vera e propria disinformazione. I ceti medi ancora intrisi dell’esperienza del fascismo dipingevano la strage come atto criminale e non come fatto politico. Una giornalista del Popolo, inviata speciale a Viterbo per il processo, si soffermò solamente sull’immagine degli imputati, descrivendo il loro comportamento all’interno della “gabbia” , il loro modo di parlarsi o di ricomporsi il nodo della cravatta prima di rivolgersi alla stampa, descrizioni queste che si avvicinavano piuttosto ad una sorta di caricatura dei soggetti.

Anche un quotidiano come Il Popolo veniva quindi trascinato dallo stile intrapreso dai rotocalchi popolari. Panvini ha concluso citando i verbali del 1947 della direzione della DC pubblicate dalla rivista Ventunesimo secolo, in cui si apprende che in diverse riunioni di partito si parlava dell’imminenza di una guerra civile indicata negli stessi mesi in cui venne compiuta la strage. “Si ha la sensazione, ha aggiunto Panvini, “che il governo, la DC, non avesse il controllo della situazione al punto di considerare il riarmo delle proprie milizie vicine alla DC che avevano combattuto durante la Resistenza”.

Sarebbe auspicabile, secondo Panvini, un’ulteriore stagione di studi che immetta la strage all’interno del passaggio generale tra il secondo dopoguerra, i primi anni cinquanta e le ambivalenze della costruzione della democrazia, che ha visto l’incontro tra masse cattoliche e socialiste nella costruzione della repubblica, conservando però il rischio di una guerra civile nei momenti di maggiore tensione politica e sociale.

Alexander Hobel, (Università di Napoli), con “La strage di Portella della Ginestra nelle carte della Commissione antimafia” soffermandosi brevemente sulle origini della Commissione istituita all’inizio degli anni ’60 su proposta di Ferruccio Parri, è passato a citare le varie testimonianze rese al sottocomitato “Rapporti mafia e banditismo in Sicilia”. Le audizioni cominciarono nel marzo 1969, Presidente della Commissione era Francesco Cattaneo. Sfilarono personaggi appartenenti alle forze dell’ordine, ufficiali, uomini politici e appartenenti alla banda Giuliano. Il quadro che emerge a seguito delle testimonianze è di grande interesse.

Una delle prime audizioni è quella del Generale Paolantoni, collaboratore a suo tempo dell’Ispettore di Pubblica Sicurezza, Ettore Messana e poi del Corpo forze di repressione del banditismo, diretto dal Col. Luca. Secondo quanto risulta dalle testimonianze di Paolantoni è stato possibile tracciare una descrizione del disagio in cui si trovava l’Arma dei Carabinieri in quel periodo, sia a causa dell’esiguo numero di militari presenti sul territorio, sia per l’inadeguato equipaggiamento in loro possesso. Ciò che comunque rende interessanti le testimonianze è il collegamento che emerge tra mafia e banditismo definito da Hobel “permanente e strutturale”, in quanto in questo contesto, il banditismo “può sopravvivere solo sotto la protezione accordata dalla mafia e nella decisione di quest’ultima di avvalersene”.

A questo proposito le testimonianze di due marescialli dell’Arma dei Carabinieri, Giuseppe Calandra e Giovanni Lo Bianco, fa emergere come la mafia avesse “in mano” Giuliano e in particolare come lui fosse in mano ad alcuni mafiosi di Monreale. Il rapporto tra mafia e Giuliano non conduce necessariamente a Portella della Ginestra e lo stesso Generale Paolantoni esclude che la mafia potesse essere dietro l’eccidio di Portella. Interessante è stata inoltre la scoperta di un’azione di depistaggio condotta nel settembre 49, dal prefetto Vicari il quale affermò di aver appreso da fonte confidenziale che sarebbero stati i comunisti ad aver organizzato quanto accaduto a Portella, per scopi politici esecrabili. Sarà lo stesso Vicari a proporre nel 1950 di riaprire le indagini per indirizzarle verso questa direzione.

La relazione di Hobel ha mostrato come la desecretazione di molto materiale della Commissione antimafia, da leggere insieme ai documenti oggetto di studio da parte di Giuseppe Casarrubbea, abbiano aperto molte piste di ricerca ancora da approfondire..

Sante Cruciani (Università della Tuscia – Viterbo) con “L’uso pubblico della storia tra arti visive, letteratura, cinema e televisione” ha proposto una analisi originale dei fatti legati alla strage di Portella e al processo di Viterbo, basata sulla cospicua produzione nel mondo delle arti visive, nel cinema e nella televisione. Il primo elemento richiamato è stata la rimozione del vero significato della strage, sia nella letteratura che nella cultura popolare con le conseguenti reazioni della gente comune. Nella cultura e nella letteratura popolare, nelle ballate di Turiddu Bella e Orazio Strano, Salvatore Giuliano è percepito come re dei briganti, figlio del popolo e vittima del potere.

