Simboli politici e discorso pubblico: un ritorno o una svalutazione andante?

La storia dei simboli politici deve evidenziare l’“ambiguità” di significati, intrinseca alla loro “fortuna”. Alla attenzione verso di essi che si segnala sul piano scientifico[1], corrisponde un uso tutt’altro che appropriato nella vita pubblica.

 

Nella compresenza delle culture politiche diffuse, tra auto-rappresentazione e percezione, i conflitti simbolici si fanno più “intensi” nei periodi di transizione. In questa crisi di fine-inizio secolo così come negli anni di fondazione e di consolidamento della Repubblica[2]. Fu allora, tra 1943 e primi anni Cinquanta, che  si ricompose il ricco repertorio dei simboli politici (nazionali e partitici). Stiamo in questi anni assistendo al logoramento e alla scomparsa di segni, colori e immagini grazie a cui per oltre mezzo secolo avvenne la rappresentazione di emozioni e passioni attraverso i linguaggi della politica[3]. Furono i simboli che permisero di condensare e popolarizzare identità e appartenenze politiche, istituzionali e partitiche, nazionali e municipali allo stesso tempo.[4]

 

Già dopo il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, con la caduta del regime fascista e l’avvio della transizione democratica, si riaprì la competizione per il controllo dei simboli e dei rituali grazie ai quali rappresentare la storia e il volto della nazione.[5] Rotta l’unità resistenziale e delineatisi i blocchi contrapposti, con l’esclusione delle sinistre dal governo, invalse una tendenza alla demonizzazione dell’avversario che avrebbe ancor più accentuato l’uso dei simboli politici in una logica di scontro frontale.[6] Fu uno scenario simbolico rimasto sostanzialmente invariato per alcuni decenni, fino alla crisi dapprima e quindi alla dissoluzione degli apparati simbolico-rituali della Repubblica. Nella democrazia repubblicana il linguaggio dei simboli divenne una parte essenziale nel processo di costruzione del consenso politico ed elettorale, tanto per le istituzioni quanto per i protagonisti della vita pubblica, in primo luogo i partiti.[7] Ai tradizionali simboli, spesso ridefiniti e reinventati, altri se ne aggiunsero, concorrendo a definire la trama e la rappresentazione del discorso politico nella vita nazionale.[8]

 

Causa le eredità del culto fascista del littorio e la ricorrente demonizzazione dell’avversario, in Italia e nel secondo dopoguerra la forza dei simboli politici fu forse maggiore che in altri paesi dell’Europa; basti pensare alla prolungata paura del fascismo e del comunismo e ai conflitti simbolici che ne sono derivati. Nel corso dell’ultimo decennio del Novecento, con la ridiscussione dei miti di fondazione della Repubblica e la dissoluzione delle tradizionali formazioni partitiche, i simboli e i colori della politica italiana subirono un profondo processo di rivisitazione. I vecchi simboli risultavano rimpiccioliti e richiamavano le radici antiche, ormai come segno residuale del passato, destinato quindi a scomparire; come accadde anche nel caso della fiamma tricolore già missina per Alleanza nazionale e della falce e martello già comunista per il Pds; in questo secondo caso, con la rinuncia definitiva al simbolo della falce e martello, sostituito ai piedi della quercia dalla rosa, simbolo del socialismo europeo.

 

In larga parte legata al vuoto partitico che si stava creando con la crisi delle storiche formazioni dell’Italia repubblicana, fu la nascita del movimento di Forza Italia, costituito in prossimità delle elezioni della primavera del 1994. a produrre una nuova messe di simboli politici. Sappiamo della sua originaria natura aziendale e del rapporto di simbiosi esistente con il fondatore ed erogatore patrimoniale, l’imprenditore Silvio Berlusconi.[9] Dal punto di vista simbolico, una bandiera tricolore e la scritta Forza Italia di intonazione sportiva, indubbia fu l’innovazione. Muovendo da una sorta di “politica dell’antipolitica”, Forza Italia sorgeva senza cercare una legittimazione storico-culturale, al punto tale che i simboli utilizzati dagli “azzurri” di Berlusconi rinviavano più al mondo delle passioni calcistiche degli italiani che alla memoria culturale del paese.[10] I fattori di discontinuità furono eclatanti, coniugando marketing pubblicitario-televisivo e adattamento del tifo sportivo. Tra i simboli identitari proposti dalla nuova formazione figurava l’inno societario-partitico, voluto dallo stesso Berlusconi. A tal punto che sulla stampa si chiosò con malcelata ironia:

