Recensione: L’Italie contemporaine, de 1945 à nos jours, sous la direction de Marc Lazar

Per le edizioni Fayard, è stata pubblicata in Francia una ricca e articolata opera storiografica sulla storia dell’Italia contemporanea, dal secondo dopoguerra ai nostri giorni, sotto la direzione di Marc Lazar e con il patrocinio congiunto di Sciences-Po e del CNRS. Vi sono 33 saggi, divisi per 6 sezioni: (Invention et pratiques de la démocratie républicaine, Nation et territoires, L’Italie, l’Europe et le monde, Économie et société, Croyances et pratiques sociales, L’arte, la culture).

Nuove domane e nuove problematiche si affacciano nel dibattito storiografico francese, che sembra aver maturato una maggior consapevolezza della complessità e delle problematiche insite nello studio dell’Italia contemporanea. L’opera diretta da Marc Lazar conclude, infatti, un lungo periodo di riflessione sulla storia italiana che ha avuto come momenti più intensi la pubblicazione, nel 2008, del fascicolo monografico (n. 3, t. 55) della rivista «Revue d’histoire moderne&contemporaine», curato da Marie-Anne Matard-Bonucci e da Pierre Milza, sul fascismo italiano (Le fascisme italien: débats, historiographie et nouveaux questionnements) e il numero speciale di «Vingtième Siècle» (n. 100, ottobre-dicembre 2008) dedicato all’Italia contemporanea.

La categoria di «ambivalenza», in riferimento ai processi di modernizzazione del Paese, sembra aver prevalso sulle tradizionali interpretazioni della storiografia francese sull’Italia, vista come eterna nazione incompiuta. In questa prospettiva, l’introduzione di Marc Lazar fornisce la chiave di lettura all’intero volume, quando si prendono le distanze dallo stereotipo gattopardesco dell’immobilità dell’identità italiana e quando, addirittura, si polemizza con l’autolesionismo (l’espressione, mutuata dall’italiano, è in realtà francese), ossia la tendenza degli intellettuali e della cultura a denigrare il proprio passato e a non prendere sul serio il proprio presente.

Tale atteggiamento ha fatto da cassa di risonanza allo stereotipo dell’Italia come “caso patologico” della storia europea e “anomalia” tra le democrazie occidentali, prevalente fino a non molto tempo fa nella storiografia francese e in quella anglosassone, come recentemente ha rilevato il volume curato da Stuart Woolf, l’Italia repubblicana vista da fuori (2007).

In special modo per la storiografia anglosassone, questi pregiudizi erano costruiti sull’individuazione delle caratteristiche di fondo dell’Italia contemporanea che si riteneva confliggessero con l’ideal tipo di modello liberale di Paese democratico: l’assenza di una reale alternanza al governo, la presenza del più forte Partito comunista occidentale, la corruzione, il clientelismo, la debolezza della società civile, la fragilità delle istituzioni, la forza delle organizzazioni criminali, l’endemica conflittualità sociale e il diffuso e trasversale utilizzo della violenza politica.

I saggi presenti nel volume, pur tenendo presente tali disfunzioni strutturali, individuano, al contrario, un’altra traiettoria che il Paese ha compiuto negli ultimi sessant’anni. Attraverso essi, infatti, emerge l’immagine drammatica dello sviluppo politico, economico, sociale e civile della nazione italiana, ma pur sempre inserito nelle convulse vicende della storia delle società occidentali del secondo dopoguerra. L’Italia e la Francia, dunque, come unici due paesi europei democratici che per lungo tempo si sono affacciati sul Mediterraneo, fino alla metà degli anni Settanta palcoscenico dove agirono regimi autoritari, dittature di tipo fascista e regimi a partito unico.

La dimensione comparativa presente nell’impianto del volume porta gli autori, nel loro complesso e pur tra molte sfumature e diversità interpretative, ad evidenziare gli elementi di condivisione con gli altri Paesi europei, in special modo per quanto riguarda le vicende internazionali, le strutture economiche e l’evoluzione istituzionale. Di specificità gli autori continuano a parlare – e così non poteva non essere, data la peculiarità del libro stesso – ma in riferimento alla categoria dell’«ambivalenza», di cui abbiamo accennato, utilizzata nei vari contributi del volume non solo per riassumere la complessità della recente storia italiana, ma per descrivere la parabola delle società democratiche in Occidente, luci ed ombre assieme.

Si ha l’impressione, dunque, a conclusione dell’opera, che la recente storiografia francese guardi all’Italia repubblicana non più o non solo come “caso a sé” o “anomalia”, ma come “laboratorio” dove si sono anticipate le risposte alle grandi trasformazioni politiche, sociali, economiche e culturali che hanno investito l’Europa occidentale negli ultimi decenni. In questo senso, in Francia come in Italia, si è finalmente aperta una crepa nel muro che teneva ben distinte e separate le storiografie sul fascismo e sulla Repubblica, una condizione che ha portato ad esaltare le cesure nella vicenda unitaria a discapito, come meglio ci sembra, delle linee di continuità che sono rintracciabili nel lungo e complesso Novecento italiano.

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