Con il processo di Viterbo le ambiguità non sono più consentite. Nel 1951 il pittore Giuseppe Consoli richiamò, attraverso la sua opera (scelta come immagine simbolo della giornata di studio), la strage; evidenziando il forte contrasto tra quella che doveva essere una giornata di festa e ciò che poi sarebbe diventata, un vero massacro. E’ del 1957 il quadro dipinto da Guttuso su Portella della Ginestra in cui emerge l’impianto compositivo di chiara derivazione picassiana. Con Guttuso gli eventi di Portella varcarono i confini nazionali arrivando in Europa. Le arti visive, dal canto loro, rappresentarono un ponte tra cinema e letteratura nel costruire il discorso pubblico sulla storia di Portella.

Per quanto riguarda la cinematografia è inevitabile il riferimento al film del 1961 di Francesco Rosi, “Salvatore Giuliano” in cui lo stesso regista, in occasione della laurea honoris causa conferitagli dall’Università di Padova dichiarò di aver voluto cercare di testimoniare quanto più possibile la verità, con tutte le complicazioni che tutto ciò avrebbe comportato. Il film si apre con la sequenza della morte di Giuliano. Caratteristica dell’opera di Francesco Rosi è la scelta di non mostrare mai direttamente Giuliano, perché ritenuto più importante il contesto in cui la storia si svolge. Questo aspetto gli valse la critica da parte di Leonardo Sciascia, il quale ritenne che in questo modo aveva accresciuto il mito di Giuliano. Di diverso avviso fu invece Alberto Moravia che in una dichiarazione rilasciata all’Espresso nel 1962, sostenne la scelta di Rosi proprio per non aver trattato il bandito come un protagonista.

Nell’ambito della letteratura Giuliano è protagonista nell’opera di Ignazio Buttitta “La vera storia di Salvatore Giuliano” pubblicata nel 1963, fusione perfetta tra dialetto siciliano, epica popolare, impegno civile e slancio poetico. Nell’opera di Buttitta, non ci sono dubbi sulla responsabilità della strage, eloquenti sono stati i versi di Buttitta citati da Cruciani. L’autore diede spazio al processo di Viterbo e alla responsabilità di Pisciotta nell’omicidio di Giuliano, molto significativi, anche in questo caso, le citazioni ancora in dialetto siciliano.

Anche la televisione, attraverso programmi quali “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli, “Correva l’anno” di Paolo Mieli e “Blu notte” di Carlo Lucarelli ha contribuito al racconto dei fatti della banda Giuliano e il processo di Viterbo.

Al termine dell’intervento, Cruciani ha invitato a una riflessione sia sul ruolo degli storici nella società dell’informazione, che sui media responsabili di farci vivere in una sorta di eterno presente, minacciando di cancellare la memoria. Occorre piuttosto ricordare tutti quegli aspetti importanti della nostra storia, come il ruolo dei partiti, dei sindacati, dei movimenti popolari che hanno contribuito a costruire e mantenere vivo il patto costituzionale contro lo stragismo e il terrorismo; il rischio peggiore potrebbe essere la scomparsa dell’idea di repubblica e di partecipazione democratica alla vita del paese.

Maria Paola Del Rossi, (Fondazione Di Vittorio) ha concluso la mattinata con “La memoria e le celebrazioni ufficiali” evidenziando come la memoria di Portella, elevata ad emblema della lotta per il lavoro, sia parte integrante della storia repubblicana. La relatrice ha sottolineato come attraverso le varie celebrazioni della strage del 1°maggio 1947 si sia cercato di capire i fatti, le motivazioni, gli interpreti, i testimoni, i tanti lati oscuri, tutti elementi che sono stati presi come stimoli per la sempre maggiore ricerca della legalità considerata come diritto primario.

Partendo dagli anni ’50 ciò che accadde a Portella identifica una sorta “di endiade tra lavoro, democrazia, sindacato, quindi del ruolo del lavoro nel divario di quel processo di democratizzazione repubblicana e modernizzazione del lavoro”.

Negli anni seguenti le varie celebrazioni contribuiranno nel complesso processo di sedimentazione della memoria pubblica dei tragici fatti, provocando un forte impatto nei confronti delle forze sociali, delle forze politiche e delle istituzioni.

Costruire la memoria pubblica non è stato facile. Se si pensa a partire dal 1948 quanti cambiamenti politici e sociali hanno caratterizzato il nostro Paese; dalle prime elezioni repubblicane fino agli anni ’70 caratterizzati da altrettanti tragici fatti di cui ancora oggi non si conosce la verità. Proprio tra gli anni ’70/’80 il ricordo della strage siciliana assume un’ importanza assoluta nella storia della lotta per il lavoro.

Anche negli ultimi anni di celebrazioni per i fatti di Portella proprio il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del quarantennale, ha rivolto un invito a continuare la ricerca sulla verità della strage siciliana, sottolineando quanto sia importante avere memoria della propria storia per affermare i principi della legalità e della libertà democratica.