 

Fa tutto da sé, il cavaliere. Si è inventato un partito, gli ha dato un programma, si cerca i candidati e perfino gli avversari giusti. Si è ispirato al proprio passato di cantante per comporre le note dell’inno che farà dimenticare agli italiani l’odiata Bandiera rossa [inno comunista, nda] e lo sfiorito Biancofiore [inno democristiano, nda]. Ha utilizzato il proprio know how di presidente del Milan per dare ai militanti un armamento di simboli forti e ben riconoscibili. Il modello del Milan club, considerato vincente, ha clonato quello dei club di Forza Italia.[11]

 

In modo meno eclatante di Forza Italia (e delle  sigle in seguito inventate da Berlusconi per le sue esigenze di volta in volta contingenti), una nuova e radicata tradizione politica fu invece costruita dalla Lega di Umberto Bossi. In generale, precorritrice di nuove rappresentazioni simboliche fu la vicenda dei movimenti autonomisti e federalisti emersi nel corso degli anni ottanta. Fu soprattutto il caso della Lega Lombarda, costituita già nel 1979 e che, rifacendosi alla memoria dei liberi comuni medioevali, nel suo simbolo originario portava la stilizzazione della statua di Alberto da Giussano su uno sfondo che evidenziava la cartina della Lombardia. In effetti però, la percezione del movimento passò soprattutto attraverso il simbolo del Carroccio, il carro che nel XII secolo portò in battaglia contro Federico Barbarossa le insegne dei comuni lombardi; rappresentato per l’occasione – con analogie con il simbolo adottato nel 1919 dal Partito popolare italiano – da uno stendardo bianco con croce rossa. Sorta nel 1989, tramite l’associazione federativa di diversi movimenti autonomisti regionali (veneto, piemontese, ligure, lombardo) ed entrata nella competizione elettorale, la Lega Nord tese a legittimare la propria aspirazione separatista con una simbologia che si richiamava alla tradizione gallo-celtica, con una moderna forma di “invenzione della tradizione”[12]. Essa introdusse nel linguaggio politico il simbolo della cosiddetta “Nazione padana”[13]: un sole celtico delle Alpi, di colore verde, il linguaggio cromatico scelto per contrassegnare distintivi e segni del movimento[14]. Seguirono rituali politici ricchi di questi e altri simboli, la cui rappresentazione e percezione sono divenute crescenti con l’espansione del consenso e delle amministrazioni a guida leghiste.

Nei mesi autunnali di questo fine 2010 i simboli partitici leghisti sono assurti ad una notorietà inusitata, tanto irritale è stato la loro messa in scena nella vita pubblica[15]. Accadde ad Adro, nel Bresciano, laddove un istituto scolastico fu abbellito in modo inversosimile del simbolo nel frattempo fatto proprio dalla Lega: il Sole delle Alpi. Insomma, al posto del simbolo nazionale del tricolore, come era sempre avvenuto nei luoghi istituzionali ed a maggior ragione in sedi scolastiche deputate ad educare i giovani tutti del paese, vetri e muri, cancelli e arredi furono contrassegnati da un simbolo di partito, esibito in modo improvvido come simbolo di una comunità locale omologabile a quello del colore (momentaneo) dell’amministrazione municipale. Per non dire di quanto era già avvenuto durante l’estate in diversi comuni del Padovano amministrati sempre dalla Lega – in particolare a San Martino di Lupari -, laddove erano state addirittura ridipinte in un indubitabile colore verde le strisce zebrate dei passaggi pedonali[16].