La tavola rotonda su “L’Italia repubblicana, l’uso pubblico della storia, il mondo del lavoro” e l’intervento conclusivo di Susanna Camusso

La seconda parte della giornata ha avuto inizio con l’inaugurazione della mostra multimediale “Politica, memoria, uso pubblico della storia (1947 – 2012)” a cura di Sante Cruciani, Maria Paola Del Rossi e Edmondo Montali, seguita dalla tavola rotonda sul tema “L’Italia repubblicana, l’uso pubblico della storia, il mondo del lavoro”, presieduta dal Presidente della Fondazione Di Vittorio, Carlo Ghezzi. Durante questa fase del convegno, ci sono stati interventi da parte di Rossana Rummo, Direttore generale degli archivi; degli storici Francesco M. Biscione e Francesco Petrotta, della giornalista del quotidiano L’Unità, Jolanda Bufalini e di Mario Nicosia, testimone dei fatti di Portella. Le sue parole, semplici, ma molto significative sono riuscite ad emozionare i presenti.

Va ricordato che Mario Nicosia era tra i lavoratori a festeggiare il primo maggio a Portella della Ginestra e vide undici suoi compagni cadere. Nicosia ha voluto ricordare i nomi di quei compagni, attraverso la lettura affidata ad una bambina rappresentante di una scuola elementare siciliana. Al termine ha sottolineato come ancora oggi nessun Presidente della Repubblica si sia mai recato a rendere omaggio al memoriale, augurandosi che il Presidente Napolitano, prossimamente a Palermo possa essere il primo.

Al termine dei lavori il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso ha ricordato come dopo 65 anni dalla strage di Portella della Ginestra non si conoscano i mandanti.

La Camusso ha inoltre apprezzato l’idea di aver organizzato due giorni dedicati a quel drammatico evento, nella sede in cui ha avuto il processo, rendendo il tutto molto suggestivo. Inevitabilmente nelle sue parole è avanzata una richiesta di giustizia, non solo per quella strage, ma anche per tute le altre che si sono succedute e per le quali non si conosce ancora la verità. La straordinarietà di Portella della Ginestra come luogo della memoria del movimento sindacale, in cui ogni primo maggio si radunano tante persone, è stata descritta dalla massima rappresentante della CGIL in modo incisivo, riconoscendo come tutto questo contribuisce a dare un senso alla nostra storia. Il 2012 è stato definito da Susanna Camusso come un anno molto particolare, perché caratterizzato oltre che dal sessantacinquesimo anniversario della strage di Portella della Ginestra, dal ventennale dell’attentato a Falcone e Borsellino, dai trenta anni dalla morte di Pio La Torre, dal ritrovamento del cadavere di Placido Rizzotto al quale finalmente saranno celebrati i funerali di Stato: “Tutti questi eventi hanno come tratto comune, l’intreccio tra la criminalità organizzata, lo stragismo e le manovre antidemocratiche realizzate in questo paese dopo la Liberazione. Portella della Ginestra segna chiaramente la reazione della criminalità organizzata al fatto che la democrazia della terra avrebbe sottratto il potere ai latifondisti e all’organizzazione mafiosa. In un momento come quello attuale in cui si tende a vivere soltanto nel presente con il rischio di perdere la memoria collettiva, occorre parlarne soprattutto ai giovani, perché la memoria serve a indicare la strada. La memoria collettiva è necessaria per dare concrete prospettive ai giovani.”. Al termine di un intervento appassionato, Susanna Camusso ha concluso ponendo particolare attenzione al fatto che, proprio perché siamo in tempo di riforme, non occorre perdere di vista le proprie radici, dal momento che non si può fare a meno di quei fondamenti democratici tanto faticosamente conquistati.

Una giornata davvero intensa, ricca di spunti di riflessione e stimoli per approfondire quanto più possibile la conoscenza degli avvenimenti di Portella della Ginestra, del processo di Viterbo e dei tanti fatti che, anche dopo Portella hanno caratterizzato negativamente, con la strategia della tensione, lo stragismo, la violenza politica, la storia dell’Italia repubblicana. L’iniziativa nel suo complesso ha raggiunto sicuramente l’obiettivo di coinvolgere studiosi e parte della cittadinanza, intervenuta sia per curiosità, sia per interesse ricordando il momento di grande partecipazione che il processo riuscì a costituire.

 


[i] Queste le dichiarazioni di Gaspare Pisciotta, recentemente ripubblicate sul Manifesto del 29 aprile 1997: “Servimmo con lealtà e disinteresse i separatisti, i monarchici, i democristiani e tutti gli appartenenti a tali partiti che sono a Roma con alte cariche, mentre noi siamo stati scaricati in carcere. Banditi, mafiosi e carabinieri eravamo la stessa cosa”.

[ii] http://www.lastoriasiamonoi.rai.it , “Portella della Ginestra – 1 maggio 1947, La morte di Giuliano e il processo”.

[iii] L’Unità, 3 maggio 1947, prima pagina.

[iv] La Stampa, 3 maggio 1947, prima pagina.

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