 

Uno degli effetti di questa nostra infinita “transizione “ sembra proprio la prevalenza, nel significato sempre ambiguo dei simboli politici, della loro dimensione pubblicitaria e propagandistica. Cosa rimane, con la II Repubblica, dei simboli storici? Guardando al lungo periodo, si osserva la trasformazione del simbolo politico in qualcosa di somigliante a un logo e ad un segno grafico. Non si tratta spesso di veri e propri simboli, capaci di condensare e rappresentare un’identità politica. Privati di un intrinseco rapporto con i sentimenti collettivi e individuali, causa lo scolorirsi di emozioni e passioni politiche, i simboli sembrano assomigliare sempre più a messaggi pubblicitari, di cui si abusa sia per vuoti culturali sia per contingenti pulsioni propagandistiche. Così come oramai pare richiedere tanto la democrazia della (momentanea e mutevole) opinione quanto una politica (linguaggi e simboli) sempre più svilita e spettacolarizzata.

 

 


[1] Cfr. Simboli della politica, a cura di Francesco Benigno e Luca Scuccimarra, Roma, Viella, 2010.

[2] Su simboli e colori della politica, cfr. M. Ridolfi, Storia politica dell’Italia repubblicana, Milano, Bruno Mondadori, 2010.

[3] Cfr. Remo Bodei, Il noi diviso. Ethos e idee dell’Italia repubblicana, Torino, Einaudi, 1998.

[4] Sulla lunga storia d’Italia cfr. Simboli d’appartenenza, a c. di Giuseppe Galasso, Roma, Gangemi, 2005.

[5] Sui fattori di continuità o meno tra i tre regimi (liberale, fascista, repubblicana) del Novecento italiano cfr. Emilio Gentile, Grande Italia. Ascesa e declino del mito della nazione nel ventesimo secolo, Mondadori, Milano 1997; Id., Né stato, né nazione. Italiani senza meta, Roma-Bari, Laterza, 2010.

[6] Cfr. Angelo Ventrone, Il nemico interno. Immagini, parole e simboli della lotta politica nell’Italia del ’900, Roma, Donzelli, 2005.

[7] Per un quadro di riferimento sul lungo periodo cfr. Luca Einaudi, La simbologia dei partiti politici italiani dal 1919 al 1994, “Mezzosecolo”, 11 (1994-1996), pp. 257 ss.

[8] Sull’uso dei simboli nei manifesti di propaganda cfr. Luciano Cheles, Picture battles in the piazza: the political poster, in The art of persuasion. Political communication in Italy from 1945 to the 1990s, edited by Luciano Cheles and Lucio. Sponza, Manchester and N. York, Manchester U. P, 2001, pp. 124-79.

[9] Paul Ginsborg, Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica, Torino, Einaudi, Torino 2003.

[10] Sull’uso del linguaggio sportivo nella retorica di Silvio Berlusconi e di Forza Italia cfr. N. Pozzo e P. Russo, Berlusconi and the other Matters: the era of Football Politics, “Journal of Modern Italian Studies”, 3, 2000, pp. 348-70.

[11] S. Zurlo, Nella valigetta c’è dentro un partito, “L’Europeo”, n. 51, 1993.

[12] Stefano Cavazza, L’invenzione della tradizione e la Lega lombarda e la lega lombarda, “Iter”, 8, 1994, pp. 197-214.

[13] Roberto Biorcio, La Padania promessa. La storia,le idee e la logica d’azione della lega Nord, Milano, Il Saggiatore, 1997; Id., La rivincita del Nord.  La Lega dalla contestazione al governo, Roma-Bari, Laterza, 2010.

.[14] Si riprende da L. Einaudi, La simbologia dei partiti, cit.,  p. 281.

[15] Per l’eco avutasi sulla stampa nazionale, cfr. per esempio Carlo Galli, Dal tricolore al sole padano quando la battaglia è sulle icone, “la repubblica”, 23 settembre 2010.

[16] Cfr. San Martino di Lupari. Pedoni su strisce “padane” per la gioia di sindaco e giunta, “la repubblica”, 21 novembre 2010.

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